• 14/07/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
Tolo Tolo di C.Zalone

Quattro anni fa, in occasione dell’uscita nelle sale di Quo vado?, avevamo scritto che la “storia di un italiano” tracciata dalla coppia Sordi/Sonego nel secolo scorso ha da qualche anno a questa parte un nuovo interprete, vicino a vizi, ipocrisie, nevrosi, fragilità, furbizie, meschinità, ma anche virtù di un paese ferito da una totale perdita di innocenza. L’erede in questione si chiama Luca Medici, in arte Checco Zalone, che con Tolo Tolo, in sala dal 1° gennaio, distribuito da Medusa in ben 1.200 copie, è il comico che più si avvicina alla lucida ferocia della grande tradizione dei Monicelli e dei Risi.

Zalone, che firma per la prima volta la regia (ma con il suo nome all’anagrafe), punta ancora più in alto e rivendicando il diritto a non far ridere parla di Africa, di migrazione, di pullman affollati che attraversano deserti e di barconi che affondano, di chi lotta e di chi si vende, mettendo alla berlina luoghi comuni e pregiudizi, chi pensa di aver capito il mondo e lo racconta su giornali, politici improvvisati e fascismo («tutti lo abbiamo dentro, come la candida»).

Tra i tanti riferimenti alla commedia all’italiana, ci sono quelli a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola e a Finché c’è guerra c’è speranza di Sordi. «Guardo con estremo rispetto alla commedia all’italiana – dice il regista – Non paragono i miei film a quei capolavori, ma sono quelli i miei modelli». Scritto da Zalone con Paolo Virzì, interpretato dal comico pugliese insieme a Souleymane Sylla, Manda Touré, Nassor Said Birya con la partecipazione di Barbara Bouchet e Nicola di Bari, prodotto da Pietro Valsecchi e Camilla Nesbit per Tao Due, Tolo Tolo (ovvero “Solo solo”) racconta la storia di Checco, che si definisce un sognatore, ma che in nome delle sue malriposte ambizioni manda in malora la famiglia e, inseguito dai creditori, si trasferisce in Africa e lavora come cameriere in un resort per ricchi turisti bianchi.

Quando arrivano le milizie e scoppia la guerra civile, Checco, dato per disperso con grande gioia da parte di tutti i familiari che ha inguaiato, è costretto a tornare in Europa facendo «il grande viaggio» attraverso la Libia, insieme a Oumar, appassionato di cinema italiano, alla bella Idjaba e al piccolo Doudou. Egoista, ignorante e cialtrone, convinto che la vera guerra sia quella combattuta con ex mogli e creditori, che gli africani siano migranti per definizione e che la vera salvezza stia negli abiti firmati e in una miracolosa crema per le rughe, Checco pensa sempre di saperla più lunga de- gli altri e spera di finire in Liechtenstein, paradiso fiscale.

Ma le cose vanno diversamente e il “candido” opportunista deve vedersela con una serie di problemi dei quali ignorava l’esistenza. E se c’è chi chiede aiuto a Macron, Checco è costretto a rivolgersi a Nichi Vendola, che non rinuncia alla sua proverbiale logorrea in un esilarante cameo. Al di la di gag più o meno riuscite (la fluidità del film risente di una regia non troppo esperta o forse di un montaggio a volte un po’ sommario), il talento di Zalone sta nel metterci davanti allo specchio e farci vedere un italiano cinico, spesso sgradevole, eticamente discutibile, mediocre e qualunquista, ma nel quale tutti noi possiamo riconoscerci, almeno in parte, perché mai privato della sua umanità, per quanto imperfetta. Cosa che dovrebbe essere chiara anche a tutti coloro che hanno polemizzato con la canzone che accompagna i titoli di coda, Immigrato, paradossalmente difesa proprio da chi il regista prendeva in giro.

Certo, Zalone che se ne infischia del politicamente corretto, che non teme di pestare su tasti che altri non vogliono neppure sfiorare, rischia di finire strattonato in un dibattito assurdo che lo accusa di razzismo e crudeltà, di fare dell’ironia su una tragedia umanitaria. Ma è dai tempi di Chaplin che il cinema trasforma i drammi in commedie e la satira segue le proprie feroci regole, anche se Valsecchi durante la conferenza stampa ieri a Roma ha precisato: «Non ho certo speso venti milioni di euro per fare un film contro Salvini. Tolo Tolo parla di persone che non cercano un futuro migliore, ma un futuro e mette in scena la realtà contemporanea con il sorriso, con un tocco magico e poetico».

Eppure Zalone, a proposito di Luigi Gramegna interpretato da Gianni D’Addario, che da disoccupato scala i vertici della pubblica amministrazione e della politica diventando prima carabiniere, poi pignoratore, assessore comunale, ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e presidente della Commissione Europea e dice «non è mica colpa mia se siete nati in Africa», commenta: «Ho inserito nel film un personaggio che somiglia ai politici attuali: ha una carriera sorprendente come Di Maio, veste come Conte e parla come Salvini. Ho creato una specie di mostro, insomma».

Il finale musicale del film, che non vi anticipiamo, è un vero e proprio colpo di genio, e tutto il racconto è costellato di canzoni del repertorio italiano, da Vagabondo di Nicola di Bardi a Viva l’Italia di Francesco De Gregori. Se le polemiche sembrano imbarazzare, ma non preoccupare Zalone, la vera sfida sarà riempire di nuovo le sale e magari superare l’incasso di Quo Vado? che nel 2015 aveva rastrellato la cifra record di 65 milioni di euro. La palla passa ora al pubblico.

Alessandra De Luca, Avvenire, sabato 28 dicembre 2019