• Italia, Roma
  • 20/07/2019
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Le discussioni nella Chiesa cattolica si fanno più aspre. Quanta trasformazione è pensabile, quanta necessaria, dove sono i confini?


L’intervista a Reinhard Marx

Cardinal Marx, nel quinto anno del pontificato di Francesco ci sono molte discussioni su quanta trasformazione sia possibile nella Chiesa cattolica. Quale spazio di cambiamento c’è, a suo avviso, per ciò che è stato definito dal magistero nel corso della storia?

La domanda di trasformazione si pone continuamente nella storia della Chiesa. Da un lato, la Rivelazione è unica e irripetibile, dall’altro, fino alla fine dei tempi, essa non è completamente “scandagliata”, bensì aperta a una conoscenza più profonda. La rappresentazione di una Chiesa che ha ricevuto una verità, la rinchiude in un testo e la porta avanti lungo la storia, non è solo lontana dalla realtà, è anche teologicamente insufficiente. La cosa affascinante sta proprio nel fatto che in tempi e in culture completamente diversi dobbiamo dare testimonianza della nostra fede. L’istituzione chiesa deve preoccuparsi di mantenere sempre vivo questo processo di comunicazione. In questo senso le dichiarazioni magisteriali servono per dare certezze e non possono essere eluse. Ma l’argomento non si risolve con delle definizioni. Ricercando più in profondità si può invece, nel corso del cammino, riconoscere meglio ciò che davvero si voleva dire. Questo, per me, è molto molto importante.

I cambiamenti all’interno della Chiesa sono studiati troppo poco?

I cambiamenti sono da sempre la realtà. Non possiamo certo dire che la Chiesa è oggi nella stessa situazione in cui era nell’VIII secolo – e quindi limitarci a ripetere parole. Non abbiamo una filosofia del “semper idem”. Abbiamo una testimonianza di fede che non viene relativizzata, ma che nella storia viene sempre annunciata in modo nuovo. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di elaborare alcuna teologia, ma solo di ripetere il catechismo. Mi chiedo perché mai si discuta di questo.

Che cosa è biografico, per Lei? Se dovesse discutere oggi con il giovane prete Reinhard Marx, su che cosa il cardinale oggi litigherebbe con lui?

In ogni caso, non litigherei con lui in linea di massima sul tema del cambiamento. È importante che tutti noi – io stesso – negli ultimi cinque decenni abbiamo capito molte cose a questo proposito e che quindi abbiamo dato la prorità a cose diverse, ad esempio al significato dell’emancipazione della donna. Questo riconoscimento degli Anni 60 era forse allora già chiaro in testa, ma non era evidente nella realtà – nella mia infanzia, da noi in campagna, non esistevano donne dentiste o poliziotte. Attraverso il mio lavoro scientifico con Leonardo Boff che ho affrontato in modo critico, ho visto che anche la prassi e la concreta situazione sociale sono una fonte per la teologia. Non è solo la consapevolezza a definire l’Essere, è vero anche il contrario. Questo vale per la biografia, ma anche a livello culturale. Per me è stato importante riconoscere che la Chiesa è sia docente che discente. Alcuni non lo hanno ancora capito. Pensano di sapere tutto e vedono gli altri come quelli a cui insegnare. Così non è possbile alcuna comunicazione. Credo che in questo modo non si possa neppure evangelizzare.

Cosa significa questo a proposito della verità?

Non posso in alcun modo dire semplicemente che io possiedo la verità.

Ma la Chiesa non ha forse fatto così per 2000 anni?

No, è un grosso errore, la Chiesa non ha fatto proprio così. Se no la fede sarebbe una specie di pezzo da museo. Ma il Signore non ci ha dato come missione di essere un’eredità della cultura mondiale.

La parola libertà è centrale nel suo motto episcopale. Quando questo concetto è diventato importante per Lei?

Da giovane prete sono stato proprio immerso, con la mia dissertazione, nella discussione sul mondo moderno. Così mi è diventato chiaro quanto esso si radichi nel cristianesimo. Ma la teologia e la chiesa devono dire che l’emancipazione, i diritti umani e la democrazia sono un progresso. Per questo mi sono sempre “scontrato” con la tesi che la Chiesa debba essere neutrale nei confronti della molteplicità delle forme di Stato, come diceva la dottrina sociale cattolica del XIX secolo. È sempre stato anche un punto centrale della mia riflessione teologica, cercare di capire come si sia arrivati alla situazione che il grande tema della libertà, come lo si può leggere in Paolo nella lettera ai Galati – “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” – si sia scisso quasi totalmente dal discorso moderno della libertà, e che poi le due concezioni fossero in qualche modo l’una contro l’altra. Per me questo è inaccettabile.

Come si può superare questa situazione?

Rimane una sfida. Dobbiamo cercare di dire in modo nuovo la parola di Paolo, così che la Chiesa non possa essere vista come la nemica della libertà, bensì che il discorso della libertà sia legato al tema della redenzione. Il teologo Thomas Pröpper, che è stato prete dell’arcidiocesi di Paderborn, ha scritto molto su questo. Mi ha sempre molto coinvolto, mi ha costantemente interessato. Per me è sempre importante la questione di che cosa effettivamente il mondo moderno ci dice – proprio anche in riferimento alla nostra fede. C’è solo contrapposizione, o c’è anche un procedere insieme, un andare reciprocamente l’uno verso l’altro? Come si può descrivere ed esprimere un rapporto fecondo?

Quali effetti ha questo su una giusta immagine di sé della Chiesa oggi? Anche se l’immagine di una societas perfecta è superata, quanto continua ad essere di impedimento la certezza istituzionale ? Si pensi solo all’esercizio di violenza sessuale e al suo occultamento, o al rapporto della Chiesa con le sue finanze.

Dove ci ha portato l’immagine di una Chiesa come mondo a parte, lo abbiamo tutti vissuto dolorosamente, e questa falsa immagine di sé ci ha molto danneggiato. La tesi della mia dissertazione è che i principi fondamentali della dottrina sociale cattolica devono essere usati nei confronti della Chiesa come organizzazione che è anche umana. Nella Chiesa non è lecito che valgano leggi completamente diverse da quelle valide in altri ambiti della società. Perché questo sarebbe contrario alla fede nell’incarnazione e alla analogia ad essa collegata dell’essenza della Chiesa; così lo descrive “Lumen Gentium” n° 8. Così come il Logos divino si incarna nella natura umana di Cristo, senza confusione e senza separazione, nell’incarnazione vi è una analogia con la Chiesa. Certo, la Chiesa non è solo un’organizzazione umana. Ma molte strutture, come il livello di partecipazione, la direzione del personale, l’amministrazione finanziaria, la cultura del diritto, devono poter essere misurate con il metro che la dottrina sociale cattolica pretende dalle società e organizzazioni umane. E in questo possiamo imparare molto dalle scienze sociali.

Quale peso hanno queste convinzioni nei suoi discorsi a Roma, nella curia o anche nella commissione cardinalizia?

Sostengo queste convinzioni, potete trarne le conseguenze. Ma, naturalmente, in una Chiesa universale, con tradizioni e culture molto diverse, questo deve essere spiegato bene. Pensate al tema della gestione, della guida, e alle concezioni di clero, di ciò che è costitutivo del clero. Naturalmente il prete è qualcuno che presiede l’eucaristia e annuncia la Parola di Dio, ne è reponsabile in modo particolare. Ma guida è anche amministrazione. Devono essere i cardinali ad occuparsi dell’amministrazione finanziaria del Vaticano? Tutti gli uffici nella curia o anche nell’ordinariato devono essere diretti da preti?

Lei cosa risponde?

La tesi secondo cui tutti gli incarichi direttivi nella Chiesa possano essere svolti solo da preti, a mio avviso, non è sostenibile così. A partire dal Concilio, questo non è necessario, e non si tratta solo di liberare persone da tali incarichi per carenza di preti. Ma per motivi teologici. Nella commissione cardinalizia abbiamo anche fatto delle perizie che mi hanno rafforzato nelle mie idee. Dei cambiamenti adeguati non devono intanto essere interpretati come una mancanza di rispetto per i preti. Ma alla lunga il ruolo dei preti è danneggiato dal fatto che si favorisca un clericalismo sbagliato, dove gli uni guidano e gli altri vengono guidati. Sono sorpreso di come un tale modo di pensare ritorni in auge. Come se non ci fosse stato il Concilio. Joseph Ratzinger aveva del resto pienamente ragione nel dire che il Concilio non era l’invenzione di una nuova Chiesa, non era una rottura, ma proprio un rinnovamento conseguente alle discussioni teologiche degli ultimo cento anni. Dovremmo ricordare qui nomi come Romano Guardini, Yves Congar, Karl Rahner, Henri de Lubac e altri. Queste discussioni furono poi nel Concilio redatte, rafforzate, confermate e riunite in forma magisteriale. Come Conferenza episcopale tedesca abbiamo chiarito ancora recentemente la nostra posizione su questo punto nella dichiarazione “Gemeinsam Kirche sein” (essere Chiesa in comunione). Sono molto contento del fatto che abbiamo potuto approvare il testo all’unanimità.

Significa che anche dei laici potrebbero guidare una congregazione della curia romana?

Non vedo qui alcun problema di fondo. Come si organizza la Curia è certo ancora un caso particolare, diverso da un ordinariato. Ma chi ne ha la giurisdizione è il papa, tutto il resto è una giurisdizione delegata, da cui il papa è libero. A dirigere il governatorato vi era fino agli anni 50 un nobile. Non è che, come nei decenni scorsi, tutte le congregazioni e i consigli debbano essere diretti solo da cardinali. Non vi è nessuna necessità teologica.

Come si può descrivere il rapporto tra Roma e le Chiese locali?

La Chiesa universale non si identifica con la Chiesa romana, è chiaro. Già nella Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano Secondo “Lumen Gentium” si dice che la comunione ecclesiale è uno scambio comune tra chiesa universale e chiese particolari. Su questo c’era stata una specifica discussione tra Joseph Ratzinger e Walter Kasper. Senza le chiese locali, la Chiesa universale non può esistere, e viceversa. Si tratta di un intreccio, non di una piramide. Questo non è entrato in tutte le teste, bisogna ancora lavorarci. E questo tocca anche soprattutto ciò che il papa intende con “chiesa sinodale”. Che cosa significa “chiesa sinodale” è un argomento che sarà ulteriormente discusso. Hermann Josef Pottmeyer ha tenuto su questo durante l’ultima assemblea generale della Conferenza episcopale tedesca una importante conferenza. Si tratta anche di una sussidiarietà nella Chiesa correttamente interpretata, che permetta unità e varietà.

La sua richiesta indica già che Lei vede una maggiore pluralità come una chance…

Importante è la posizione comune sulle questioni di fondo dell’azione della Chiesa nel mondo. Nelle fondamentali questioni di fede, in ogni caso, ci deve essere una unità. Che deve essere garantita in ultima istanza dal successore di Pietro. Ma quale varietà possa esserci è qualcosa che deve essere ancora scandagliato. Anche in questi casi il ministero di Pietro deve essere molto forte. Tutto il resto sarebbe folle, proprio nel nostro tempo. Basta guardare alle altre religioni, che non conoscono tale ministero di unità universalmente riconosciuto. La possibilità di trattare ad esempio di un tema così importante come matrimonio e famiglia in tutte le situazioni sociali dei diversi popoli, ce l’ha solo la Chiesa cattolica. Alla fine il ministero petrino è il garante dell’unità, del “rimanere uniti”. Il papa ha dato maggior forza a questo nel sinodo sulla famiglia. Il fatto che abbia usato una citazione tratta da “Pastor Aeternus”, la Costituzione Dogmatica del Vaticano Primo, ha sorpreso molti. L’istituzione Chiesa cattolica ha la grande opportunità di rappresentare e rendere visibile l’unione di varietà e unità. Naturalmente è faticoso. Lo abbiamo vissuto al Sinodo. Ci sono state discussioni difficili e violente. Che si arrivasse sicuramente ad un risultato, all’inizio non lo si poteva proprio prevedere, viste le diverse origini, culture e teologie.

L’organizzazione concreta del Sinodo dei vescovi era ancora molto rigida. Che cosa deve cambiare?

Le cose sono in movimento. Nell’ultimo sinodo erano presenti delle coppie, ma solo i vescovi avevano diritto di voto. Il papa ha cercato di allargare il metodo di lavoro con i questionari proposti nel periodo di preparazione, cosa a cui l’ho molto incoraggiato. In effetti, bisogna ancora elaborare il concetto di che cosa possa significare “chiesa sinodale”. In una conversazione con i rappresentanti di diverse comunità di lavoro teologiche, ho caldamente invitato queste persone a fare proposte: di teologia fondamentale, di diritto canonico, ecc. Si tratta comunque di un concetto nuovo in questa forma, che il papa usa e che il papa ha utilizzato quattro volte solo nel discorso decisivo. Non si è ancora discusso di ciò che questo significa nello specifico.

Alcuni vedono il pericolo di uno scisma. Quanto reale è tale pericolo?

Io non lo vedo e dico: non abbiate paura! Il Signore guida la Chiesa. Si può tranquillamente litigare. La discussione è anche un segno che siamo una comunità viva. Come Chiesa va bene quando cerchiamo di essere di esempio in una discussione costruttiva. Questo è particolarmente importante nel nostro tempo, perché purtroppo dobbiamo constatare che i dibattiti pubblici non sempre servono davvero a raggiungere lo scopo.

Quando succede così, in concreto?

Quando si rimane inconciliabili, quando si ordiscono intrighi.

Intende i dubia di quattro cardinali nei confronti della posizione dell’esortazione postsinodale “Amoris Laetitia”, con cui volevano far pressione sul papa?

Lo penso in generale e non voglio entrare in singoli eventi.

In quali punti ci vorrebbe maggiore autonomia delle Chiese locali?

Un punto importante è stato recentemente la questione delle traduzioni liturgiche. Negli anni scorsi ha portato a dei contrasti a livello della chiesa universale, come ad esempio con i vescovi francesi e nell’ambito linguistico inglese. Al papa interessa molto rafforzare la responsabilità delle Chiese locali. Analogamente, questo vale per il tema dell’evangelizzazione: non possiamo solo pubblicare a Roma dei testi che poi devono essere semplicemente messi in pratica in tutto il mondo. Già con Giovanni Paolo II c’erano dei sinodi per i singoli continenti, per poter far riferimento a regioni concrete. Dovremmo continuare su questa via.

Maggiore sinodalità sarebbe anche un segnale nei confronti della Chiesa evangelica. A che punto siamo nell’ecumenismo, nell’anno successivo al giubileo della Riforma? Ci saranno ulteriori passi gli uni verso gli altri?

Partirei da qui! Non vogliamo certamente fermarci. Una cosa abbiamo comunque imparato: se si è in buona relazione, ci si parla in maniera diversa, ci si capisce meglio. È sempre difficile se gli uni parlano al loro interno rispettivamente degli altri. È arrivato il momento dell’amicizia. Anche molto personale. Sono assolutamente felice che il Presidente del Consiglio della Chiesa evangelica tedesca Heinrich Bedford-Strohm ed io siamo diventati amici. L’amicizia amplia le possibilità di capire l’altro e di pensare a partire dal punto di vista dell’altro.

Quali saranno le questioni decisive nelle prossime conversazioni ecumeniche?

Il Concilio ha detto che anche nelle altre Chiese e comunità ecclesiali lo spirito di Dio è presente e agisce. Lo abbiamo recepito? Quando ero giovane era assolutamente proibito partecipare ad una messa dell’altra confessione. Quindi non succedeva molto tempo fa. Entrambe le parti hanno ancora molto da fare. La cosa importante è che non si tratta sempre solo di testi, testi, testi. Come se si dovessero formulare tali testi fino a renderli compatibili. La domanda è però anche se ho la volontà di capire, e non cerco tanto le debolezze, quanto i punti di forza dell’altro. Cerco una singola voce per poterla citare e dire: vedete come la pensano? O invece cerco un cammino comune? È davvero chiaro a tutti nella Chiesa cattolica che nella confessione di fede, quando si parla di “chiesa cattolica”, non si intende solo la Chiesa cattolica romana? Non credo! Qui non sono importanti solo i testi, ma un vero cambiamento nella consapevolezza, il pregare insieme, il celebrare l’eucaristia insieme. Non dobbiamo negare le differenze, ma non possiamo presupporre che gli altri diventino esattamente come noi.

Quale obiettivo è pensabile per l’ecumenismo?

Il nostro impegno, assunto nella celebrazione di riconciliazione ad Hildesheim, è stato di procedere sulla strada dell’unità visibile. Questo, di nuovo, da parte cattolica non significa che semplicemente ci riconosciamo a vicenda e che poi non abbiamo più bisogno di dialogo ecumenico. Nello scorso anno non abbiamo organizzato dialoghi ecumenici, ma occasionalmente ho attirato l’attenzione sul fatto che noi, come partner cattolici, non possiamo capire come la celebrazione sacramentale delle morte e resurrezione di Gesù, cioè l’eucaristia, debba essere di ugual valore di una celebrtazione senza eucaristia. All’opposto, constato che, ad esempio, i testi di ordinazione in occasione dell’introduzione dei parroci evangelici dicono di più di quanto preveda la teologia nella Chiesa evangelica.

Non sarebbe compito dei vescovi tedeschi andare avanti, anche se ciò portasse al conflitto con Roma – come nel caso della Dichiarazione di Königstein per la regolazione delle nascite o nella discussione sui conflitti nei consultori relativamente all’interruzione di gravidanza?

Non c’è alcun contrasto tra i nostri discorsi e quelli del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani con la Federazione mondiale luterana. Lo scorso anno c’è stata una vera spinta. Il papa l’appoggia. Ma anche all’interno della Conferenza episcopale bisogna portare avanti la discussione. E bisogna tener presente che non deve procedere solo la Chiesa cattolica, ma che dobbiamo andare avanti insieme. Se gli uni devono fare più degli altri, non è ecumenismo. Non si dovrebbe avviare il dialogo con delle pretese.

Quale sarebbe allora un passo concreto verso una unità più visibile?

L’obiettivo dovrebbe essere di poter dire: abbiamo delle differenze, che rimangono tali. Ma che non ci dividono alla tavola del Signore. Questo però non posso finora riconoscerlo. Il problema in questo è che molto discorsi ecumenici che nel corso degli anni sono stati condotti non sono stati recepiti correttamente e totalmente.

I vescovi cattolici permetteranno ai coniugi di matrimoni interconfessionali di ricevere insieme la comunione?

Tutto a suo tempo. Non stiamo facendo le consultazioni per un governo di coalizione che devono essere svolte nel giro di quattro settimane.

Quanto tempo abbiamo ancora, allora?

Bedford-Strohm ed io abbiamo inviato al papa una relazione sulla memoria della Riforma e sulle questioni attuali. Dobbiamo lavorare su diversi punti. Questo è uno. Ma dobbiamo anche ottenere una unanimità, un accordo il più possibile alto nella Conferenza episcopale. Questo è anche il mio compito come presidente.

Anche sul tema viri probati ci sono voci che invitano caldamente i vescovi ad agire. Che cosa succederebbe se un vescovo svedese o di una diocesi della diaspora nel nord della Germania semplicemente facesse un balzo in avanti?

Fedeli al motto: ognuno fa quel che vuole? Questa è un’idea alquanto semplicistica. Il tema viri probati è un tema che non si può limitare ad una chiesa loale. Viviamo in una Chiesa universale. Non va bene che si facciano passi affrettati a causa della mancanza di preti. Il papa ha detto che ci si deve riflettere. Che cosa significa? Quali situazioni ci potrebbero essere? Bisogna anche valutare le conseguenze. Ci vuole una discussione teologica più allargata. Mi fa piacere che la cosa sia avviata. Non ho alcun timore rispetto a questo. Ma deve avvenire anche rispettando coloro che hanno assunto un impegno di celibato, che sono a favore di questo impegno e che fanno il loro dovere. Non si può semplicemente dire: non sarebbe stato necessario. Non voglio che il celibato dei preti, né di quelli che ora fanno il loro dovere, né di quelli che vi si preparano, in qualche modo venga messo in discussione o che faccia apparire che si giudica negativamente il celibato. Mi sento responsabile di questo, in quanto vescovo, soprattutto perché negli ultimi 20 anni ha ordinato molti preti. Ma il papa ha naturalmente ragione: dobbiamo parlarne.

Un professore di dogmatica ha perfino proposto di ordinare delle donne nubili.

Ci sono molte idee e molte opinioni.

Il presbiterato femminile rimane quindi un tabù?

Questo davvero non è un argomento adesso. Il papa ha detto su questo qualcosa di decisivo.

Tra le riflessioni di fondo del papa e i desideri di riforma di molti cattolici non si sta aprendo una falla?

Molti input che il papa ha dato, non necessariamente possono e devono essere realizzati subito. Si tratta di percorsi a lunga scadenza. Al papa interessa avviare tali processi. Vorrebbe che noi riflettessimo con lui. Il papa viene – penso io – dagli esercizi ignaziani. In questi esercizi non si parte dall’idea che uno sa ciò che l’altro deve fare, ma che colui che accompagna gli esercizi aiuti la persona a comprendere ciò che il vangelo richiede nella sua vita per poi prendere una decisione. Perciò il papa è segnato anche da Michel de Certeau e dalla sua concezione di una “autorità che autorizza”, non un’autorità che decide.

È un approccio diverso rispetto alla vigente morale sessuale della Chiesa.

La decisione più profonda viene presa in coscienza. Questo è sempre stato l’insegnamento della Chiesa. Sono proprio i punti più controversi del sinodo fino ad oggi sulle discussioni dopo “Amoris laetitia”. Lì si tratta della questione della situazione in cui uno si trova. La difficoltà consiste nel dire obiettivamente dall’esterno che uno è nello stato di peccato mortale. Senza tener conto dalla situazione della coscienza del singolo, senza tener conto della sua realtà, delle circostanze concrete non è possibile un giudizio davvero complessivo che valuti la gravità della colpa. Naturalmente si tratta anche della responsabilità di fronte al vangelo e all’insegnamento complessivo della Chiesa. Ma poi ci deve essere il rispetto della decisione che uno liberamente prende. Che si dica semplicemente: ho io l’indicazione per te, che tu ricevi in obbedienza, e altrimenti zitto, non è mai stato l’insegnamento della Chiesa. Dove questo era parte della realtà, un tempo ne ho anch’io sofferto, ed ero convinto che non dovesse essere così. E questo non è relativismo!

Questo vale anche per l’argomento dell’omosessualità?

Certo vale anche lì. Ma naturalmente il credente deve anche qui essere messo di fronte all’intera realtà del credere, e ascoltare la voce della Chiesa. Non basta dire che ognuno sa ciò che è bene per sé. Questo non sarebbe una decisione presa in coscienza nel contesto del vangelo.

Allora il riferimento alla coscienza non è un pericolo per l’identità cattolica?

Si tratta di formare la coscienza e non di dominarla, dice il papa. Questa è identità cattolica. Sarebbe brutto vedervi del relativismo, come anche viene sempre ripetuto, come se ognuno facesse ciò che vuole. Anche se questo ora è un po’ esagerato: in fondo queste voci sono la convinzione che noi come Chiesa dovremmo guidare le persone, perché loro sono piuttosto stupide, peccatrici e cattive. Allora devo dire che Dio ha dell’uomo un’immagine più alta. Questo è il programma. Altrimenti non sarebbe l’immagine cristiana di uomo. Può anche essere che alcuni uomini siano così, nessuno lo contesta. Ma Dio non vuole seguire le tracce del grande inquisitore di Dostojewski. Non possiamo avere sempre sulle labbra parole come “a immagine e somiglianza di Dio” e poi dire che l’uomo è una creatura insignificante che deve essere guidata dalla Chiesa, in concreto dai vescovi. Preferirei che mi si rimproverasse di sopravvalutare l’uomo piuttosto che seguire un modello di obbedienza che non è all’altezza della dignità dell’uomo.

I critici ritengono che siano necessarie delle linee guida che non si dovrebbero relativizzare anticipatamente.

Le linee guida sono linee guida. Chi può avere qualcosa contro? Ma il modo in cui uno si muove al loro interno, è un’altra questione. Per quanto riguarda “Amoris laetitia” si tratta dell’interazione tra libertà e responsabilità. Non può essere che noi trasmettiamo alle persone l’impressione che togliamo loro la libertà. Noi rafforziamo la libertà. Non vogliamo dominare la coscienza, ma formarla. Il papa in questo dà degli impulsi, ma non si tratta di una nuova dottrina. La spinta di Francesco è incoraggiante per tutti gli ambiti. Non posso immaginare una Chiesa del futuro che non abbia dentro di sé questo slancio.

a cura di Stefan Orth e Volker Resing, in “www.herder-korrespondenz.de”, quaderno n° 1 del 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)

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