• Italia, Roma
  • 16/06/2019
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Assicura il co-curatore della mostra Francesco Leone: «Il progetto è portentoso e il risultato sarà epocale». Si potrebbe pensare a un eccesso retorico. Ma stavolta ha una sua aderenza alla realtà. Leone, storico contemporaneista, cura e coordina con Arnold Nesselrath, delegato per i dipartimenti scientifici ed i laboratori di restauro dei Musei Vaticani, e Alessandra Di Castro, direttrice del Museo Ebraico di Roma, la mostra La Menorà. Culto, storia e mito, che si aprirà il 15 maggio prossimo parallelamente nel Braccio di Carlo Magno, ai Musei Vaticani, e proprio nel Museo Ebraico romano, nei sotterranei del Tempio Maggiore di Lungotevere Cenci. È il primo progetto comune tra le due istituzioni culturali: l’immenso museo vaticano e il piccolo ma ricchissimo scrigno della comunità ebraica.

Un’intesa storica piena di rinvii culturali, religiosi, storici, diplomatici che arriva dopo le tre visite di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco alla Sinagoga nel cuore dell’antico ghetto, chiuso per secoli in un odioso recinto dal potere papale, e ora crocevia di un dialogo interreligioso sempre più fertile e in continua crescita.

La presentazione avviene infatti proprio al Museo Ebraico: accanto ai curatori, la nuova responsabile dei Musei Vaticani, Barbara Jatta, con i cardinali Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e Kurt Koch, presidente della Commissione per le Relazioni religiose con gli Ebrei. Con Alessandra Di Castro, il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, e la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello. Un parterre impensabile appena pochi anni fa, ora possibile per studiare insieme un oggetto che, secondo il libro dell’Esodo , sarebbe stato fatto forgiare in oro puro da Mosè per ordine del Signore.

Il progetto, spiegano Barbara Jatta e Alessandra Di Castro, ha richiesto tre anni e mezzo di lavoro per costruire una mostra dedicata a un simbolo millenario che nessuno potrà vedere semplicemente perché, arrivato a Roma nel ’70 dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte delle truppe romane dell’imperatore Tito, il candelabro è sparito dal V secolo, quando venne razziato dai Vandali di Genserico nel sacco del 455. Ma è rimasto, come spiega il Rabbino Di Segni, «il logo dell’ebraismo mondiale», un oggetto sospeso tra simbolo, fede, leggenda, capace però di unire ebraismo e cristianesimo, basta ammirare l’immenso Candelabro Trivulzio nel Duomo di Milano, evidentissima citazione del sommo modello: in entrambi i casi, allegoria della luce divina che si spande sul mondo.

In quanto alle leggende, la più ricorrente vede la Menorà nascosta da secoli nei depositi segreti vaticani. Ironizza il Rabbino Di Segni: «Non è così…. Almeno speriamo! In realtà bisognerebbe cercare in qualche sotterraneo a Gerusalemme, perché lì la Menorà sarebbe forse tornata».

In assenza dell’originale, la mostra esporrà preziosi prestiti dal Louvre di Parigi, dalla National Gallery di Londra, dall’Israel Museum di Gerusalemme, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, dal Museo Sefardi di Toledo e da molte altre prestigiose istituzioni internazionali. Da New York è già arrivata la proposta di una seconda tappa.

La Menorà in mostra unisce Musei Vaticani e Museo Ebraico, di Paolo Conti, in “Corriere della Sera” del 21 febbraio 2017

 

 

Nel segno della Menorà s’illumina il dialogo tra le fedi
di Ariela Piattelli

Da Mosè ai giorni nostri: il viaggio del candelabro ebraico in una mostra che si aprirà a maggio ai Musei Vaticani e al Museo della Comunità di Roma. Prima collaborazione tra due soggetti che si mettono in gioco per condividere un reciproco cammino

Quando si accendeva la Menorà nel tempio di Gerusalemme, tutta la città si illuminava. È una delle leggende attorno al candelabro ebraico, che con una storia plurimillenaria dalla Torà passa per Gerusalemme e Roma, dal Tabernacolo di Mosè arriva al Museo del Louvre. Il viaggio della lampada a sette bracci, simbolo identitario del popolo ebraico, lo racconta una mostra, imponente sia per ciò che espone, opere e esemplari da musei e collezioni private del mondo, sia per quel che rappresenta, ovvero la prima collaborazione tra Stato del Vaticano e Comunità Ebraica di Roma. Segno di dialogo, al lavoro. «Menorà: culto, storia e mito», dal 15 maggio al 23 luglio a Roma, presso il Braccio di Carlo Magno dei Musei Vaticani e il Museo Ebraico, è a cura di Arnold Nesselrath, delegato per i Dipartimenti Scientifici e i Laboratori di Restauro dei Musei Vaticani, di Alessandra Di Castro, direttrice del Museo Ebraico di Roma, e dello storico dell’arte Francesco Leone.

Il logo del popolo ebraico

«La Menorà è come se fosse il logo del popolo ebraico», ha detto il rabbino capo Riccardo Di Segni durante la presentazione di ieri al Museo Ebraico di Roma. «La mostra è un importante segno di dialogo». Il candelabro a sette bracci è un simbolo che si configura come messa in atto del dialogo «ed è la sua luce che conduce tutti noi», afferma il cardinale Giuseppe Bertello. «Papa Francesco ci dice di creare ponti», spiega la direttrice dei Musei Vaticani Barbara Jatta. «Questa mostra, importante sia dal profilo artistico sia di relazioni tra le istituzioni, è un ponte. D’altra parte la bellezza unisce».

Quaranta chili d’oro

Un’équipe di studiosi ha lavorato tre anni per arrivare all’obiettivo. «È segno di collaborazione riuscita tra ebrei e cristiani», aggiunge il cardinale Kurt Koch, «nella città in cui vivono gli uni accanto agli altri da oltre venti secoli». Roma, dove la Menorà da storia è diventata leggenda, «è la location naturale di questa mostra», spiega il presidente della Comunità Ebraica Ruth Dureghello. «Le religioni si mettono in gioco per un reciproco cammino».
Quello della Menorà è un viaggio avvincente, costellato di colpi di scena e capovolgimenti, come nella sceneggiatura di un kolossal. La mostra, attraverso 130 opere, ne segue le tracce dall’antichità fino al XXI secolo. Il candelabro a sette bracci fa la sua prima apparizione nel libro dell’Esodo, quando Dio ordina a Mosè di forgiarla in oro per il Tabernacolo, poi arriva nel Tempio di Gerusalemme come segno dell’alleanza con il popolo d’Israele, e con Tito nel 70 d.C. approda a Roma assieme agli ebrei fatti schiavi, come è immortalata nell’arco di trionfo dedicato all’imperatore; quindi finisce nel Templum Pacis, e in seguito è razziata dai vandali di Genserico. Da lì se ne perdono le tracce, e così il candelabro, quaranta chili d’oro puro in un’unica colata, esce dalla storia per entrare nel mito.

Del suo destino non vi è più traccia, una leggenda la vuole inabissata nel Tevere.
«La prima raffigurazione della Menorà è sul conio, in mostra, di una moneta del primo secolo prima di Gesù in Palestina», spiega lo studioso Amedeo Spagnoletto «anche per questo è stata scelta dallo Stato d’Israele come simbolo che da religioso e divenuto nazionale». Un pezzo unico che sarà in mostra è la pietra dell’antica sinagoga di Magdala risalente al I secolo a.C. «È a Roma, in età imperiale, che la Menorà diventa il simbolo più rappresentativo della cultura e della religione ebraica», spiega Leone, «nel momento in cui si definiscono i simboli del cristianesimo. Ed è così che l’oggetto inizia a comparire, e a moltiplicarsi in ogni dove, a Oriente e a Occidente». Iscrizioni nelle catacombe ebraiche, gioielli, pietre e monete. La lampada a sette bracci compare ovunque.

E dal Medioevo la riprende anche il cristianesimo.

«Con la Menorà i cristiani evocano la loro radice ebraica e la storia dell’Impero Romano», spiega Nesselrath. «Per i cristiani è sintesi dell’ebraismo e di ciò che hanno fatto gli imperatori. La mostra è un segno di pace». Così ecco il candelabro a sette bracci nelle chiese: in mostra alcuni monumentali esemplari dal Santuario della Mentorella, il più caro a Giovanni Paolo II, dal Duomo di Prato e da quello di Pistoia, e due candelabri del XVIII secolo provenienti da Palma di Maiorca.

Un simbolo eterno

Nelle opere d’arte la Menorà diventa una parte che racconta il tutto, spiega Alessandra Di Castro: «La sua forza sta nel suo rapporto dialettico con i tempi che cambiano». In pittura gli artisti la vogliono per raccontare la distruzione del Tempio di Gerusalemme: in mostra i dipinti di Giulio Romano, Andrea Sacchi, Marc Chagall e Nicolas Poussin, provenienti dal Louvre di Parigi e dall’Israel Museum. «La complessità del linguaggio artistico contemporaneo investe la Menorà», dice Leone. «In mostra anche inedite forme espressive».
Alla «call» hanno risposto molti musei internazionali: oltre al Louvre, tra gli altri, la National Gallery di Londra, il Kupferstichkabinett di Berlino, il Jewish Museum di New York, la Biblioteca Ambrosiana di Milano e i musei ebraici italiani; quello di Casale Monferrato manda uno Shiviti del 1700, ovvero un salmo rappresentato come una Menorà. E per mostrare come l’oggetto fosse anche nel quotidiano, ci sarà una medaglietta da automobile, commissionata da una contessa padovana negli Anni 20.
«La Menorà rappresenta la tensione alla luce e alla spiritualità, è la tensione messianica, di redenzione, e del ritorno in Israele», dice Spagnoletto. «A differenza di altri simboli che hanno perso vigore, ha superato la crisi “post Tempio”, ed è diventata eterna». La tiene viva la sua luce.

in “La Stampa” del 21 febbraio 2017

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