• 06/08/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
A. Heller

Agnes Heller ci ha lasciato questa socratica definizione in eredità assieme all’invito a pensare e costruire un mondo basato sull’etica. Il 19 luglio ricorre il primo anniversario della sua morte e l’associazione “La rosa bianca” ha organizzato una videoconferenza mercoledì 1 luglio alle  con Genny Losurdo, Severino Saccardi e Francesco Comina testimone degli ultimi anni di vita della filosofa ungherese, ebrea sopravvissuta alla Shoah, che ha iniziato la sua carriera da saggista come  riformatrice del marxismo e l’ha terminata criticando l’ascesa di Orban nel suo Paese.

 

A Comina abbiamo chiesto:

 

Cosa rimane di incompiuto del pensiero di Heller? Cosa bisognerebbe portare avanti della sua filosofia?

“Certamente ha rappresentato un’epoca: una delle sue  idee più forti lasciata in eredità  è il radicamento del pensiero nella storia. Lei stessa ha costantemente mutato il suo pensiero. Non si è mai fossilizzata. Tanti suoi libri famosi se li è lasciati indietro, superandoli,  come “La teoria dei bisogni di Marx”. “Rappresenta la mia memoria, ma non lo scriverei più”, mi raccontava. Quel libro l’aveva fatta conoscere in tutto il mondo, ma lei lo considerava uno dei tanti, neanche il più bello”.

 

Con quel libro negli anni settanta, una sopravvissuta alla Shoah, cercava di riformare il marxismo: perché l’operazione non riuscì secondo la Heller?

“Perché a suo avviso si era creata una “incrostazione” ideologica: “nella furia di smontare il marxismo poi non fummo più in grado di rimontare i pezzi”, raccontava la filosofa. Dal 1977 iniziò una nuova fase di pensiero liberale, senza rinnegare Marx, ma con  un passo diverso che la portò sul piano dell’etica. Tutto si giocava sulle scelte etiche: ogni persona è un frammento di un tutto ed è nella vita quotidiana  che possiamo fare la nostra parte e produrre un vero cambiamento.

 

Lei Comina è stato molto vicino alla Heller nei suoi ultimi anni di vita: qual’era il suo pensiero ricorrente?

“La bontà: si domandava se veramente esistono gli uomini buoni.  Ribadiva che esistono donne e uomini buoni, sono attorno a noi. Se è possibile, allora la bontà esiste. Per indicarla usava un concetto socratico: l’uomo buono è colui il quale preferisce subire un torto piuttosto che farlo. A questo proposito fece una proposta alle amministrazioni comunali  che l’accolsero allora in Italia: ci sono tanti monumenti dedicati al “milite ignoto”. Senza nulla togliere al valore e al sacrificio di quelle  anonime persone, perché però non si fanno dei monumenti anche “al buono ignoto”? Dedicati cioè a tantissime persone che anonimamente, senza mettersi in mostra, hanno fatto del bene agli altri, gratuitamente, solo perché lo ritenevano giusto?”.

 

“Il demone dell’amore” è il titolo del libro che lei assieme a Genny Losurdo ha pubblicato sulla base di uno degli ultimi colloqui con la Heller.

“E’ il frutto di cinque giornate di “ritiro” che passammo in un monastero vicino Verona. Si realizzò una sorta di circolo.

Alberto Piccioni