• Italia, Roma
  • 20/06/2019
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“Solo i non credenti credono che i credenti credono”: prova ne sono alcuni luoghi di pellegrinaggio, come Fatima, dove donne e uomini “credenti” arrivano per vivere un’esperienza fatta di dubbi, speranze, ricerca, desiderio di trovare un senso nella malattia, ma anche nelle relazioni di tutti i giorni. E’ quanto emerge da uno studio antropologico, in fieri, di Anna Fedele: i primi risultati li presenterà a Trento, martedì 29 novembre, alle ore 17 presso la Fondazione Bruno Kessler (Via Santa Croce 77). Organizza l’Istituto per le Scienze religiose di FBK in occasione del centenario delle apparizioni ai tre pastorelli. Originaria di Bolzano, Fedele è dottore di ricerca in antropologia presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e l’Universidad Autonoma di Barcellona. È ricercatrice senior presso il Centro in Rete di Antropologia dell’Istituto Universitario di Lisbona e si trova attualmente a Trento per una visita di ricerca presso il dipartimento di sociologia dell’Università di Trento.

 

L’intervista

Le abbiamo domandato cos’è Fatima dopo 100 anni e cosa può dirci oggi. 

Fatima si trova in un piccolo centro a un’ora di auto da Lisbona: è diventato il secondo più importante luogo di pellegrinaggio mariano dopo Lourdes, ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa Cattolica. Le apparizioni sono iniziate nel 1916 a quelli che sono noti come i tre pastorelli: Lucia, Giacinta e Francesco. Raccontano di aver visto un angelo, che poi è apparso loro altre due volte. In genere si tralasciano queste prime apparizioni e ci si concentra su quelle della Madonna. A mio avviso andrebbe studiato con più attenzione questo primo evento. Il 13 maggio del 1917 iniziano le prime apparizioni della Madonna a Cova da Iria. In realtà Fatima è il nome della parrocchia di appartenenza di questi pastorelli”.

Lei dice “la Madonna è apparsa”: vuol dire che crede a quei miracoli?

“Nel mio lavoro cerco di dare soprattutto spazio a quel che i fedeli dicono. Non è prioritaria la verità del fatto in sé, ma come questo venga vissuto e raccontato dai fedeli.  Altri antropologi tendono ad avere un atteggiamento ateo o agnostico: personalmente seguo una corrente sociologica, legata a Elisabeth Claverie, sociologa francese, che si avvale di un “teismo metodologico”, secondo il quale è importante, per comprendere i fenomeni religiosi, prendere sul serio quel che dicono i fedeli. Quando affermano di trovarsi di fronte alla Madonna o a quelli che definiamo “attori sociali metaempirici” è importante credere loro e capire quali significati attribuiscono a quegli eventi e con quali risvolti sociali”.

Dunque cosa hanno fatto succedere le apparizioni ai pastorelli?

“Innanzitutto è nata una città sono iniziati dei pellegrinaggi, ma Fatima ha avuto degli effetti sulla politica, sui papi degli ultimi 100 anni. Nel mio studio sono interessata agli aspetti storici, ma soprattutto a quelli antropologici”.

Come si è svolta concretamente la sua ricerca?

“Attraverso le “storie di vita”: con le persone intervistate non ho parlato solo di quel che hanno vissuto a Fatima, ma cerco di seguire tutta la loro evoluzione personale, sin dall’infanzia, e della loro famiglia. Per famiglia si deve intendere sia quella composta da persone vive o che non ci sono più, ma anche da santi, percepiti vicini alla famiglia da generazioni. Occorre cioè ricostruire un panorama relazionale entra il quale comprendere l’esperienza di Fatima”.

Cosa succede dunque oggi a Fatima? Che idea di religione emerge?

“Una religione vissuta, così definita per distinguerla da quella che emerge dalla Sacre Scritture o da quella predicata dai rappresentanti delle diverse religioni. Un fenomeno complesso dunque, non corrispondente ad una immagine standardizzata di “fedele”. Il ruolo dell’antropologo è di riuscire a fotografare un periodo di tempo, tenendo conto che la religione può cambiare di nuovo alla fine della ricerca. Per questo sono importanti le storie di vita e le interviste di follow up. “Solo i non credenti credono che i credenti credono”: diceva provocatoriamente la mia maestra Claverie. Voleva dire che la fede è un percorso tormentato, tra dubbi e ripensamenti. Quel che emerge dal mio studio è che i credenti non sono degli attori passivi della fede: criticano, mettono alla prova e adattano i rituali alle loro esigenze”.

Che differenza c’è tra questo tipo di fede, di chi si reca ad un santuario per chiedere una grazia, e la magia?

“A mio avviso la grazia è preghiera e relazione, la magia è un fenomeno complesso ma sostanzialmente diverso da una preghiera. Nella grazia c’è un attore metaempirico con cui si entra in relazione e che concede la grazia. Tutto questo manca nella magia. A Fatima le persone spesso si recano per “pagare una promessa”, come si dice in portoghese. Vuol dire che chi va in pellegrinaggio sembra lo faccia perché ha già ottenuto qualcosa dalla Madonna oppure perché vuole ottenere qualcosa che pagherà in futuro. In realtà dal mio studio emerge una prospettiva diversa: ci sono persone che vanno per chiedere qualcosa e poi tornano con una esperienza di fede completamente nuova. La Madonna viene vista come la madre: così come accade con le madri naturali ci si può rivolgere ad essa per chiedere qualcosa, ma anche semplicemente per avere una relazione con la persona che si ama e che sentiamo ci ama”.

Una dimensione al femminile della religione?

“La madre “dice sempre di si”: dal punto di vista dei fedeli c’è questa idea della madre che nutre e cura. Nel momento della difficoltà è a lei che ci si può rivolgere. La Chiesa da sempre insiste nel dire che Maria non concede la grazia, ma intercede presso Cristo. A mio avviso nella fede vissuta la Madonna ha delle forti componenti della divinità: per le donne rappresenta un modello irraggiungibile perché è vergine e madre assieme. Per una comune donna queste due cose sono per forza alternative. Esistono poi movimenti cattolici che spingono per il riconoscimento di Maria come corredentrice del mondo in quanto il suo ruolo di madre del Signore è fondamentale per la salvezza del mondo”.

A Fatima vengono anche i giovani? E’ un fenomeno che andrà a scomparire o ha un futuro?“

Non molti sono i giovani che frequentano il santuario, soprattutto arrivano dal Portogallo. Nonostante ciò penso che questi luoghi avranno un futuro: attraggono anche persone non cattoliche, musulmani o induisti. Fatima è un sito importante per gli immigrati, cattolici e non, e forse anche per questo continuerà ad essere meta di pellegrinaggi”.

Pubblicato su L’Adige del 29 novembre 2016

 

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