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“Vivere per sempre. L’esistenza, il tempo e l’Oltre”: un libro di Vincenzo Paglia

«Perché parlare della vita dopo la morte? E soprattutto, possiamo parlarne insieme, ascoltandoci seriamente, credenti, non credenti e “non saprei”?
La morte, liquidata frettolosamente come un destino che ci fa finire nel niente, non può che apparire come uno spreco ingiustificabile della vita umana. Ma considerare così la nostra morte, senza indagare a fondo, diciamolo ruvidamente,è un’offesa alla nostra intelligenza».

Da questa premessa coraggiosa parte l’ardimentoso viaggio di Vincenzo Paglia fino alla soglia di quell’Oltre misterioso a cui nessuno osa avvicinarsi. Un viaggio che non ha paura di denunciare l’esculturazione della morte, espulsa dall’orizzonte umano, nella puerile speranza che non incalzi il senso della vita.
Un viaggio che non disdegna di descrivere cosa accade nell’attimo del passaggio cruciale.
Un viaggio, infine, che annuncia che «il bello deve ancora venire» e che «la vita eterna inizia già qui sulla terra», nella misura in cui sappiamo mettere al centro l’argomento universale della fraternità: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero forestieroe mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a visitarmi».
Il dramma inevitabile del lutto non può essere sciolto. Neppure il credente conosce un modo per aggirare il dolore, conosce piuttosto un modo per attraversarlo: nella compagnia degli uomini e in compagnia di Dio.

 

Descrizione

Vivere per sempre
di Vincenzo PagliaMarchio Piemme
Prezzo: 17,50 Euro
Pagine 204
Pubblicato a dicembre 2018
ISBN 978-88-566-6449-2

 

Se dopo è il nulla, almeno l’amore
di Giuliano Amato

Morire. Vincenzo Paglia lancia una sfida a credenti e non alla ricerca dei valori dove si incontrano fede e ragione

Con Vivere per sempre, da pochissimi giorni in libreria, Vincenzo Paglia lancia una sfida nuova e coraggiosa, sia ai credenti, sia agli stessi non credenti, con i quali dialoga da moltissimi anni alla ricerca dei valori e degli impegni su cui far incontrare fede e ragione. Non posso non ricordare qui Dialoghi post-secolari, un volumetto che insieme pubblicammo (per i tipi di Marsilio) nel 2006, nel quale trovammo diversi punti in comune.

Il primo era la disponibilità dei non credenti a prendere atto del mistero del creato, dell’universo con la sua immensità e con le sue leggi. È questo mistero, con il suo prima e con il suo dopo, a porre domande per le quali la ragione sa di non avere risposte, così come hanno ammesso Albert Einstein, Norberto Bobbio e molti altri autorevoli laici.

Proprio per questo – ed ecco un secondo punto in comune- è essenziale che né fede né ragione cedano all’ubris, che porterebbe entrambe a squalificare le posizioni altrui e ad imporre con intolleranza divisiva le proprie verità. È l’ubris il veleno che uccide il dialogo e che, provocando repulse, finisce per minare l’universalità a cui ambisce la verità religiosa.

Per tenersene lontani – ed era questo un terzo punto in comune- è bene arrivare insieme alle questioni penultime, illuminando, certo, le questioni ultime, ma lasciandole poi alla coscienza di ciascuno.
Ebbene, nel suo ultimo libro Paglia fa un rilevante passo avanti, non verso l’ubris (per sua e per nostra fortuna non ne sarebbe neppure capace), ma verso le questioni ultime. E sono qui la novità e il coraggio della sua sfida. No, dice, «non cediamo al silenzio sulle cose ultime». Non affrontarle significa condannare il mondo a una codarda accettazione di un destino senza futuro. Già, perché il futuro non c’è se non va oltre la morte, se tutto ciò che c’è in noi, l’intelligenza, la creatività, il sentimento di giustizia, muore con le cellule di cui è fatto il nostro corpo. E se davvero –come scrisse Sartre- la vita è solo una parentesi fra due nulla. Non sarebbe innanzitutto irrazionale, espressione di un assurdo spreco, se davvero fosse così?

E qui arriva il passaggio più difficile della sua perorazione, difficile soprattutto nei confronti dei non credenti, di quegli stessi non credenti pronti a fermarsi davanti al mistero. Già, perché una cosa è il mistero del creato – che impone di per sé il tema del creatore – altra cosa è l’ipotesi di un destino oltre la morte per ciascuna delle piccole creature umane che sono venute popolando il pianeta nei millenni. Non a caso lo stesso Paglia scrive qui che la resurrezione del corpo, promessa dal cristianesimo, richiede fede perché davvero la si attenda come certezza che colma il vuoto oltre la morte. E questo certo è oltre l’accettazione e la consapevolezza del mistero.

Alla resurrezione Paglia crede e lo scrive con chiarezza. Ma non è su di essa che fa leva per convincere da un lato i non credenti e per rafforzare dall’altro la coscienza dei credenti, smuovendoli dalla banalità di vite troppo spesso vissute senza luce. Fa leva su ciò che già nei nostri Dialoghi post-secolari aveva rappresentato il più profondo punto di incontro, almeno fra noi due: la convinzione che sia l’amore l’unica, vera leva che può spingere ciascuno di noi verso il meglio, verso vite che vale la pena di vivere, verso una comunicazione con gli altri che supera diffidenze e ostilità e ci predispone alle missioni comuni; l’amore di cui, fra le religioni, è soprattutto il cristianesimo ad essere espressione, grazie alla straordinaria vicenda del Dio che si fa uomo e che da uomo vive, soffre e muore per gli altri.

Sia chiaro: anche questo amore, che nella sua dimensione cristiana è amore per Dio che si proietta sugli uomini, esige la fede per essere posseduto. Ed è per ciò stesso quella «marcia in più», che io tante volte ho riconosciuto ai credenti, constatando che per i non credenti è assai meno pensabile un amore che riesca ad essere altrettanto esteso ed intenso. E tuttavia colgo bene la plausibilità e il senso della piattaforma comune che Paglia offre a tutti in questo suo ultimo libro.

Il rischio di vite vissute nel chiuso del proprio io, ora senza gli altri, ora addirittura contro gli altri, è un rischio che nella società contemporanea corrono tutti, credenti e non credenti. Per sconfiggerlo e per dare al nostro essere qui un senso che si proietti al di là della morte delle nostre cellule, non ci si chiede null’altro che l’amore. Perciò –precisa Paglia- la partita non è fra fede e ragione, ma è fra incredulità e speranza, fra indifferenza e, appunto, amore.

Se questo è l’approdo, non ci si può non domandare se e quanto basti a colmare la distanza fra il credente che ha la certezza della resurrezione del corpo e il non credente che affida la sua vita oltre la morte alla memoria e quindi a quanto di sé ciascuno lascia in chi verrà dopo. Paglia ha l’intelligenza di trattare la questione ultima che ha questo divario sullo sfondo, ma si astiene dall’affrontarlo in modo aperto.
Non c’è dunque una risposta esplicita, c’è però qualcosa che vale forse di più e che per ciò stesso ne cancella il bisogno. Ciò che conta infatti è che né il credente né il non credente rifiutino la terapia dell’amore. Ciascuno a suo modo, ciascuno con le potenzialità ed i limiti del suo amore, può praticarla. Se la vita che abbiamo la cogliamo come un’opportunità per dare in questa chiave il meglio di noi, accendiamo qualcosa che di sicuro va oltre noi stessi. E non sarà stata, comunque, una parentesi fra due nulla (anche se dal nulla fossimo venuti).

Vivere per sempre Vincenzo Paglia Piemme, Milano, pagg. 204, € 17,50

in “Il Sole 24 Ore” del 9 dicembre 2018

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