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“Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo”: un nuovo testo di Timothy Radcliffe

L’amore al prossimo più vicino, come il coniuge o la moglie, i figli o le colleghe, e quello universale rivolto a tutti, in particolare agli ultimi; un’appartenenza specifica, ovvero una parrocchia e una chiesa locale, ma anche l’apertura «fino ai confini del mondo»; la libertà della propria coscienza e l’adesione a una comunità più grande dell’«io». La fede cristiana è ricca di contraddizioni: si fonda sul paradosso dei paradossi, Dio che si fa uomo. Questi contrasti non si stagliano come ostacoli al pensare e al vivere, ma possono diventare spunti fecondi se vengono vissuti con la libertà di chi fa esperienza dello Spirito di Cristo. In queste pagine Timothy Radcliffe, con la sua sapienza intrisa di conoscenze bibliche e uno sguardo curioso sulla cultura contemporanea, accompagna il lettore dentro e oltre questi paradossi. La profondità del pensiero di Radcliffe è accompagnata dal continuo confronto con la propria vita e con quella degli altri. In questo modo l’autore ci fa verificare la sincera corrispondenza che il Vangelo ha con le aspirazioni e i desideri di ogni persona. Questo libro è un viaggio dentro la tradizione cristiana e lungo la vita umana che riconcilia l’anelito alla libertà con la promessa evangelica: diventare figli di un Padre buono, nella fraternità e nell’apertura agli altri.

 

Descrizione del libro

Titolo: Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo
Autore: Timothy Radcliffe
Editore: EMI
Traduttore: Mansuelli M.
Data di Pubblicazione: ottobre 2018
EAN: 9788830723955
ISBN: 8830723959
Pagine: 157
Prezzo: 15,00 Euro

 

Amate la verità sopra ogni cosa

di Timothy Radcliffe

Esce oggi in libreria «Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo» (Emi, pagine 160, euro 15), il nuovo volume di Timothy Radcliffe, di cui anticipiamo qui un estratto. L’autore sarà in Italia per una serie di conferenze in occasione dell’uscita del libro.

Credo che la ricerca della verità sia una sorta di storia d’amore. Amore per la verità. Amore, se sei insegnante, per la materia che insegni. Forse anche amore per i tuoi studenti. E infine, la cosa più difficile: l’amore per coloro con cui non sei d’accordo.

Questo tema sta all’origine della mia vocazione domenicana. Dopo la scuola ho fatto le mie prime amicizie con persone che non erano cristiane. Una di loro mi chiese se davvero credevo a tutte le dottrine cattoliche: sono proprio vere? Quella domanda cominciò a tormentarmi. È tutto vero? Se lo è, allora deve essere senz’altro terribilmente importante; ma se non lo è? Sapevo che esisteva un ordine religioso che aveva il motto Veritas, ma non riuscivo a ricordare quale fosse. Cominciai a pensare che poteva essere il posto giusto per me. Contattai il mio insegnante benedettino, gli chiesi di chi fosse quel motto e mi disse: «È dei domenicani». Così, in pratica, decisi di entrare tra i domenicani prima ancora di averne conosciuto uno. Questo mi ricorda la storiella di quell’uomo che volava in mongolfiera sopra l’Inghilterra meridionale. Perse l’orientamento e alla fine atterrò su un grande albero. Vide passare due uomini e gridò: «Aiuto, aiuto, dove sono?». Gli risposero: «Sei su un albero». Egli allora esclamò: «Voi due dovete essere domenicani, perché quello che dite è vero, ma completamente inutile!».

Al Concilio Vaticano I, la chiesa dichiarò formalmente che la nostra ricerca della verità include la ragione. La fede può portarci oltre la ragione, ma non può essere contro la ragione. Secondo Tommaso d’Aquino, siamo animali pensanti, cercatori di verità. Quando ero un giovane fraticello, l’arcivescovo di Westminster era il cardinale Heenan, un uomo famoso per la sua intelligenza. Fu chiamato a testimoniare a un processo e un avvocato gli disse: «Eminenza, è vero che oggi lei è una delle persone più intelligenti in Gran Bretagna?». E lui rispose: «Sì, è vero. Ma lo dico solo perché qui ho giurato di dire la verità». Viviamo oggi, ahimè, nell’era della post-verità. Dopo la campagna per la Brexit in Inghilterra e l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, c’è da preoccuparsi di fronte all’evaporazione della verità. Trump accusa la stampa di diffondere fake news, notizie false, ma lui non fa che confermarle l’una dopo l’altra. In Inghilterra i politici vengono colti in flagrante mentre mentono sulle loro spese; la polizia mente in tribunale; i giornalisti mentono. Quando costoro vengono scoperti, ammettono di aver commesso un “errore di valutazione”. Suppongo che l’errore fosse pensare che l’avrebbero fatta franca. Il problema non è tanto che la gente mente, quanto il fatto che l’idea stessa di verità si è sbiadita. Viviamo in un mondo di truthiness, quella verità apparente che Stephen Colbert ha definito «l’espressione di sensazioni od opinioni ‘di pancia’ come se fossero valide affermazioni oggettive». Su Twitter e nei blog vengono fatte continuamente asserzioni selvagge, senza preoccuparsi di continuo se siano vere. Una volta ho letto in un blog che, durante il periodo in cui sono stato Maestro dell’Ordine, avrei dato il permesso a un priore provinciale di convivere con la sua amante, una suora, in un vagone ferroviario. Ridicolo! Quella donna non era una suora! Sto scherzando. Quando Lance Armstrong, il ciclista olimpionico, fu accusato in un talk show americano di non aver detto la verità riguardo alla sua assunzione di doping, rispose: «Volevo controllare la narrazione». Il problema per lui non era mentire, ma perdere il controllo della sua storia. Ma neanche la chiesa è sempre stata troppo veritiera, come ha confermato la Commissione reale australiana.

Invito chi ha tempo a guardare un ottimo documentario su Bbc iPlayer, Hypernormalisation, di Adam Curtis. Descrive il ritiro globale dalla complessità. Nei giornali, in politica, dappertutto,

assistiamo a un ritiro dalle questioni complesse, mentre le persone si accontentano di slogan e tweet: «Brexit significa Brexit»; «Facciamo tornare grande l’America».

Il film La verità negata racconta come lo scrittore inglese David Irving, che negava l’Olocausto, venne condannato in tribunale, in Gran Bretagna. È interessante notare come la questione sia stata risolta nell’ambito della legge.

Apparteniamo a una società litigiosa. Ma il problema più profondo è questa cecità culturale alla verità, che non si può sempre risolvere portando le persone in tribunale. Dobbiamo insegnare ad amare la verità in sé stessa. Ecco perché, in questo mondo della post-verità, non riesco a immaginare una vocazione più importante di quella dell’insegnante. Gesù disse ai discepoli: «Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono» (Gv 13,13). Abbiamo un disperato bisogno di maestri. Non solo per comunicare la nostra fede, ma per insegnare agli alunni ad amare ogni sorta di verità e a ricercarla con tutta la loro mente, con tutto il loro cuore e con tutta la loro immaginazione. Le costituzioni dell’Ordine domenicano affermano che abbiamo una propensio ad veritatem, un’inclinazione naturale alla verità. Se soffochiamo questo istinto per la verità in tutte le sue forme, la nostra umanità è fatalmente danneggiata. Un famoso domenicano, Yves Congar, disse: «Ho amato la verità come si ama una persona».

in “Avvenire” del 4 ottobre 2018

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