• Italia, Roma
  • 17/07/2019
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«Per interpretare gli attentati di Bruxelles così come quelli che hanno insanguinato Parigi, non servono categorie concettuali come “ritorsione”, “vendetta”. Ciò che la nebulosa jihadista ha messo in campo seminando morte e terrore nel cuore dell’Europa è un esercizio di potenza. Rivolto anzitutto al mondo dell’Islam radicale e fondamentalista. Il messaggio è chiaro: possiamo colpire ovunque, siamo noi l’esercito del Saladino». A sostenerlo Nabil El Fattah, già direttore del Centro di Studi strategici di Al- Ahram del Cairo, tra i più autorevoli studiosi arabi dell’Islam radicale armato. L’Isis ha rivendicato i sanguinosi attentati di Bruxelles.

 

Intervista a Nabil El Fattah
a cura di Umberto De Giovannangeli

Quali sono i messaggi che si celano dietro questa mattanza?
«Il messaggio è unico, ma i destinatari sono molteplici. Per quanto riguarda l’Europa, l’Isis agisce come uno Stato che porta la guerra nel cuore di quell’Europa che ha osato contrastare il Califfato in Siria e in Iraq. Se ci attaccate a Raqqa, se provate a colpire Mosul, la nostra reazione sarà immediata e devastante. Hanno dimostrato di saper coniugare parole e fatti. Ma l’altro destinatario di questo messaggio insanguinato è per certi versi ancora più importante nell’ottica del Daesh: è il variegato mondo dell’Islam radicale, del quale l’Is sta diventando sempre più il dominus. In questo universo è in corso da tempo una lotta per l’egemonia, con l’Isis che sta soppiantando al Qaeda. Una egemonia che non si fonda solo sulla capacità terroristica-militare ma sulla suggestione che il “Califfato” mostra di saper esercitare soprattutto nel mondo sunnita».

A cosa si riferisce, professor El Fattah?
«All’idea di Stato. Ecco il vero salto di qualità politico-culturale che l’Isis ha compiuto rispetto ad al Qaeda: non si tratta più di portare la Jihad in Occidente, ma di realizzare uno Stato della Jihad che estende progressivamente i propri confini, tessendo alleanze militari, scendendo a patti con le tribù sunnite che controllano i territori, facendo leva sulla più grande paura che oggi attanaglia il mondo sunnita…».

Di quale paura si tratta?
«La paura di finire sotto il tallone sciita. La penetrazione del Daesh in Iraq e poi in Siria, non si spiega solo con la forza militare messa in campo. Almeno agli inizi, i miliziani di al-Baghdadi sono stati visti dalle popolazioni sunnite dell’Iraq come una sorta di armata di liberazione, di coloro che li avrebbero protetti dal potere sciita che governava a Baghdad. Nei Territori conquistati il Daesh ha istituito un suo “welfare”, messo in piedi ministeri, creato una polizia, insomma governa. Col terrore, certamente, ma non solo. Perché se fosse solo terrore non si spiegherebbe l’attrazione esercitata su migliaia di giovani europei, non solo musulmani, che hanno ingrossato in questi anni le fila dell’Is. E molti di questi foreign fighters vengono dall’Europa, in particolare da Francia e Belgio, e non è un caso che gli atti di guerra più devastanti portati a compimento in questi mesi dall’Is siano stati proprio questi due Paesi».

L’Europa reagisce a questi atti di guerra blindando le sue frontiere.
«È una reazione comprensibile, quasi meccanica dopo tragedie di tale portata, ma è una reazione che non risolve il problema, semmai rischia di aggravarlo. Perché l’Europa ha già al proprio interno un mondo che se non partecipa attivamente alla pratica terroristica, non ne è neanche ostile. Si badi bene, non è un discorso che può essere ridotto ad un dato meramente economico o sociale: l’emarginazione spiega in minima parte il perché l’Isis attiri giovani musulmani europei di seconda e terza generazione. Basta studiare le biografie di alcuni dei foreign fighters europei morti in Siria o in Iraq o anche di alcuni degli attentatori di Parigi: non siamo di fronte a dei disperati che devono vendicarsi della fame patita, ma abbiamo a che fare con individui che trovano nella suggestione politico-terroristica del Califfato un ancoraggio identitario, una ragione di vita e di morte. Per contrastare questa deriva, non è solo questione di intelligence, di sicurezza, di militarizzazione delle città, tanto meno di bombardare a tappeto Raqqa o un domani Mosul. Quella che va condotta è anche una battaglia culturale».

Condotta con l’Islam o contro l’Islam?
«Il regalo più grande che si potrebbe fare a quella che resta comunque una minoranza nell’immenso mondo arabo e musulmano, è riesumare teorie quale lo “Scontro di civiltà” o arrivare alla conclusione che l’Islam in quanto tale sia inconciliabile con la democrazia e il dialogo. Oggi, l’Europa piange i suoi morti, ma non si deve dimenticare mai che i primi ad essere colpiti dai jihadisti del Daesh e dai loro alleati, sono proprio i musulmani che non si piegano alla dittatura della sharia. Al tempo stesso, la lotta di liberazione dal fanatismo integralista deve venire dal di dentro dell’Islam, perché non vi sarà nessuno che dall’esterno ci libererà da questo cancro».

in “l’Unità” del 23 marzo 2016

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