• 26/01/2020
  
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Clima: il 2019 è stato l’anno della consapevolezza, il 2020 è l’anno decisivo per intervenire
Angelo Romano, 1 gennaio 2020

Gli incendi violenti che hanno devastato la Siberia, l’Amazzonia, l’Australia e la California, l’aumento delle temperature che hanno portato a un rapido scioglimento della calotta polare nell’Artico, il requiem per i ghiacciai che si stanno sciogliendo sulle Alpi, l’innalzamento del livello dei mari che sta portando all’erosione delle coste, l’attivismo di Greta Thunberg, la disobbedienza civile di Extinction Rebellion e gli scioperi per il clima di tantissimi studenti che hanno colorato e animato le strade delle capitali di tutto il mondo, le dichiarazioni di emergenza climatica da parte di città e governi nazionali e i Green Deal proposti negli Stati Uniti e dall’Europa. Infine, la vittoria dei cittadini olandesi che, per la prima volta, hanno portato lo Stato in tribunale e ottenuto una sentenza storica che costringe il governo a rivedere le politiche sulle emissioni di gas serra e collega gli impatti dei cambiamenti climatici alla violazione dei diritti umani, avendo più coraggio di tanti negoziati internazionali sul clima.

Possiamo dire che il 2019 è stato l’anno in cui il cambiamento climatico è uscito dai suoi circuiti specialistici e di nicchia ed è diventato tema di dibattito pubblico, fino a farsi leva di attivismo civico e impegno sociale e questione rilevante dell’agenda politica mondiale.

«Sono 30 anni che mi occupo di cambiamento climatico e per 29 di questi, come scienziati, abbiamo lavorato quasi inosservati», ha detto ad AFP Corinne Le Quere, presidente dell’Alta Commissione francese per i cambiamenti climatici e membro del comitato britannico sui cambiamenti climatici. «Il 2019 è stato qualcosa di nuovo».

«Quest’anno, il movimento per l’emergenza climatica ha raggiunto un punto di non ritorno e migliaia di persone hanno iniziato a essere coinvolte nelle politiche climatiche e si sono attivate per cambiare le cose», ha affermato a The Verge Laura Berry, direttrice della ricerca di The Climate Mobilization, organizzazione che si è occupata di diverse campagne per fare pressione sui governi affinché dichiarassero lo stato di emergenza climatica.

Nel 2019 ben 1288 amministrazioni (tra Comuni e Stati) hanno dichiarato lo stato di “emergenza climatica”. In larga parte si è trattato di decisioni simboliche, in alcuni casi di punti di partenza per un’azione reale. In ogni caso, prosegue Berry, è stato il culmine di sforzi coordinati da parte di migliaia di attivisti in tutto il mondo che spingono i governi ad agire in modo deciso contro le minacce poste dall’emergenza climatica. Nel maggio 2019, il Regno Unito è diventato il primo governo nazionale a dichiarare un’emergenza climatica, seguito immediatamente dalla Scozia e dal Galles. New York è stata la città più grande al mondo ad averlo fatto insieme all’approvazione di una serie di interventi per ridurre le emissioni di gas serra dell’80% entro il 2050 . Barcellona ha avviato proprio ieri la più grande area a basse emissioni del Sud Europa: sarà vietato l’ingresso alle auto a benzina acquistate prima del 2000 e a quelle a diesel più vecchie del 2006 nell’intera area metropolitana (95km quadrati). Per le auto di questo tipo che entreranno nell’area è prevista una multa tra i 100 e i 500 euro. L’obiettivo è quello di incentivare l’utilizzo dei mezzi pubblici di trasporto.

Il 2019 è stato, in altre parole, l’anno della “consapevolezza climatica”.

Secondo un recente sondaggio di Pew Research negli USA, circa due terzi dei cittadini intervistati (67%) è convinto che il governo sta facendo troppo poco per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici e mantenere alta la qualità dell’aria e dell’acqua e ben il 77% concorda, al di là di ogni posizione politica, che la strada da seguire è lo sviluppo di fonti energetiche alternative come l’energia eolica e solare e la tecnologia dell’idrogeno invece di aumentare la produzione di combustibili fossili. Oltre il 60% ha affermato che i cambiamenti climatici stanno condizionando la loro vita e più della metà ha dichiarato di essersi impegnato nella riduzione degli sprechi alimentari per motivi ambientali (80% degli intervistati), di usare meno materie plastiche (72%) e di guidare meno e ricorrere ad auto a noleggio o a macchine condivise (52%).

Sono tutti dati interessanti che testimoniano come l’attenzione al riscaldamento globale e al cambiamento climatico stia entrando nelle vite quotidiane. E, riguardo agli Stati Uniti, sono un indice significativo di come il clima possa diventare uno dei temi della prossima campagna elettorale per le presidenziali, alla luce anche della decisione dell’attuale Presidente, Donald Trump, di sfilare gli USA dagli accordi di Parigi del 2015. L’elezione del nuovo presidente potrebbe segnare un indirizzo importante nelle politiche mondiali sul clima.

Seppur con approcci molto diversi, il cambiamento climatico è entrato nei programmi di diverse forze politiche, commenta sul Guardian Carlo Invernizzi-Accetti, professore associato di Scienza Politica alla City University of New York. È diventato piattaforma programmatica di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati Uniti e programma istituzionale dell’Europa con la recente proposta di un Green New Deal presentata dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. È entrato nell’enciclica “Laudato Si” del 2015 di Papa Francesco, inserita in una più ampia critica del “mito moderno del progresso materiale illimitato”, e nel Sinodo dello scorso ottobre. “Perfino alcuni filoni dell’estrema destra – conclude Invernizzi-Accetti – hanno iniziato a sviluppare la propria declinazione di ambientalismo”, collegando gli effetti del cambiamento climatico nelle loro retoriche contro la globalizzazione e l’immigrazione che si traduce in una forma “di ‘nazionalismo verde’ incentrato sulla protezione delle culture, dei prodotti e delle tradizioni locali”.

Se il 2019 è stato l’anno della consapevolezza, il 2020 sarà quello delle decisioni da prendere.

Lo scorso anno l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU aveva pubblicato un rapporto che mostrava gli effetti del riscaldamento globale a seconda che le temperature si innalzino nei prossimi 30 anni di 1,5 o 2 gradi. Mezzo grado di differenza, spiegava il rapporto, possono esporre decine di milioni di persone in tutto il mondo a pericolose ondate di calore, alla siccità o alle inondazioni costiere, potrebbero portare, in un caso, al danneggiamento delle barriere coralline, nell’altro a una loro distruzione. Mezzo grado in più significherebbe una probabilità 10 volte maggiore dello scioglimento dei ghiacciai d’estate e la perdita dell’habitat che consente la vita di orsi polari, balene, foche e uccelli marini.

Inoltre, secondo l’Emission Gap Report pubblicato dall’ONU un mese fa, gli accordi sulla riduzione delle emissioni raggiunti a Parigi nel 2015 sono già insufficienti per mantenere l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi in modo tale da limitare gli impatti dei cambiamenti climatici. «Più rinviamo gli interventi, più sarà fuori portata l’obiettivo di tenere l’incremento delle temperature entro gli 1,5 gradi prima del 2030», ha dichiarato Inger Andersen, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. Per limitare il riscaldamento globale entro i 2 gradi, bisognerebbe tagliare le emissioni di anidride carbonica del 25% fino al 2030, spiega il rapporto.

A fine 2020 ci sarà la Conferenza internazionale sul clima di Glasgow in cui dovranno essere resi definitivamente attuativi gli accordi presi a Parigi cinque anni fa.

Su Valigia Blu abbiamo parlato di cambiamento climatico e riscaldamento globale da più punti di vista: l’impatto e le cause di fenomeni estremi come incendi, innalzamento del livello dei mari, uragani e scioglimento dei ghiacciai; le evidenze scientifiche che definiscono cosa è il cambiamento climatico ricostruendo il dibattito all’interno della comunità accademica e analizzando, smontandole, le tesi dei negazionisti climatici; l’attivismo di tanti giovani e cittadini che si sono organizzati e hanno cercato di fare pressione sui governi mondiali con scioperi per il clima, azioni di disobbedienza civile e cause in tribunale contro gli Stati; la copertura mediatica, la decostruzione della disinformazione che circola sui media e delle teorie del complotto nate intorno alla figura di Greta Thunberg, l’adolescente svedese che da un anno e mezzo manifesta per un intervento rapido e deciso che contrasti il riscaldamento globale; l’analisi delle proposte politiche in campo e cosa fare concretamente per limitare le emissioni e continuare a dare energia e ad alimentare il pianeta in modo sostenibile.

Proponiamo qui di seguito una serie di articoli che, a nostro avviso, fotografano bene quanto accaduto in questo 2019.
Angelo Romano, Clima: il 2019 è stato l’anno della consapevolezza, il 2020 è l’anno decisivo per intervenire, valigia blu, 1 gennaio 2020, https://www.valigiablu.it/clima-scienza-politica-attivismo/

 

 

I “500 scienziati” e la bufala dell’emergenza climatica che “non esiste”
“Redazione QualEnergia.it”, 26 settembre 2019

In questi giorni molte testate e siti web d’informazione in Italia hanno rilanciato la notizia dei 500 scienziati che negano l’esistenza di una crisi climatica.

Il loro pensiero si riassume nella lettera indirizzata al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, alla vigilia del vertice di New York dedicato ai cambiamenti climatici.

“There is no climate emergency” è l’inizio, con caratteri ben evidenziati in grassetto e più grandi rispetto al corpo principale del testo, del documento firmato da 14 ambasciatori dell’European Climate Declaration, tra cui l’italiano Alberto Prestininzi, docente di Geologia applicata presso l’Università La Sapienza di Roma.

Il primo firmatario è l’olandese Guus Berkhout, ex professore di geofisica alla Delft University of Technology dal 1976 al 2007; Berkhout ha iniziato la sua carriera nell’industria petrolifera lavorando per Shell negli anni ’60 ed è il co-fondatore di un’organizzazione che punta a smentire i presupposti dell’emergenza climatica, Climate Intelligence Foundation (Clintel).

È stato il quotidiano britannico online The Independent, il 6 settembre, a parlare di una campagna orchestrata da centinaia di esponenti clima-scettici (professori, lobbisti, politici) volta a bloccare ogni impegno internazionale per costruire un’economia a zero emissioni di CO2 entro il 2050.

Nell’articolo si citava una lettera che sarebbe stata inviata all’ONU prima del Climate Action Summit di New York; il quotidiano a sua volta rimandava al sito inglese di giornalismo investigativo DeSmog, che per primo aveva ottenuto il documento.

Poi la lettera è sbarcata anche in Italia.

Gli argomenti sono quelli classici di chi nega apertamente la relazione tra attività umane e surriscaldamento globale: ad esempio, si sostiene che il clima della Terra è cambiato più volte da quando esiste il nostro pianeta, con periodi più caldi e più freddi causati da fattori naturali.

Ma questa tesi è stata smontata da un recente studio dove si spiega che per la prima volta nella storia un periodo eccezionalmente caldo sta interessando tutta la superficie terrestre nello stesso momento, con temperature medie globali mai così alte da 2.000 anni, al contrario di quanto avveniva in passato con picchi di caldo o freddo che si verificavano in tempi differenti e in diverse zone geografiche.

In altre parole: nelle altre epoche non c’è mai stato un surriscaldamento o raffreddamento “globale”.

Per parlare di global warming c’è voluta la rivoluzione industriale con l’utilizzo massiccio di combustibili fossili, che ha fatto aumentare velocemente la concentrazione di gas-serra nell’atmosfera.

Poi nella lettera si afferma che i modelli climatici attuali sono inadeguati e che il Pianeta si sta scaldando meno del previsto; inoltre, i firmatari dichiarano che manca un’evidenza statistica tra il cambiamento climatico e l’intensificarsi degli eventi “estremi” come uragani, ondate di calore, inondazioni e così via.

Non resta che supporre che questi professori, scienziati, lobbisti, abbiano ignorato gli ultimi rapporti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organismo dell’Onu che studia l’evoluzione del clima), del programma ambientale delle Nazioni Unite, di università, istituzioni, centri meteorologici, tutti concordi nel sostenere che l’emergenza climatica esiste ed è in pieno svolgimento (vedi anche qui).

Certamente ci sono diverse incertezze e incognite nei modelli climatici.

Ad esempio, molti dubbi restano su come la Terra “risponderà” alle sempre più elevate concentrazioni di CO2 nell’atmosfera: rimandiamo a questo articolo per approfondire il dibattito su un futuro “Pianeta-serra”.

Il punto poi è che la lettera firmata da Berkhout e dai suoi colleghi omette di argomentare sotto il profilo scientifico l’affermazione secondo cui non c’è alcuna emergenza climatica.

Dove sono i dati, i rapporti statistici, i grafici, gli studi che dovrebbero farci buttare nel cestino le migliaia di pagine finora scritte dalla comunità scientifica internazionale in tema di surriscaldamento globale?

Quando si parla di cambiamento climatico di fronte a coloro, a dispetto delle evidenze, che ancora sostengono che il contributo dell’uomo sia “scientificamente controverso” si è soliti citare uno studio della letteratura scientifica del 2013 pubblicato su Environmental Research Letter: Quantifying the consensus on anthropogenic global warming in the scientific literature, di John Cook et al.

Quel lavoro mostrava che il 97-98% delle pubblicazioni scientifiche sull’argomento concludono che il climate change è reale ed è legato alle emissioni antropogeniche di gas serra.

Una successiva ricerca sulla scienza del clima, pubblicata nel 2017 su Theoretical and Applied Climatology, va oltre, esaminando proprio quel 2% degli studi di climatologia che non confermano la tesi del riscaldamento globale dovuto alle attività umane e, in particolare, quello 0,4% che la nega esplicitamente.

La pubblicazione (di cui avevamo parlato qui) si intitola Learning from mistakes in climate research e il team di ricercatori che la firma ha fatto le pulci a 38 studi di questo tipo, ricontrollando le assunzioni di base e rifacendo i calcoli.  Il risultato è molto interessante.

Ognuna di quelle analisi contiene almeno un errore – nelle assunzioni, nella metodologia o nell’interpretazione dei risultati – che, una volta corretto, porta a risultati in linea con quelli del resto della comunità scientifica”, cioè di quel 97% delle pubblicazioni che conferma che è in atto un grave cambiamento climatico dovuto alla CO2 e agli altri gas immessi in atmosfera dall’uomo, spiega una delle autrici, Katharine Hayhoe della Texas Tech University.

https://www.qualenergia.it/articoli/i-500-scienziati-e-la-bufala-dellemergenza-climatica-che-non-esiste/

 

 

La bufala dei cambiamenti climatici spiegata dal Nobel Carlo Rubbia 
Nicola Porro, marzo 2019

Sono una persona che ha lavorato almeno un quarto di secolo sulla questione dell’energia nei vari aspetti e, quindi, conosco le cose con grande chiarezza. Vorrei esprimere alcuni concetti rapidamente anche perché i tempi sono brevi. La prima osservazione è che il clima della Terra è sempre cambiato. Oggi noi pensiamo (in un certo senso, probabilmente, in maniera falsa) che se non facciamo nulla e se teniamo la CO2 sotto controllo, il clima della Terra resterebbe invariato. Questo non è assolutamente vero.

Vorrei ricordare che durante l’ultimo milione di anni la Terra era dominata da periodi di glaciazione in cui la temperatura era di meno 10 gradi, tranne brevissimi periodi in cui c’ è stata la temperatura che è quella di oggi. L’ ultimo è stato 10.000 anni fa, quando è cominciato il cambiamento climatico che conosciamo con l’agricoltura, lo sviluppo, che è la base di tutta la nostra civilizzazione di oggi. Negli ultimi 2.000 anni, ad esempio, la temperatura della Terra è cambiata profondamente. Ai tempi dei Romani, ad esempio, Annibale ha attraversato le Alpi con gli elefanti per venire in Italia. Oggi non ci potrebbe venire, perché la temperatura della Terra è inferiore a quella che era ai tempi dei Romani. Quindi, oggi gli elefanti non potrebbero attraversare la zona dove sono passati. C’è stato un periodo, nel Medioevo, in cui si è verificata una piccola glaciazione; intorno all’ anno 1000 c’ è stato un aumento di temperatura simile a quello dei tempi dei Romani (ricordiamo che ai tempi dei Romani la temperatura era un grado e mezzo più alta di quella di oggi). Poi c’è stata una mini-glaciazione durante il periodo 1500-1600 che riguardo il Nord con i vichinghi hanno avuto degli enormi problemi di sopravvivenza a causa di questa mini-glaciazione, che si è sviluppata con cambiamenti di temperatura sostanziali.

Se restiamo nel periodo degli ultimi 100 anni, ci sono stati dei cambiamenti climatici sostanziali, che sono avvenuti ben prima dell’effetto antropogenico, dell’effetto serra e così via. Per esempio, negli anni Quaranta c’è stato un cambiamento sostanziale. Poi c’è stato un cambiamento di temperatura che si collega all’uomo (non dimentichiamo che quando sono nato io, la popolazione della Terra era 3,7 volte inferiore a quella di oggi e che il consumo energetico primario è aumentato 11 volte). Questi cambiamenti hanno avuto effetti molto strani e contraddittori sul comportamento del pianeta. Vorrei ricordare che dal 2000 al 2014 la temperatura della Terra non è aumentata: essa è diminuita di 0,2 gradi e noi non abbiamo osservato negli ultimi 15 anni alcun cambiamento climatico di una certa dimensione. Questo è un fatto di cui tutti voi dovete rendervi conto, perché non siamo di fronte ad un’esplosione della temperatura.

La temperatura è aumentata fino al 2000: da quel momento siamo rimasti costanti, anzi siamo scesi di 0,2 gradi. Io guardo i fatti. Il fatto è che la temperatura media della Terra, negli ultimi 15 anni, non è aumentata ma diminuita.

Nonostante questo, ci troviamo di fronte ad una situazione assolutamente drammatica: le emissioni di CO2 stanno aumentando in maniera esponenziale. Tra le varie soluzioni dell’IPCC prevale la soluzione del business as usual. Essa è la soluzione più alta di tutte: indica che, effettivamente, anche grazie allo sviluppo della Cina e degli altri Paesi in via di sviluppo, l’aumento delle emissioni di CO2 sta avvenendo con estrema rapidità. Le emissioni stanno aumentando in maniera tale che, a mio parere, tutte le speranze che abbiamo di ridurre il consumo energetico facendo azioni politiche ed altro, sono contraddette dal fatto che oggi il cambiamento climatico del CO2 ha un aumento esponenziale senza mostrare una inversione di tendenza; sta crescendo liberamente.

Vorrei ricordare che l’unico Paese nel mondo riuscito a mantenere e ridurre le emissioni di CO2 sono gli Stati Uniti: non l’Europa, non la Cina, ma gli Stati Uniti. Per quale motivo? C’è stato lo sviluppo del gas naturale, che adesso sta rimpiazzando fondamentalmente le emissioni di CO2 dovute al carbone. Ricordiamo anche che il costo dell’energia elettrica in America è due volte il costo dell’Europa. Perché? Il consumo della chimica fine in Europa è deficitario e in crollo fisso, perché fondamentalmente in America si stanno sviluppando delle tecnologie grazie ad uno sviluppo tecnologico ambientale importantissimo, che ha permesso veramente di cambiare le cose. Questo dà un messaggio chiaro: soltanto attraverso lo sviluppo tecnologico possiamo cercare di entrare in competizione con gli altri Paesi e non attraverso misure come quelle dell’Unione europea, che sono sempre state misure di coercizione e di impegno politico formale, senza una soluzione.

Guardiamo la situazione americana (dove c’ è un progresso effettivo nel vantaggio tecnologico che crea business, posti di lavoro) e guardiamo la situazione europea. Secondo me, c’ è una grandissima differenza: anche le soluzioni provenienti dalle energie rinnovabili con gli sviluppi tecnologici nel campo del gas naturale si trovano in situazione estremamente difficile perché oggi il costo del gas naturale in America è un quinto di quello in Europa. In Europa il costo delle energie rinnovabili è superiore a quello del gas naturale. Pertanto, dobbiamo renderci conto che la soluzione tecnologica dipende da quello che vogliamo fare.

Sto portando avanti un programma che, a mio parere, potrebbe essere studiato con molta più attenzione anche dal nostro Paese: trasformare il gas naturale ed emetterlo senza emissioni di CO2. Il gas naturale è fatto di CH4, cioè quattro idrogeni e un carbonio. È possibile trasformare questo gas naturale, spontaneamente, in black carbon (grafite) ed idrogeno. Questa grafite, essendo un materiale solido, non rappresenta produzione di CO2. Quindi è oggi possibile utilizzare il gas naturale, di cui ci sono risorse assolutamente incredibili. Non mi riferisco tanto allo shale gas che, a mio parere, è una soluzione discutibile, ma soprattutto a quelli che si chiamano clatrati. Onorevoli, vorrei chiedere quanti di voi sanno cosa è un clatrato. Nessuno? Questo è il problema. È un problema molto serio.

Il mio parere personale è che si può portare avanti il programma attraverso l’innovazione tecnologica e lo sviluppo di idee nuove. Il programma è quello di evitare le CO2 emission utilizzando il gas naturale senza emissioni di CO2. Stiamo facendo degli esperimenti che dimostrano che effettivamente la cosa si può fare. Perché nessuno se ne occupa ancora? Mi piacerebbe saperlo.

 

Cambiamenti climatici: l’intervento del premio Nobel per la fisica e senatore a vita Carlo Rubbia, dinanzi alle commissioni riunite Affari esteri e Ambiente-territorio di Camera e Senato il 26 novembre 2014.  

 

Nicola Porro, https://www.nicolaporro.it/la-bufala-dei-cambiamenti-climatici-spiegata-dal-nobel-carlo-rubbia/