• Italia, Roma
  • 16/06/2019
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«Cambiare politiche, non solo politici. Se non cambiano le politiche, il politico cambiato si logora anche in due anni». Quasi uno scioglilingua, ma condito con un sorriso ammiccante. Dal suo ufficio di Bologna Romano Prodi, padre fondatore del Pd in ritiro politico, osserva le elezioni di domenica, le maggiori città del paese governate da partiti che non esistevano fino a pochi anni fa, e manda un messaggio a Palazzo Chigi.

 

Intervista a Romano Prodi

Esplode il mappamondo politico. Cosa sta succedendo?

«Non basta guardare il voto di questa o di quella città. C’è un’ondata mondiale, partita in Francia, ora in America. Lo chiamano populismo perché pur nell’indecifrabilità delle soluzioni interpreta un problema centrale della gente nel mondo contemporaneo: l’insicurezza economica, la paura sociale e identitaria».

I populismi sono figli solamente di una crisi di paura?

«La paura di non farcela è tremenda ma non immaginaria. La chiami iniqua distribuzione del reddito, ma per capirci è ingiustizia crescente. Quando chiedo ai direttori di banca: quanti dipendenti avrete fra dieci anni?, mi rispondono: meno della metà. L’iniquità post-Thatcher e post- Reagan si è sommata alla dissoluzione della classe media, terribile tendenza di tutte le economie sviluppate e di mercato, e sotto tutti i regimi».

Cos’è classe media?

«Nel senso più ampio possibile, chiunque avesse una sicurezza anche modesta sulla propria vecchiaia e sul futuro dei figli. Ma il pensionato che diceva orgoglioso “io non ce l’ho fatta, ma mio figlio è laureato”, ora non lo dice più. L’ascensore sociale si è bloccato a metà piano e dentro si soffoca».

I Cinquestelle gridano “onestà- onestà”, sembra soprattutto una rivolta morale…

«La disonestà pubblica peggiora le cose, ma la radice è la diseguaglianza. Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga… Ma alla fine la mancanza di tutela nel bisogno scatena un fortissimo senso di ingiustizia e paura che porta verso forze capaci di predicare un generico cambiamento radicale».

La rabbia poteva avere altri sbocchi politici, non crede?

«Quando il socialismo era all’opposizione appariva come la grande alternativa. Ma cos’è successo poi? Una fortissima omologazione delle politiche, da Clinton alle grandi coalizioni tedesche all’Italia… Non mi faccia dire del “partito della nazione”, ma è chiaro che qualcosa del genere è accaduto anche qui».

Una politica uniformata fa nascere i populismi?

«No, lo fa una politica uniformata quando occupa tutto il campo, ma non sa dare soluzioni. Allora la rabbia della gente crea un altro campo. Se il voto diventa liquido, è per questo. Quando tu vedi che solo il centro storico delle città è rimasto ai partiti della sinistra… Vogliamo chiederci perché Trump è odiato a Wall Street e osannato dai metalmeccanici del Michigan? È un leader più europeo di quel che pensiamo, non è semplicemente reazionario ma tocca, certo in modo sbagliato, le paure reali del ceto medo».

Ma anche quando la politica tradizionale dà soluzioni, perde. Piero Fassino amareggiato dice che non basta più governare bene.

«Fassino ha governato bene, nessuno ne dubita, ma chiunque governi oggi viene identificato col potere costituito, ed è un bersaglio. Il gioco è molto più grande di un municipio, il problema è che alle grandi forze politiche nazionali manca un’interpretazione della storia e del presente».

Un problema di questa classe politica di governo?

«Non si tratta di cambiare i politici ma di cambiare politiche. Cambiare i politici è condizione necessaria ma non sufficiente».

Be’, i politici di governo li abbiamo cambiati da poco.

«Se non cambi le politiche, il politico cambiato invecchia anche in un paio d’anni… C’è sempre un’usura, e corre veloce. La mancanza di risposte efficaci logora. E al momento si sente la mancanza di risposte che affrontino il problema delle paure e delle cause reali delle paure».

È un Pd de-ideologizzato che non ha queste risposte?

«Rifiutare le strettoie delle ideologie è diverso dal non avere radici e risposte fortemente orientate. Non abbiamo un Keynes, un progetto per uscire in modo collettivo dalla crisi. Quando governi, devi dare operativamente il messaggio che sai affrontare i problemi, e questo non lo puoi fare senza il coinvolgimento di una forte base popolare nel cambiamento delle politiche. Devi dimostrare di capire e di andare incontro ai problemi. Il rinnovamento per il rinnovamento non è una risposta sufficiente».

C’entra anche la personalizzazione della politica? Paradossalmente, quando Grillo si eclissa i Cinquestelle vincono, mentre il Pd, dove Renzi “pone la fiducia”, soffre..

«Di fronte alla crisi la prima risposta è sempre quella della forte personalizzazione, sia da parte dei governi che dei populismi. Ma dura poco, perché la realtà la mette alla prova dei fatti. La gente vota i politici perché spera che cambino le cose, la personalizzazione è un riflesso. Infatti in queste elezioni hanno vinto dei volti sconosciuti. La personalizzazione non regge se non cambia le cose, o non dà almeno la speranza concreta di poterle cambiare».

I trionfatori di queste elezioni vincono perché danno questa speranza?

«Hanno risposte emotive e confuse, semplici motti specifici su angosce specifiche, via gli immigrati, punire le banche, ma neanche una riga che spieghi come potrebbero fare. Ma il loro vantaggio è un altro: sanno adattarsi alle paure. Questi movimenti nascono in genere molto di parte, orientati, partigiani. Hanno un certo successo poi si fermano, perché le loro soluzioni mostrano un limite ideologico. E allora si allargano da destra a sinistra e da sinistra a destra. Marine Le Pen è stata la prima a capire i limiti di un populismo di parte, e ha “ucciso il padre”. In quel momento è diventata una potenziale presidente della Repubblica francese. In Italia sta succedendo la stessa cosa».

È il limite che ha cercato di superare Salvini?

«Ma prima di lui è arrivato il Movimento Cinquestelle. Hanno capito per primi che bisogna cavalcare la protesta, non una protesta. Guardi il loro atteggiamento sull’immigrazione: prese di posizione così inafferrabili da poter essere interpretate sia in senso di destra che di sinistra. E dalle analisi che leggo, ha funzionato: prendono voti anche fra gli anziani delle periferie metropolitane, i ceti deboli tra i quali la paura dell’immigrato è più forte».

Professore, lei si tiene lontano dalla politica italiana, ma qui c’è una morale, no?

«Progetto e radicamento popolare. Il cambiamento possibile, fatto entrare nel cuore della gente. Il solo ad averlo capito è papa Francesco».

Prodi, messaggio al governo “Due anni bastano per logorarsi necessario cambiare politiche”, a cura di Michele Smargiassi, in “la Repubblica” del 22 giugno 2016

 

Sinistra, vecchia e nuova unico cantiere
di Mario Tronti

«Impraticabilità di campo», è il sottotitolo di questo libro di Goffredo Bettini: La difficile stagione della sinistra (Ponte Sisto, 2016, pp. 325). C’è un punto interrogativo, nel sottotitolo. Lo possiamo togliere, almeno provvisoriamente, a leggere i risultati, primo e secondo turno, delle ultime elezioni amministrative.

«Campo» è un concetto che sta molto a cuore all’ultimo Bettini. Andrebbe definito così, organizzato così, a suo dire, quello che è lo spazio, sociale e politico, di una sinistra, oggi.
Campo plurale e unitario, coeso ed esteso, mille fiori, mi pare di aver capito, pur in un partito a vocazione maggioritaria.

Il libro vede un dialogo serrato, a volte brillante, a volte pensoso, con Carmine Fotia. Dodici capitoletti, che vanno da Disciplina, Potere, Nostalgia ad una approfondita considerazione su Europa. In mezzo, una lettura, molto personale, dell’attuale fase politica e una lunga digressione sulle vicende del Pd romano: su queste ultime mi permetterò di sorvolare.
Bettini, come tutti sanno, è stato per molto tempo dominus, nell’ambiente politico e culturale della capitale, segretario della Federazione romana del Pci, da giovanissimo membro della Direzione del partito, protagonista nelle successive esperienze, Pds, e Ds, ai vertici del Pd, nel suo incipit veltroniano. Dal chiudersi di quella breve stagione, ha tratto la scelta di uno splendido isolamento. Credo gli abbia fatto bene. I suoi pensieri adesso volano più liberi, rompono gli schemi angusti delle emergenze quotidiane, con i loro riti e linguaggi freddi e consueti, nutre la passione politica con una bella cultura: nel libro, trovate citazioni da Baudelaire a Leopardi, da Jünger a Heidegger, da Severino a Canetti e altri, di questo calibro. L’autore possiede del resto una intelligenza politica lucida, con cui ho trovato spesso il piacere di confrontarmi. Ma chiudiamo con gli elogi e veniamo al merito.

«La politica, in particolare il Pci, mi ha formato alla disciplina, alla responsabilità verso se stessi e verso gli altri», scrive Bettini. Disciplina come autodisciplina, qualcosa che non viene dall’alto ma da dentro, non imposta ma scelta. Coincide con la vera libertà. Libertà anzitutto dal potere: che è come una droga. «Produce nel cervello sostanze assuefacenti. Ti si appiccica facilmente addosso e dopo non ne puoi più fare a meno». La politica per il potere ha sostituito il potere per la politica: da mezzo è diventato fine. Tra l’altro, piccolo ma consistente potere, locale e personale. «È cresciuta una generazione di quadri abituata a navigare, a barcamenarsi, la cui parte più di talento occupa postazioni importanti nelle città, nelle regioni o nel governo nazionale. Prevalgono la prudenza, il silenzio, l’ambiguità, la manovra di aggiramento, il segnale, il far intendere…».

Giudizi troppo severi? Non saprei. Detti comunque da uno che ha visto questo spettacolo intorno a sé. «Non è che sono diventati tutti cattivi. Nessuno è totalmente bianco o nero. La verità è che ci adatta dentro le forme che si trovano e si accettano». Le forme, appunto, ancor prima dei programmi. Non è in questi ultimi il difetto, nemmeno nelle loro realizzazioni, sbagliate o mancate che siano. «Il passaggio tra il Novecento e il nuovo millennio ha consumato le nostre strutture e categorie residuali: le alleanze, i blocchi storici e sociali e la loro composizione e scomposizione, l’unità della nazione, ’gli italiani’, le coalizioni, i partiti pesanti e leggeri, le lotte di massa e la conquista delle casematte». Nostalgia per questo mondo perduto. Abbiamo passato gli ultimi decenni a cantare le magnifiche sorti e progressive dei nuovi inizi. E invece è dalla presa d’atto di questa tragedia che nuovi pensieri e nuove pratiche dovrebbero ripartire, non per riformare ma per rivoluzionare, le attuali “forme” della politica: «Nelle attuali ’forme’ non c ‘è alcun recupero della devastazione culturale e antropologica che è in atto».

Stiamo parlando, ve ne sarete accorti, anche dei numeri che ci sono piovuti addosso, come un temporale d’estate, la notte di domenica. Mi sento di sottoscrivere queste parole di Bettini, cariche di passione politica realistica: «Sai quanto ho amato Roma. L’ho descritta in un mio libro: scanzonata e generosa, disincantata e partecipe, ferita dal tempo ma fortemente vitale. Oggi è insopportabile, stressata e cattiva: un grande pachiderma che si muove per colpire alla cieca».
Aggiungo io. Il dramma, da cui occorre trovare il modo di uscire al più presto, con tutti i mezzi, è la terribile corrispondenza che si crea tra il degrado nelle forme della politica e il degrado nelle forme della rivolta contro la politica.
È fatale. Quando il potere si fa oligarchico, la contestazione del potere si fa plebea. E non è solo Roma, nemmeno solo Italia, è Occidente, Europa e, vediamo, Stati Uniti.

Ho fatto parlare solo il libro. Penso che così bisogna fare quando di un libro si parla. Nella conversazione con Fotia, si incontrano poi tanti altri temi. Ma il punto di problema è nel titolo. Sì, è proprio difficile questa stagione della sinistra. È un passo avanti che Bettini dica sinistra più che centrosinistra: quindi un campo che, in quanto tale, in quanto forza di sinistra, ambisce a conquistare un consenso maggioritario. È una sfida. Le difficoltà servono, non per fermarsi, o per tornare indietro, ma per rilanciare idee e pratiche in avanti. Mi pare questo il senso propositivo del libro. Il passaggio stretto consiglia forse una scelta netta. Non è vero che sinistra esiste in natura. Esiste nella storia. E cambia di forma, di forza, di conflitti e di senso nel corso della storia.
Allora, la devi ogni volta reinventare: è accaduto che andava ricostruita, è accaduto che andava costruita. Credo che le due esigenze si presentino oggi insieme. Ricostruire vuol dire ristrutturare le fondamenta date dalle grandi gloriose esperienze del passato. Costruire vuol dire progettare un disegno nuovo dell’edificio, moderno ma solido, affascinante e funzionante. Fuor di metafora, vecchia e nuova sinistra è bene che lavorino, sodo, in unico cantiere: a rendere praticabile il campo.

di Mario Tronti, “il manifesto” del 23 giugno 2016

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