• Italia, Roma
  • 17/07/2019
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In questi giorni sui social girava questa riflessione di Erri De Luca sulla Pasqua. Sarebbe interessante comunicarci riflessioni tra credenti e non credenti sull’esperienza del passaggio, del viaggio, della migrazione.

“Pasqua è voce del verbo “pèsah”, passare.
Non è festa per i residenti,
ma per migratori che si affrettano al viaggio.
Da non credente vedo le persone di fede così,
non impiantate in un centro della loro certezza
ma continuamente in movimento sulle piste.
Chi crede è in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere,
scruta perciò ogni segno di presenza.
Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi.
Perciò vedo chi crede
come uno che sta sempre su uno “pèsah”, passaggio.
Mentre con generosità si attribuisce al non credente
un suo cammino di ricerca,
è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai,
chi non si azzarda nell’altrove assetato del credente.
Ogni volta che è Pasqua,
urto contro la doppia notizia delle scritture sacre,
l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme.
Sono due scatti verso l’ignoto.
Il primo è un tuffo nel deserto
per agguantare un’altra terra e una nuova libertà.
Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa,
verso la più integrale resurrezione.
Pasqua/pèsah è sbaraglio prescritto,
unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere.
Inciampo e resto fermo,
il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me,
che pure in vita sua ha salito e sale cime celebri e immense.
Restano inaccessibili le alture della fede.
Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi
dove ci sono muri e sbarramenti,
per voi apertori di brecce,
saltatori di ostacoli,
corrieri a ogni costo,
atleti della parola pace. ”

PASQUA, FESTA PER MIGRATORI IN VIAGGIO, di Erri De Luca

 

6 thoughts on “Il vero significato della Pasqua: una festa dei migratori in viaggio

  1. Mi colpisce di questa riflessione la ridefinizione e il ribaltamento dell’esperienza di fede:
    “Mentre con generosità si attribuisce al non credente
    un suo cammino di ricerca,
    è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai,
    chi non si azzarda nell’altrove assetato del credente.”
    In questa ermeneutica dell’esperienza di fede credente e non credente sono identificati dalla sete per l’altrove – il credente – e dal rimanere seduto nella sua condizione – iil non credente.

  2. Ho ricevuto in questi giorni molti messaggi di auguri, ma potrei dire in nessuno ho trovato questo senso del passaggio, dell’andare oltre, del costruire ponti, dell’aprire brecce, del saltare gli ostacoli …
    Una Pasqua così mi pare molto più interessante di quella bigotta e qualunquista molto diffusa.

  3. Diodato ha commentato così questo brano di Erri De luca sul gruppo didattica ermeneutica di WhatsApp:
    “… Il tema di Erri de Luca, mi rimanda ad un augurio che tanti anni fa, ancora universitario, ci faceva un sacerdote molto caro, mons. Luigi Giussani, il quale sul nostro essere cristiani in crescita e tesi a vivere l’Ideale, cioè la Persona di Cristo, ci diceva: vi auguro di non essere mai “tranquilli”, perché chi conosce Cristo e a Lui tende, non può vivere, non può sostare nella tranquillità”, con tutte le conseguenze immaginabili. Grazie di nuovo per il brano. …”

  4. L a Pasqua ci spinge a riconsiderare e superare il concetto del limite. Alcune religioni hanno la capacità di considerare il limite come radice di apertura. Il concetto di limite non mai è immediatamente risolvibile in quello di imperfezione. Anzi, una consapevole accettazione del limite apre la strada ed è capace di alimentare il fascino delle frontiere. L’accoglienza del limite si pone come inizio del desiderio di apertura verso l’oltre, se non proprio come esplicito segno della “nostalgia dell’Altro”. Dietrich Bonhoeffer vi vede il passo decisivo che la persona è chiamata a compiere per entrare nella condizione di responsabilità. Il limite finisce così per essere positivamente il luogo della presa d’atto dell’umanità e della unicità dell’uomo. Questo non significa un elogio del limite tout court né accoglienza acritica e quasi rassegnata dell’imperfezione; è, piuttosto, elogio dell’essere umano che si realizza e si spende in un orizzonte fatto, sì, di limite, ma contemporaneamente consapevole di essere chiamato a realizzazioni capaci di dare senso pieno alla sua esistenza. (vedi: Limite. È l’inizio dell’apertura, di Nunzio Galantino, in “Il Sole 24 Ore” del 27 marzo 2016)

  5. Riportiamo alcune risposte dall’intervista intervista a Pierre Riches a cura di Antonio Gnoli
    in “la Repubblica” del 27 marzo 2016.
    … Non nasciamo con la garanzia di fare il bene.
    «Perderemmo il senso della libertà».
    Ma il male non è la sconfitta di Dio?
    «È quello che pensava Dostoevskij. Ma il punto è un altro. Gran parte dei nostri mali sono direttamente o indirettamente causati da noi. Frutto della nostra libertà usata dissennatamente».
    Distinguerebbe tra il male e la sofferenza?
    «Il male provoca la sofferenza, ma non necessariamente è vero il contrario. La sofferenza del giusto è anche il passaggio alla luce attraverso la Croce, forse la sola via di salvezza, se si vuole conservare la libertà. Mi viene in mente un proverbio inglese: “È meglio avere amato e perduto, che non avere mai amato”».
    Cosa c’entra con Dio?
    «Forse Dio, essendo amore, ha preferito amare e perdere un po’ che non avere mai amato».
    …. Parlavamo prima del male.
    «Si può combattere ed equilibrare con il bene».
    Anche oggi, con tutto quello che ci sta accadendo?
    «Soprattutto oggi. Il Cristo ci porta due grandi speranze: una per questa terra e una dopo la morte. Ci insegna come dobbiamo vivere e agire. Mi torna in mente “il discorso della Montagna”, lo si trova sia in Matteo che in Luca. Ci spiega che è solo amando che possiamo vivere bene e ci dice che amare vuol dire dare e perciò anche rinunciare. Solo così possiamo rompere la catena degli egoismi e delle paure».

  6. Francesco: «Bisogna farsi carico della tragedia dei rifugiati»
    di Carlo Marroni, in “Il Sole 24 Ore” del 18 settembre 2016

    Francesco e i rifugiati. «È la crisi umanitaria più grave dopo la seconda guerra» dice il Papa parlando dei 65 milioni di profughi nel mondo oggi. Parla agli ex allievi degli istituti dei gesuiti e a loro affida una riflessione sul tema centrale di questo pontificato, talmente importante che Bergoglio si è tenuto per sé le “deleghe” del dicastero vaticano competente per le migrazioni. «Un numero mai raggiunto prima di rifugiati muore tentando di attraversare il Mediterraneo, che è diventato un cimitero, oppure trascorre anni e anni nei campi» dice il Pontefice che ha anche incoraggiato a «dare il benvenuto ai rifugiati nelle vostre case e comunità, in modo che la loro prima esperienza in Europa non sia quella traumatica di dormire al freddo nelle strade, una accoglienza calda e umana». Anche se conflitti come quelli in Siria o in Sud-Sudan, ha detto, «sembrano irrisolvibili», bisogna farsi carico della «tragedia umana dei rifugiati». Lancia un appello agli ex allievi ma è per tutto il mondo: «Ricordate che l’autentica ospitalità è un profondo valore evangelico, che alimenta l’amore ed è la nostra più grande sicurezza contro gli odiosi atti di terrorismo. Molte porte vi sono state aperte grazie alla educazione ricevuta dai gesuiti, mentre i rifugiati trovano molte porte chiuse».

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