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“Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia”: un libro di G.Floris

È il primo banco e l’ultimo, è il banco di prova. È la scuola, che amiamo e vituperiamo a giorni alterni, sempre considerandola una sorta di mondo a parte, da celebrare in astratto o – troppo spesso – da riformare su basi ideologiche. Ma oggi sta succedendo qualcosa di più. La logica dell’emergenza e il «culto del fenomeno», che stanno affossando il nostro Paese, rischiano di portare allo sfascio anche l’unica istituzione in grado di risollevarlo, ed è tempo di correre ai ripari. Come? Innanzitutto rimettendo al centro gli insegnanti: il ruolo che rivestono, la professionalità che esprimono. Poi, responsabilizzando studenti e genitori. Solo così sarà possibile dare risposta al disagio che sentiamo crescere nell’universo dell’istruzione, e che rischia di tracimare dall’alveo degli ordinari disagi, producendo straordinarie tragedie. Le testimonianze di dirigenti determinati, docenti resistenti, studenti speranzosi e genitori agguerriti disegnano invece un percorso che può invertire la rotta, dalle aule scolastiche a quelle parlamentari, e ridare respiro alla politica. Nata da un anno di incontri in molte scuole d’Italia, questa inchiesta-racconto coniuga la vividezza della narrazione con una ricchezza di voci, storie, informazioni e ricordi. Giovanni Floris percorre – da giornalista, da genitore, da ex studente e da cittadino – il filo che lega crisi ed eccellenze dell’istruzione, fino ad affrontare il nodo della sfida più importante: ricostruire la scuola per ricostruire l’Italia.

Descrizione

Titolo: Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia
Autore: Giovanni Floris
Editore: Solferino
Data: 19 aprile 2018
Pagine: 208
Prezzo: 15,00 euro
ISBN-10: 8828200057
ISBN-13: 978-8828200055

 

 

Quei professori umiliati: l’autorità della scuola in frantumi
Tuttoscuola

Il fenomeno degli insegnanti minacciati, vilipesi e perfino picchiati sta dilagando anche in Italia, che finora ne era stata meno investita rispetto ad altri Paesi, e si ha la sensazione che gli episodi di cui si è avuta notizia (magari via internet) siano solo la punta di un iceberg. Viviamo una vera emergenza educativa, in una società dove il patto educativo si è rotto. Al di là della cronaca il fenomeno merita una riflessione di carattere più generale sulle ragioni di fondo che hanno condotto all’attuale situazione, e sui possibili rimedi. Cominciamo dalle ragioni.
In un profetico libro scritto nel 1963, Verso una società senza padre (tradotto in italiano da Feltrinelli nel 1970), lo psicologo tedesco Alexander Mitscherlich aveva previsto che il superamento della famiglia patriarcale, inevitabile conseguenza dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione e del progresso tecnologico, avrebbe messo in crisi l’autorità del padre (inteso come capofamiglia, uomo o donna che fosse), e con essa anche quella dell’insegnante, che in qualche modo gli subentrava nella funzione di punto di riferimento e decisore ultimo di ciò che si può o non si può fare. E per questo ammoniva sull’importanza della dimensione affettiva dell’insegnamento, troppo concentrato sugli obiettivi di apprendimento disciplinari.
Certo lo studioso tedesco, morto nel 1982, non poteva tener conto degli ulteriori effetti di rivoluzione quasi copernicana del rapporto genitori-figli provocati dalle nuove tecnologie, ma se li avesse conosciuti vi avrebbe sicuramente visto una conferma del suo modello interpretativo delle tendenze evolutive della società contemporanea. È la fonte del principio di autorità ad essere in crisi, la figura paterna/materna, che per varie ragioni non è più in condizione di costruire nel bambino i presupposti del rispetto dell’autorità: né della loro né di quella degli insegnanti.
L’istituzione scuola, compresa la scuola di massa, almeno fino al 1968, è stata costruita sul modello della famiglia patriarcale, con un chiaro rapporto asimmetrico tra chi comanda (genitori, insegnanti, il mitico ‘preside’) e chi obbedisce, o comunque rispetta le regole. Un modello top-down che non è più in sintonia con le tendenze emergenti nel comportamento sia dei genitori (assai più permissivi) sia dei figli, i quali hanno bisogno di molta più autonomia e motivazione di quanta ne fosse necessaria in passato. Che fare dunque in presenza di una tendenza che è difficile non considerare irreversibile?

20 aprile 2018

 

 

Più che misure d’urgenza, servirebbe una nuova visione
Tuttoscuola

Se, come tutto lascia credere, la tendenza di cui si è parlato nella notizia precedente sarà confermata, la ricostruzione del prestigio sociale e dell’autorevolezza della scuola non vanno cercate nell’impossibile ripristino della famiglia (e della scuola) patriarcale, ma nella ridefinizione, da una parte, delle modalità di apprendimento – più centrate sui tempi e sugli interessi degli studenti, riducendo curricoli standardizzati e bocciature – e dall’altra delle modalità di insegnamento, da riconvertire nel senso del tutoraggio, dell’assistenza, dell’aiuto a ciascuno studente a scoprire e sfruttare le proprie potenzialità. Non solo: serve un “approccio dialogico”, basato appunto sul dialogo, sulla cooperazione aperta e anticipata, su empatia, impegno, trasparenza e responsabilità. Ingredienti – sottolineiamolo – che conferiscono autorevolezza (che serve molto più di una non più riconosciuta autorità). Questo approccio può consentire, anche attraverso una efficace comunicazione (e oggi le scuole, in media, non la fanno, anche perché mancano le competenze), di abbassare il livello di conflittualità e di porre le basi per generare una nuova alleanza educativa.
Tuttavia, in attesa di una presa di coscienza, da parte dei futuri decisori politici (in Italia, attualmente, in altre faccende affaccendati), della necessità di muoversi verso una riforma strutturale di questo genere, è inevitabile che, forse anche per la forte pressione esercitata dai media e dall’opinione pubblica, i più eclatanti gesti di violenza e di dileggio nei confronti degli insegnanti da parte degli studenti siano stati severamente condannati dalla ministra Valeria Fedeli, che ha li definiti “inaccettabili” e ha invitato le scuole ad adottare “una linea rigorosa nelle sanzioni” compresa la sospensione dalle lezioni “per periodi di tempo diversi a seconda della gravità delle azioni compiute e, nei casi più gravi, anche la non ammissione allo scrutinio finale”.
Dubitiamo, per le ragioni di fondo esposte, che queste misure bastino a ripristinare nelle scuole un clima di autentico rispetto verso i docenti, ma non c’è dubbio che di fronte alla gravità di certi comportamenti debbano esserci delle sanzioni. E bene ha fatto la ministra Fedeli a richiamare in particolare la responsabilità dei genitori. Ai quali molti commentatori, tra i quali anche Giovanni Floris nel suo recentissimo libro “Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia”(Solferino editore), attribuiscono gravi errori proprio nell’opera di delegittimazione della figura dei docenti.
Ma la rilegittimazione degli insegnanti, riteniamo, sarà legata non ad astratte riaffermazioni del rispetto dovuto alla loro figura in quanto tale, ma alla profonda ridefinizione del loro ruolo e quindi anche dell’inquadramento professionale oggi svilito anche a causa di un rigido appiattimento egualitaristico. E servirà applicare rigorosi criteri di selezione e di formazione e aggiornamento lungo tutta la carriera docente, perché per gestire con efficacia e, appunto, autorevolezza, studenti complessi in situazioni di emergenza occorrono professionisti a tutto tondo (chissà se verrà inquadrata in questa ottica anche la dolorosa vicenda dei diplomati magistrali).

23 aprile 2018

 

 

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