• Italia, Roma
  • 27/05/2019
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Dunque l’uomo — l’umanità — è per sua natura buono o cattivo?
E, se è buono, che cosa lo rende cattivo?
Oppure, se è malvagio, che cosa lo può redimere?
Forse la cultura, cioè l’educazione?
O la bellezza (per esempio l’arte, per esempio la musica)?
Oppure la legge (quella dell’uomo, ma anche quella di Dio)?

Abbiamo chiesto a nove studiosi — medici, scienziati, filosofi, teologi, umanisti, artisti — di provare ad affrontare queste duedomande. Quelle che seguono sono le loro risposte.

 

 

La croce indica la via del riscatto
di Giannino Piana

Bene e male, altruismo ed egoismo appartengono entrambi all’esperienza dell’uomo (di ogni uomo). Le ragioni di questa ambivalenza, che provoca uno stato di lacerazione interiore, sono diverse. La teologia cristiana, che aveva in partenza una visione positiva dell’uomo —nell’Eden egli vive in perfetta armonia con Dio, con gli altri e con il mondo — ha fatto appello, per spiegare la genesi del male morale, al racconto mitologico del «peccato originale», una misteriosa caduta, dalla quale discende la situazione di squilibrio in cui l’umanità versa. 11 male, che precede di per sé la comparsa dell’uomo — basti ricordare qui la violenza presente nel mondo animale — si consolida e si dilata in conseguenza dei peccati degli uomini. La storia del genere umano è costellata di episodi drammatici di violenza e di morte. 11 male assume — è questa la lettura che ne fa san Paolo — una dimensione cosmica; è dentro all’uomo (ha la sua sede nel cuore malvagio), ma è anche fuori di lui, permeando di sé le strutture nelle quali si svolge la convivenza umana.

Ma non tutto è perduto. La spinta altruistica trova una nuova possibilità di espressione grazie all’avvento del Regno. L’Incarnazione e la Pasqua segnano una tappa fondamentale nella rivincita del bene. Nella morte in croce del Figlio di Dio il male è vinto e all’uomo, fatto «nuova creatura», è offerta la possibilità di un definitivo riscatto. L’esistenza umana si trasforma così in una lotta permanente per resistere agli impulsi dell’egoismo e dell’istinto di morte e aderire all’attrazione dell’amore e della vita. La scelta è, in definitiva, demandata alla responsabilità di ciascuno ed è frutto di una decisione, che si radica nelle profondità della coscienza, dove, nonostante il peso dei condizionamenti interni ed esterni, non viene meno (nelle situazioni normali) la capacità di discernimento e la possibilità di esercizio della libertà.

 

Per una scelta responsabile
di Donatella Di Cesare

No, non siamo inclini naturalmente al male. Sebbene siamo circondati da efferatezze, crimini, malvagità di cui si cerca invano un movente. È come se andassimo inoltrandoci nel mondo inquietante descritto da Dostoevskij. Ma che cos’è il male, protagonista quasi incontrastato del pensiero occidentale? E perché gli esseri umani lo scelgono? Perché, se sono dotati di libero arbitrio, non preferiscono il bene? In questa alternativa si dispiega, com’è noto, l’etica. Le risposte sono diverse: se Socrate fa del male l’esito dell’ignoranza, Aristotele lo scorge lì dove manca un limite e una misura, se Tommaso lo imputa a una volontà non accompagnata da ragione, Hegel lo situa nel trionfo del singolo.

Tante definizioni — una sola conferma: il male sfugge a ogni presa. Forse per questo assurge a forza sovrastante, negativa e demonica. Ha visto giusto Spinoza: male e bene non hanno realtà autonoma. Proprio qui sta l’errore, nel credere che bene e male siano entità a sé, quasi personificate. Non è così. E si può aggiungere che bene e male non sono concetti metafisici; stanno solo, concretamente, nelle nostre azioni e nei nostri modi di pensare. Questo significa che tutto è consegnato al libero arbitrio? Siamo liberi di scegliere? Certo che no. Chi può ancora andare dietro a questa illusione illuministica? Siamo liberi, sì, ma di reagire, o meglio, di rispondere, assumendoci le nostre responsabilità. E la prima risposta sta nell’impegno a esistere, nel dire sì alla nostra forma di vita, senza elucubrazioni tragiche sul fato. Vivere vuol dire godere della vita; ma il godimento, che tende all’ingenuità del possesso, rischia di esasperarsi, e si volge in sofferenza non appena ciò che si desidera scompare. Il male è in agguato. Si brandisce allora l’arma della violenza, e si può uccidere. Il male comincia con la disattenzione — quella con cui passiamo per la porta davanti agli altri. Il male è dove, nel brusio dell’esistenza, non si ascolta la voce dell’altro.

 

Disobbedienti alla ragione
di Giulio Giorello

L’uomo dovrebbe essere un Dio per l’uomo. Era l’auspicio di Spinoza nella sua Etica . Ma questo ha senso solo se gli esseri umani si lasciano guidare dalla ragione, mentre «essi sono fatti in modo tale che per lo più sono invidiosi e a vicenda molesti». Per esempio, cadono vittima della vanagloria alimentata dall’opinione del «volgo», quello che i demagoghi del nostro tempo amano chiamare «masse popolari». Dal cercare di compiacerle «nasce una grande voglia di opprimersi a vicenda in qualunque modo»; magari solo per un pugno di voti! Questa fragilità della politica è lo sfondo su cui si stagliano le figure dei «buoni» e dei «cattivi»; mentre nello stato di natura, in cui ogni creatura si trova abbandonata a sé stessa, bontà e cattiveria non hanno senso. Non è forse da una certa dose di aggressività che sono nate le tecniche di difesa e di offesa, come mostra lo scimmione fin troppo intelligente delle prime scene di 2001: Odissea nello spazio ? Con il trascorrere dei secoli non ci sarebbero state nemmeno le grandi teorie scientifiche, le innovazioni tecnologiche o le istituzioni come gli ospedali o le università. Del resto, Spinoza sottolineava che gli esseri umani hanno sperimentato come con l’aiuto reciproco possano più facilmente procurarsi quello di cui hanno bisogno ed evitare pericoli che incombono da tutte le parti. È per queste ragioni che nascono gli Stati: ed è in tale condizione civile che «cattivo» è chi ne viola le norme.

Cattiveria o bontà sono solo nozioni dettate dall’uso e pertinenti alla conservazione del proprio essere che ogni individuo persegue entro la società civile. Altro che nichilismo: i peggiori cattivi sono quelli ossessionati dalla morte, la propria e quella altrui. Ancora Spinoza: «L’uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte, e la sua sapienza è meditazione non della morte ma della vita». Un’unica proposizione che per me spazza via la caterva di retorica che tipi come Heidegger hanno dedicato all’«esser-per-la-morte».

 

Capire i gesti senza giudicarli
di Claudio Mencacci

Il punto di vista dello psichiatra per arrivare alla risposta se l’uomo sia buono o cattivo è particolare. Per poter curare una persona che ha bisogno di aiuto è necessario non giudicare i comportamenti ma comprenderli. Abbiamo imparato a riconoscere nella stessa persona istanze di controllo razionali e pulsioni emotive. Abbiamo imparato a comprendere come l’uomo e la sua storia siano il frutto di un equilibrio dinamico di tali istanze contrapposte, in perenne conflitto nell’individuo e nella società. Da tale conflitto nasce un equilibrio più o meno instabile che caratterizza la storia di ognuno di noi e del contesto in cui viviamo. Pertanto quando ci avviciniamo all’area pulsionale di un paziente abbiamo la consapevolezza di intervenire su un ingrediente essenziale dell’essere umano. E l’area pulsionale contiene elementi inconfessabili di cui ci si vergogna, che interferiscono nella nostra vita benché cerchiamo di relegarli in una sfera inaccessibile anche a noi stessi. Questi elementi spesso appartengono al regno della rabbia, dell’aggressività, dell’invidia e dell’odio.

Il nostro lavoro è aiutare la persona a rendere pensabili tali elementi, imparare a padroneggiarli senza vergogna quando siamo in relazione con gli altri. Ecco perché riconoscere quanto siamo «cattivi» ci rende più capaci di vivere con serenità. Rabbia e aggressività vanno vissute aiutati da un senso etico che ci permette di riconoscere quando causiamo sofferenza negli altri. Per noi psichiatri i «cattivi» sono coloro che giungono da noi senza vera sofferenza e una domanda di cura. Spesso sono inviati da familiari e amici, a volte da enti o dall’autorità giudiziaria. Persone che sembrano (o sono) insensibili alla sofferenza che provocano nell’altro. Ci viene richiesto di curarle per trovare una giustificazione medica a comportamenti che non necessitano di giustificazione. Comportamenti volti al soddisfacimento pulsionale dell’individuo senza attenzione alle persone a cui procuriamo sofferenza. Questa è una cattiveria inemendabile clinicamente perché non appartiene a una vera definizione di malattia. Questa è una cattiveria spaventosa.

 

Estendere a tutti la parola «noi»
di Telmo Pievani

Nella specie umana si verifica un fenomeno che non ha eguali in natura. Due individui maschi della stessa specie, con lo stesso corpo da mammiferi bipedi di grossa taglia, con lo stesso tipo di cervello, possono diventare uno san Francesco d’Assisi e l’altro Adolf Hitler. Come possiamo spiegare una tanto radicale differenza di comportamenti?

In due modi, che non si escludono a vicenda. La prima ipotesi è che in Homo sapiens gli istinti abbiano perso gran parte della loro cogenza: non ci comandano più come burattini. A parità di biologia, le scelte che un individuo fa sono dettate molto più dalla storia personale, dalle esperienze e dai traumi vissuti, dalle influenze familiari e sociali, o semplicemente dalle unicità del singolo. La nostra eredità evolutiva si è indebolita: ci rende capaci di un comportamento e del suo opposto, ma poi quale dei due scegliamo dipende da un giudizio culturale su che cosa pensiamo sia bene o male.

La seconda ipotesi è che la nostra stessa storia evolutiva sia ambivalente e che dunque sia inutile chiedersi se siamo buoni o cattivi «per natura». Siamo entrambe le cose, un impasto variabile di bene e di male. In particolare, dati scientifici recenti confermano che la nostra mente si è evoluta affrontando relazioni sociali in piccoli gruppi, ciascuno in conflitto con altri gruppi. Più c’era coesione sociale in un gruppo e meglio si poteva competere con gli altri. Il risultato è che siamo cooperativi e buoni con chi riconosciamo appartenente al nostro «noi», mentre tendiamo all’aggressività verso chi ci sembra un «altro da noi». Paradossalmente, il conflitto tra gruppi sarebbe quindi la levatrice dell’altruismo. Ma gli esperimenti dicono anche che l’educazione può fare la differenza, insegnandoci a considerare comunità sempre più ampie di solidarietà, fino a includere nel «noi» l’intera specie umana, come dice la disattesa Dichiarazione universale dei diritti del 1948.

 

Alla fine la musica cerca l’accordo
di Nicola Campogrande

Da che mondo è mondo, i compositori hanno pensato che l’uomo fosse buono. Se non lo era, sarebbe stato bene che lo diventasse. Per questo la musica ha sempre inseguito la bellezza, che è poi una rappresentazione acustica della bontà. Probabilmente dipende dal fatto che il nostro rapporto con il suono è profondo, primigenio; o che le orecchie, a differenza degli occhi, non possono essere chiuse a piacimento. Di fatto, se in una pièce teatrale, in un quadro, in un romanzo abbiamo storicamente accettato che potesse anche trionfare l’orrore, nella musica — dal canto gregoriano a oggi — abbiamo rifiutato questa possibilità. Tanto che la produzione delle vecchie avanguardie, intente a dare suono al disagio novecentesco e ai drammi bellici, è stata socialmente rifiutata ed è considerata, in sé, una cosa tendenzialmente cattiva.

Certo, la musica è flusso, movimento, e per farla scorrere i compositori non hanno messo in fila solo dolcezze: al contrario, il sistema tonale, con il quale conviviamo variamente da 500 anni, prevede che si realizzino scontri, battaglie, aggressioni. Ma per tutto esiste poi una soluzione, una via d’uscita che porta verso il bello. E infatti in conservatorio si impara che gli accordi devono «risolvere», e se non lo fanno si creano situazioni particolari, tali da richiedere poi una gestione specifica della faccenda. Come accade anche per i ritmi, che possono essere estremamente complicati purché poi ci siano momenti di concordia, sezioni nelle quali «si va insieme», o almeno disegni musicali così ben articolati che, sebbene all’interno sia tutto un pulsare, l’ascoltatore percepisce superfici continue, rassicuranti, come capita per certa musica di György Ligeti. E in fondo, la più perfetta macchina da pace che l’umanità si sia inventata è l’orchestra sinfonica: riunisce decine e decine di persone, impegnate a suonare parti diverse, dando un’impressione di concordia e portando tutti a finire nello stesso momento, spesso addirittura con la stessa nota. Se non è bontà questa…

 

La grande magia della bellezza
di Mimmo Paladino

Non sono in grado di dire se l’uomo nasca buono o cattivo. O almeno se l’uomo nasca «totalmente buono» o «totalmente cattivo». Secondo me molto dipende dalle circostanze in cui ci si trova a vivere, altrimenti a che cosa sarebbe servita la lezione di Claude Lévi-Strauss? Ma forse nemmeno questo è vero, almeno in maniera assoluta: perché, allora, chi nasce in un quartiere degradato come Scampia o in una favela di Rio de Janeiro dovrebbe essere, sempre e comunque, cattivo. Invece non è così.

La bontà e la cattiveria umana sono un grande punto interrogativo, nascosto dietro una serie di innumerevoli dubbi: perché, ad esempio, un mafioso o un camorrista sceglie di vivere nascosto, mangiando pane e formaggio? A che serve, nel suo caso, essere malvagi?

L’artista, oggi, ha una grande responsabilità, perché può davvero trasformare con il suo lavoro quello che è cattivo in buono, il ferro in oro. Il suo è un potere quasi alchemico: può trasformare metalli senza valore in metalli preziosi. Basterebbe pensare al Neorealismo italiano, all’Italia senza speranza e piena di miseria trasformata da Rossellini in qualcosa di bello, eroico e prezioso. O in tempi più recenti a Scola nel suo Brutti, sporchi e cattivi . E se qualcuno esce colpito da un film come Il figlio di Saul di Nemes vuol proprio dire che l’arte ha un potere taumaturgico. La grande magia dell’arte non ha sempre bisogno di cieli azzurri, di prati verdi e di mari blu per essere tale. Ma forse più che gli artisti sono gli architetti ad avere oggi una grande responsabilità: in un mondo così confuso, difficile e pieno di insidie creare spazi senza senso, periferie che alimentano l’esclusione può essere una spinta verso la malvagità, perché il malessere esistenziale è pericolosissimo, può trasformare l’uomo buono in cattivo. Certi architetti sembrano davvero non averlo ancora capito.

Dunque l’arte può farci sentire buoni? Di sicuro quando ascolto Bach o Mozart non posso che sentirmi migliore.

 

Ci salvano l’arte e la democrazia
di Giuseppe Conte

Ero un ragazzino timido, obbediente, bravo a scuola , quando fui colpito a morte dalla rivelazione che erano gli sfacciati, i disobbedienti, i «cattivi» ad attrarre di più l’attenzione e, ahimè, anche le ragazze. Da allora abbandonai una visione convenzionale del bene. Il fascino del male mi insidiò. Capii che la nostra anima è al bivio tra un sentiero di oscurità e uno di luce, che il confine tra i due sentieri è malcerto, e che le occorre una durissima lotta con se stessa per incamminarsi su quello luminoso. Era esaltante la libertà di scegliere, e la volontà di superare il buio dopo averlo attraversato. Ricordo con che sorpresa scopersi tra gli indù di Bali, in Indonesia, che nella danza sacra del Barong non è un eroe splendente ma un drago mezzo divinità mezzo animale a sconfiggere la strega Rangda e a far trionfare il bene. Esistono un male e un bene eterni ma è vero che si incarnano in forme diverse epoca dopo epoca. Simboli del male sono stati per secoli il lupo e la foresta, oggi sarei portato a vederli piuttosto in un cacciatore e nel responsabile di un progetto di deforestazione.

La felicità e la diversità sessuale sono state per secoli oggetto di orribili repressioni e persecuzioni,
oggi sarei portato a vedere il male nei rigidi, ipocriti custodi di una feroce normalità. Personalmente riconosco il male in tutto ciò che spinge a sopraffare, opprimere, sfruttare, uccidere, in tutto ciò che spegne la vita. E il bene in tutto ciò che spinge a donare, amare, liberare, far fiorire.

Vedo due formidabili antidoti sociali al male: uno è nell’arte, nella poesia, con il loro potere creante e catartico, l’altro è nella democrazia. C’è un bassorilievo ad Atene, al Partenone, in cui Atena, dea della ragione e patrona della città, sconfigge, lei sola e donna, gli oscuri giganti del caos. Il buono della democrazia è lì, nell’idea che una ragione pura e severa sgomini i peggiori istinti dell’uomo. Quanto di tutto ciò resiste nella democrazia che abbiamo oggi sotto gli occhi?

 

Decide la cultura non la natura
di Adriano Favole

Buono o cattivo? Se guardiamo alla storia lunga di Homo sapiens , la risposta pare scontata. Cattivo, anzi feroce. Sia in una prospettiva intraspecifica (nei confronti di individui della sua stessa specie) sia interspecifica (verso altri animali), l’essere umano ha messo in atto forme di violenza, di distruzione e di induzione di sofferenza che non hanno eguali. La diffusione di Homo sapiens ha portato all’estinzione le altre forme Homo e ha comportato la scomparsa, la sottomissione o il drastico confinamento di molte altre specie animali.

La «cattiveria» dell’essere umano non è un prodotto di natura, ma nasce dall’uso mirato, a volte attentamente programmato alla violenza, delle abilità cognitive e culturali che gli hanno permesso di estendere le sue doti biologiche e che sono ugualmente responsabili delle attitudini positive, dalla creatività alla solidarietà. Il dibattito tra i sostenitori di una natura umana egoista e quelli della natura empatica e altruista è viziato nel suo fondamento: nelle lontane origini, nella costituzione genetica e nell’architettura cognitiva si ritrovano le potenzialità di entrambi gli atteggiamenti. Ma ciò che determina «cattiveria» e «bontà» dipende dall’organizzazione sociale e culturale di queste predisposizioni, oltreché dalle loro elaborazioni individuali (comunque sempre interne a uno o più ambienti sociali).

È per questo che, pur in una storia complessiva di «cattiveria» e sopraffazione, non è difficile individuare gruppi che hanno praticato la solidarietà come norma sociale. L’etnografia ha permesso di documentare l’esistenza di società pacifiche e non violente nei confronti di altri gruppi umani. Molte società acquisitive (quelli chiamati un tempo cacciatori e raccoglitori) si sono caratterizzate per uno stile di vita estremamente rispettoso nei confronti di altri esseri viventi, restituendo ai posteri ambienti per nulla impoveriti da millenni di occupazione umana. Bontà e cattiveria quindi sono davanti a noi, non dietro , perché discendono da scelte individuali e collettive.

 

in “la Lettura” – Corriere della Sera – del 20 marzo 2016

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