• 20/09/2019

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Cresce l’Italia che diserta le chiese Più facile perdere la fede a 55 anni
di Raphaël Zanotti

Tra piazze sulle unioni civili, appelli alla tradizione natalizia e fede islamica la religione è da tempo al centro del dibattito politico e sociale del Paese. Ma non è detto che questa sua esposizione mediatica si trasformi poi in un rinnovato interesse degli italiani. Anzi, guardando i freddi dati la tendenza sembra tutt’altra.

L’Istat ha di recente fotografato la nostra propensione alla pratica religiosa e il quadro che ne viene fuori è quello di un Paese che viaggia verso la secolarizzazione. Non spinta come in altri Paesi europei, è vero, ma tale da mostrare un’evidente disaffezione. Le chiese sono vuote, si dice sempre. È vero come per le moschee e le sinagoghe e ora lo certifica anche la statistica.

Nel 2006 una persona su tre (esattamente il 33,4%) dichiarava di frequentare luoghi di culto almeno una volta alla settimana. La percentuale, però, oggi è scesa al 29%. E il calo è stato costante negli anni. Al contrario le persone che dichiaravano di non frequentare mai luoghi di culto sono passate dal 17,2 al 21,4%. In pratica oltre una ogni cinque.

Il dato, messo così, mostra una tendenza generale. Ma se guardassimo più nel dettaglio, noteremmo cose interessanti. Innanzitutto i numeri risultano un po’ “drogati”. Un po’ perché nelle statistiche si tende a dichiarare quel che si vorrebbe fare e non quello che si fa davvero. Un po’ per la presenza dei bambini tra i 6 e i 13 anni che con il loro 51,9% del 2015 spingono in alto una percentuale che altrimenti sarebbe più bassa.

Il crollo della frequentazione dei luoghi di culto ha colpito ogni fascia d’età. Quella in cui si “perde” la fede per eccellenza resta tra i 20 e i 24 anni. La curva, poi, tende a risalire lentamente fino a quella che potremmo definire l’area della “scommessa di Pascal”. Ma il confronto con il 2006 ci dice che la fascia d’età più disillusa è quella tra i 55 e i 59 anni che nell’ultimo decennio ha perso il 30% dei frequentatori di luoghi di culto. Fascia che potrebbe essere estesa ai 60-64enni, dove il calo è stato del 25%. Il sociologo Franco Garelli, uno dei massimi esperti dell’argomento, spiega: «Questo fenomeno può essere dettato da due dinamiche: da una parte in quella fascia d’età molti si costruiscono una seconda vita alternativa. I figli sono grandi, la carriera è agli sgoccioli, i nuovi impegni allontanano dalla pratica religiosa. Dall’altra può essere un portato della crisi: persone uscite dal ciclo produttivo impegnate a rientrarci».

Ma sono le nuove generazioni che offrono gli spunti più interessanti. È probabile che da adulti saranno meno vicini alla fede di quanto lo sono gli adulti di oggi. Se è vero che i bambini sono ancora i frequentatori più assidui dei luoghi di culto, le famiglie sembrano sempre meno inclini a far rispettare loro impegni religiosi assidui. Oggi un bambino su dieci non frequenta più come una volta e gli adolescenti tra i 14 e i 17 anni sono calati del 17,6%. Di converso quelli che non frequentano mai sono aumentati del 57% tra i bambini e del 33% tra gli adolescenti. «È molto interessante notare come i 18enni e 19enni, che restano lo zoccolo duro dell’associazionismo cattolico, tengano (siamo intorno al 15% di frequentatori abituali, ndr) ma la loro erosione è importante» dice ancora il professor Garelli.

Guardando alla geografia, l’Italia appare molto divisa tra Nord e Sud. Se la Sicilia risulta la regione più religiosa (oltre il 37% va almeno una volta a settimana in un luogo di culto), la Liguria è quella più agnostica e atea (oltre una persona su tre non frequenta mai e solo il 18,6% lo fa con assiduità). Siamo lontani dalle percentuali della Svezia (90% si dichiara religioso e 3% praticante), ma la tendenza è ad avere una religiosità sempre più ritagliata sul personale e che non segue i precetti che non ritiene necessari.

Sul fronte delle professioni quadri, impiegati, casalinghe e pensionati sono le più religiose. Dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, operai e studenti quelle meno. «Chi riceve stimoli o è impegnato in lavori concettuali o manuali più impegnativi si dedica meno al trascendente» spiega Garelli.

in “La Stampa” del 25 febbraio 2016

 

 

“Gli ex ragazzi degli Anni 80 pensano di essere sufficienti a se stessi”
intervista a José Saraiva Martins

 «La ragione è molto chiara: la secolarizzazione ha scavato in profondità nel contesto sociale e culturale fino ad allontanare dalla fede soprattutto chi era giovane negli anni ’80. È il frutto dell’epoca dell’edonismo individualista». Il calo della partecipazione religiosa tra i cinquantenni non sorprende il cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della congregazione dei Santi, tra i più autorevoli porporati della Curia romana.

A cosa attribuisce l’addio alla fede ad un’età avanzata?
«In Europa accade nella vita del singolo ciò accade in quella collettiva: la perdita delle radici cristiane, l’allontanamento dai valori religiosi ed autenticamente umani. Per questo il Papa richiama spesso la questione della “ecologia umana” e, sul piano antropologico, la problematica della “laicità diventata laicismo”. La secolarizzazione ha prodotto un cambiamento anagraficamente trasversale, ma che particolarmente in età matura ha indotto molti a pensare di poter bastare a se stessi. È l’effetto più negativo di una civiltà basata sull’effimero e sui piaceri immediati».

E il nesso con la perdita delle radici spirituali dell’Europa?
«Il nostro continente si è sviluppato culturalmente e socialmente attorno alle cattedrali, così chiamate perché i vescovi erano cattedratici. Oggi quel contesto religioso sta scomparendo. Una ferita storica che si riflette sulla vita degli individui e crea disillusione. Già Benedetto XVI aveva lanciato l’allarme: la mentalità edonistica e consumistica predominante favorisce, nei fedeli come nei pastori, una deriva verso la superficialità e un egocentrismo che nuoce alla vita ecclesiale. La secolarizzazione che si presenta nelle culture come impostazione del mondo e dell’umanità senza riferimento alla trascendenza, invade ogni aspetto della vita quotidiana. È così che si diffonde una mentalità in cui Dio è assente dall’esistenza e dalla coscienza umana. Le statistiche fotografano l’eclissi del sacro».

Qual è il motivo di questa fuga?
«Il mondo secolarizzato non riconosce Gesù, al massimo lo considera un uomo illuminato: come ha avvertito Francesco, la società anche quando è accogliente verso i valori evangelici dell’amore, della giustizia, della pace, della sobrietà separa il messaggio dal messaggero, il dono dal donatore. Situazione di scollamento, malgrado la relativamente maggiore vitalità della presenza cristiana in Italia rispetto al resto d’Europa».

In piena battaglia sulle unioni civili, la fede non conta meno?
«Sono due questioni distinte: la partecipazione religiosa e il rapporto tra la Chiesa e la comunità politica che dal Concilio sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli uomini. Agiscono a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltivano una collaborazione tra di loro. Con il secolarismo per gli uomini è più difficile pensare di essere legati a Dio. Le azioni umane senza riferimento all’etica portano spesso a pessimi risultati. Meno fede significa meno valori umani. Lontani dalle radici si è più fragili e soli».

a cura di Giacomo Galeazzi, in “La Stampa” del 25 febbraio 2016

 

 

Una doppia rimozione: ecco perché spesso i nostri sacramenti non sono connessi con la nostra vita reale
di Joseph Martos

Nei primi due secoli del cristianesimo, la teologia aveva sede nell’esperienza. Le parole usate più tardi per riferirsi a cose al di fuori del campo dell’esperienza erano tentativi originali di parlare di cose di cui i fedeli di Gesù facevano esperienza.

Per esempio, quando Paolo scriveva sulla giustificazione per fede, non stava parlando del modo di mettersi a posto con Dio credendo in Cristo. Stava parlando di come far sì che la propria vita fosse orientata dal credere che ciò che Gesù insegnava è vero. Quando il Libro degli Atti parla di essere salvati attraverso il battesimo, non intende lavar via il peccato attraverso un rito, ma essere salvati dall’egoismo attraverso l’immersione in una comunità di amore reciproco.

Ricercatori che studiano altri documenti antichi come “L’insegnamento dei dodici apostoli” (spesso chiamato Didaché, dalla parola greca che significa insegnamento) trovano che questi scritti erano anche dei tentativi di dire chiaramente ciò che i seguaci di Gesù sperimentavano nelle loro vite. Ma nel terzo secolo, le cose cominciarono a cambiare.

Col tempo, l’esperienza che stava dietro i primi scritti fu dimenticata. Gli scritti erano riconosciuti come preziosi, chiamati Sacre Scritture. Anche la Didaché compariva in alcune antiche liste di Sacre Scritture.

Gli intellettuali cristiani nel terzo secolo, chiamati talvolta apologeti, cercarono di spiegare la loro fede al popolo nel vasto mondo pagano che sospettava che i seguaci di Gesù fossero membri di un culto pericoloso. Un apologeta, Giustino, paragonò il pasto della comunità cristiana ad un sacrificio nel tempio, dove i pagani condividevano il cibo alla presenza del loro dio, per mostrare che i cristiani erano religiosi anche se non adoravano in templi.

Ma altri apologeti cominciarono a parlare della loro fede come un insieme di credenze piuttosto che di un modo di vivere. Le parole cominciavano ad essere scollegate dall’esperienza.

Nel quarto secolo, Costantino volle unificare l’Impero Romano con una sola religione, così legalizzò e promosse il cristianesimo. Quando i cristiani cominciarono a viaggiare liberamente attraverso l’impero, scoprirono che popoli in regioni diverse avevano diverse teologie. Invece di unire l’impero di Costantino i cristiani discussero tra loro e lo divisero ancor di più.

Costantino radunò tutti i vescovi nella sua villa a Nicea, e li obbligò a restarvi fino a che non produssero un documento su cui tutti potevano essere d’accordo. Ne uscì il Credo di Nicea, una dichiarazione di fede che non diceva nulla del modo di vivere secondo l’esempio di Gesù, ma parlava solo di Dio e della Chiesa. La prima rimozione della teologia dall’esperienza della vita cristiana era completa.

 

Il Medio Evo

Il tentativo degli imperatori di evitare il crollo dell’impero fallì e nel quinto secolo la metà occidentale cadde di fronte agli invasori barbari dal nord. I cosiddetti secoli bui durarono fino al X secolo. Il pensiero teologico era bloccato, la gente doveva lottare per sopravvivere.

La vita della Chiesa, al contrario, evolveva e prosperava. L’elaborata liturgia eucaristica fu ridotta
ad una messa che poteva esser detta da missionari che portavano la fede alle tribù che si stavano stabilendo nel continente, ed era definita un sacrificio, anche se nessuno ricordava perché.

Il battesimo divenne un breve rito compiuto su bambini piccoli in una chiesa o su adulti convertiti in un fiume. La cresima poteva essere data da un vescovo a cavallo a bambini che venivano sollevati perché lui li toccasse. Fu introdotta la confessione privata da monaci per le persone che sentivano il bisogno di essere rassicurati sul perdono di Dio.

Le nozze divennero cerimonie in chiesa per essere un riconoscimento pubblico del matrimonio. L’ordinazione si trasformò in una serie di riti per apprendisti che imparavano come essere chierici mentre passavano attraverso una serie di ordini sacri. L’unzione dei malati cominciò come un servizio alle persone malate, ma in assenza di moderna medicina diventò un rito chiamato estrema unzione.

Nell’XI secolo, il caos era diminuito. Si stava meglio, l’agricoltura prosperava, il commercio si espandeva, le città crescevano, venivano costruite cattedrali e fondate scuole. I monaci spostarono la loro attenzione dalla copiatura degli antichi manoscritti al loro studio. La filosofia e la teologia erano rinate.

Tra le altre cose, gli studiosi rivolsero la loro attenzione ai riti religiosi, specialmente ai sacramenti. Come il pane e il vino si trasformavano nel corpo e nel sangue di Cristo? Perché il battesimo e la cresima potevano essere ricevuti una volta sola? Come operavano i sacramenti della penitenza e dell’estrema unzione? Quali erano i diversi poteri di preti e vescovi? Perché il legame del matrimonio era indissolubile?

Gli studiosi però non si rendevano conto che gran parte del loro linguaggio teologico era già qualcosa di rimosso dalla vita. Pensavano che salvezza significava andare in paradiso, che i doni dello Spirito Santo non erano sentiti e vissuti, che i peccati erano rimessi anche se venivano commessi di nuovo, che il legame del matrimonio era indissolubile, che i poteri dei preti non erano correlati con il ministero sacerdotale, e che l’estrema unzione poteva essere ricevuta da persone che erano non più coscienti.

Non vedevano niente di scorretto in una messa che veniva detta da un prete usando parole che la gente non poteva sentire e tanto meno capire e che prestava attenzione solo quando veniva suonato un campanello.

In molti modi, il ministero sacerdotale si trasformava in una magia sacramentale nel tardo Medio Evo, ma le autorità della Chiesa ripetutamente respingevano i richiami ad una riforma, fino al XVI secolo, quando metà dell’Europa si era convertita al protestantesimo.

Il Concilio di Trento riformò il sistema sacramentale, eliminando la maggior parte delle pratiche superstiziose, insistendo affinché i vescovi fossero veri pastori del loro gregge e che i preti fossero preparati in seminari. Dal XVI alla metà del XX secolo, la pratica sacramentale cattolica e la teologia sacramentale cattolica furono una il riflesso dell’altra.

Il carattere battesimale e il carattere dell’ordinazione spiegavano perché i cattolici non lasciavano mai la Chiesa e perché i preti non lasciavano mai il ministero. L’eucaristia veniva innalzata durante la messa e sistemata in un ostensorio per l’esposizione del Santissimo Sacramento, e veniva ricevuta solo raramente, di solito dopo una sincera confessione dei peccati a un prete.

Il legame indissolubile del matrimonio spiegava perché i cattolici non divorziavano mai. La cresima e l’estrema unzione non avevano effetti visibili, ma i cattolici credevano con fiducia che fosse bene
che la prima fosse ricevuta nell’adolescenza e la seconda prima di morire.
La Chiesa cattolica rimase medioevale nella forma e nel modo di pensare fino a buona parte del XX secolo.

 

Il Vaticano II e il periodo successivo

Al Concilio Vaticano II, i vescovi cattolici di tutto il mondo chiesero un aggiornamento delle pratiche sacramentali della Chiesa. Storici e liturgisti recuperarono le forme primitive della messa e di altri riti che si erano persi nelle epoche oscure – cose come pregare nella lingua della gente, ricevere la comunione sotto le specie del pane e del vino, ripensare la relazione tra peccato e confessione, e restituire l’unzione al contesto del ministero ai malati.

Inaspettatamente, l’unità di pratica e teologia cominciò a dissolversi. La gente smise di andare a confessarsi regolarmente. I preti cominciarono a lasciare il presbiterato e il numero dei seminaristi si ridusse. I cattolici sposati cominciarono a divorziare in numero crescente e perfino a risposarsi senza aspettare l’annullamento.

L’effetto principale della cresima sembrò quello di far abbandonare la Chiesa. Perfino il battesimo non era più una garanzia che la gente rimanesse cattolica, e neppure cristiana, dato che coloro che lasciavano la Chiesa talvolta diventavano agnostici o atei, ebrei o musulmani.

Allarmati da questa apparente defezione, i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI insistevano su una stretta aderenza a regole ecclesiastiche, riaffermando le dottrine tradizionali, reprimendo il dissenso e negando qualsiasi ulteriore sviluppo nella pratica sacramentale come permettere ai diaconi l’unzione degli infermi o ai preti di sposarsi.

Ma le dottrine tradizionali non corrispondono più all’esperienza contemporanea dei cattolici in fatto di appartenenza, di matrimonio e di ministero, per non parlare del loro senso del peccato e della loro esperienza della malattia. Perfino il culto cattolico non è più sentito come nei giorni della messa in latino e del canto gregoriano, e il precedente forte senso della presenza di Cristo nell’eucaristia è difficile da recuperare.

Come nel terzo secolo, c’è un divario crescente tra la teologia e l’esperienza, solo che oggi la teologia è doppiamente rimossa dalla vita. L’insegnamento ufficiale sulla messa e sui sacramenti non solo è sconnesso dalla vita quotidiana della gente, ma spesso è anche sconnesso dall’esperienza del culto della gente. Per molte persone, la liturgia non è la fonte primaria del loro nutrimento spirituale, né il momento culminante della loro settimana.

Nel periodo del Vaticano II, pensatori cattolici come Edward Schillebeeckx, Karl Rahner, Bernanrd Cooke e Louis-Marie Chauvet cercarono di reinterpretare i sacramenti in modi più vicini alla realtà contemporanea. Cinquant’anni dopo, però, al loro lavoro non è prestata grande attenzione perché esso soffriva di un fatale difetto.

Invece di riflettere sull’esperienza dei riti di culto, loro riflettevano sulle dottrine sacramentali della Chiesa e cercavano di tradurle in categorie di pensiero derivate dall’esistenzialismo e dalla fenomenologia, dalla psicologia e sociologia della religione, e perfino dalla filosofia postmoderna.

Essendo legati alle dottrine medioevali, tuttavia, questi teologi dovevano spiegare perché il battesimo è permanente, come la cresima dà forza spirituale, perché la confessione è necessaria, come l’unzione giova ai malati, perché il matrimonio è indissolubile, e perché il presbiterato è per sempre.

Ma queste idee non corrispondono più al mondo abitato dalla maggioranza dei cattolici, per cui le teologie contemporanee sono rimosse dalla vita reale proprio come la teologia scolastica che avevano sperato di sostituire.

C’è un modo per venir fuori dalla confusione attuale?
C’è, ma non è né una riasserzione dogmatica del passato né una caduta nel relativismo culturale. Abbiamo bisogno di riscoprire ciò che è essenziale al modo di vivere cristiano, di reinventare i modi di ritualizzarlo e di riformulare ciò che quei riti significano in termini che siano fedeli sia all’insegnamento di Gesù che ad un’esperienza di vita conforme a tale insegnamento.

in “ncronline.org” del 20 febbraio 2016 (traduzione: www.finesettimana.org)

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