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“Tutto davanti a questi occhi”: film-intervista sulla Shoah di Walter Veltroni

Nel breve film-intervista di Walter Veltroni, Tutto davanti a questi occhi, quarantacinque minuti di primo piano, di puro volto e di pura parola, Modiano, un bel vecchio asciutto e dallo sguardo chiaro, racconta la sua storia. Con il passare dei minuti, mentre l’accumulo del dolore diventa una montagna, quasi ci si aggrappa a quel volto — gli occhi, la fronte, il mento, la bocca che irriducibile produce la parola umana — per non lasciarsi sopraffare. Quel volto è una reincarnazione: era stabilito che divenisse polvere e scomparisse, insieme a ogni altra “impurità” razziale o sessuale o ideologica o umana. Non è sparito, è sopravvissuto, ha amato, è invecchiato e infine, in uno straordinario finale (della sua storia, e del film), quel volto manifesta “ felicità”. Non la felicità di essere sopravvissuto («un sopravvissuto — dice Modiano — non è una persona normale. Ha una piaga che non si chiude. Ha dei silenzi, delle depressioni, degli incubi»). La felicità di avere ancora la lucidità e la forza di raccontare agli altri — soprattutto ai ragazzi — quello che è accaduto, sentirsi utili e infine meno spaventati dalla morte, perché un testimone è qualcosa che passa di mano in mano.

 

Descrizione

Titolo:Tutto davanti a questi occhi
Regia: Valter Veltroni
Attori: Sami Modiano
Genere: Documentario
Durata 45 minuti
Anno 2018

 

 

«Sopravvissuto per raccontare»
di Aldo Cazzullo

«Mi sono sempre chiesto perché sono sopravvissuto. Ora ho capito. Per raccontare». Così Sami Modiano nel documentario sulla sua vita.

Alla fine sembra siano passati cinque minuti, non quarantacinque. Eppure la telecamera è sempre stata fissa sul volto dell’intervistato. Non ci sono immagini di repertorio. L’intervistatore, Walter Veltroni, non si vede mai. Si sentono solo le domande e, in risposta, la voce di un uomo di 87 anni, resa ancora più affascinante da un accento vagamente straniero, che racconta la propria storia di sopravvissuto. Sami Modiano fu portato via da Rodi quand’era poco più che bambino. La madre era morta da un anno, «e ringrazio il Padreterno che se la sia presa prima, senza farle soffrire quel che abbiamo sofferto noi». Il padre lo catturarono con l’inganno: «I capifamiglia furono chiamati a presentarsi al Kommandatur il 18 luglio. Non tornarono a casa. Il giorno dopo toccò a noi figli. Avevo una sorella bellissima, Lucia, di sedici anni, con i capelli lunghi. Mi faceva un po’ da mamma. Dopo un mese di lager — magra, il pigiama a righe, il cranio rasato — non la riconoscevo più». Il viaggio avviene prima su navi-bestiame, ancora sporche di escrementi — «ci fecero capire subito che ci consideravamo come animali, come cose» —, poi in treno. Arrivati a Birkenau, uomini e donne vengono separati. Il padre tenta di difendere la figlia e viene massacrato di botte: «Una cosa che non potrò mai dimenticare. Tutto davanti a questi occhi» dice Modiano, in quello che diventa il refrain e il titolo del suo straordinario racconto. Con la sorella si vedono ogni notte, separati dal reticolato. Una sera lui le porta in dono una fetta di pane, avvolta in un panno; lei gli restituisce l’involto con due fette di pane; aveva avuto la stessa idea, «anche nel campo di sterminio continuava a farmi da madre». Quando però Lucia smette di venire, Sami intuisce che per lei è finita. Il dolore è insopportabile: il padre decide di presentarsi all’ambulatorio, cioè di andare nella camere a gas. Sami si inginocchia per ricevere la benedizione, il papà gli impone le mani sul capo, poi punta il dito e dice: «Tu ce la devi fare». E Sami ce la farà, pur arrivando a pesare ventitré chili, ridotto a uno scheletro, salvato prima da altri prigionieri che lo gettano tra i cadaveri per evitargli il colpo di grazia dei nazisti in fuga, poi da una dottoressa russa. «Per tutta la vita mi sono chiesto — conclude Modiano — perché proprio io sono sopravvissuto. Da undici anni a questa parte ho trovato la risposta: per raccontare. Ho giurato che fino a quando Dio mi darà la forza di farlo non smetterò di raccontare la mia storia ai ragazzi. Sono felice di quello che sto facendo e i ragazzi hanno bisogno di me. Devono sapere. Quando io non ci sarò più ci saranno loro». Gli applausi e le lacrime di centinaia di ragazzi, all’anteprima davanti al presidente Mattarella, hanno confermato che la sofferenza di Sami Modiano non è stata vana.

in “Corriere della Sera” del 24 gennaio 2018

 

 

Il viaggio di Modiano all’inferno e ritorno
di Mario Ajello

Senza nemmeno un filo di retorica. Asciutto. Umanissimo. Un film in cui la forza delle parole, lo sguardo del protagonista e l’estrema semplicità della scena – un anziano signore che parla di ieri e di oggi davanti a una vetrata – diventano una trama che inchioda lo spettatore. A parlare è Sami Modiano, un signore di 87 anni, che a 13 venne rinchiuso nel lager e sarebbe stato uno dei pochi bambini a sopravvivere all’orrore del razzismo anti-semita. Fuori campo, c’è la voce di Walter Veltroni, regista e autore, che gli fa le domande. E la vicenda di Sami parla del 900 ma lo oltrepassa. Serve tuttora.

Una versione di Auschwitz di Francesco Guccini, suonata per piano solo da Danilo Rea, una panoramica su come è adesso quel campo di concentramento, i volti e gli sguardi dei ragazzi che visitano quel luogo «bagnato e gelato», come lo definisce il protagonista, e il resto in «Tutto davanti a questi occhi» è la voce di Modiano. Ogni tanto s’incrina. Talvolta è rafforzata o affievolita, senza mai perdere di intensità, dagli occhi che si velano di qualche lacrima a stento trattenuta e piena di dignità. Questo film lo vedremo a reti unificate, insieme a una serie di altre iniziative per il Giorno della memoria, il 27 gennaio: su Sky che lo ha prodotto, insieme a Palomar, e su Rai 3, Mediaset, La7. Un grande abbraccio televisivo per Veltroni e Modiano, e del resto la presentazione di Tutto davanti a questi occhi, all’auditorium, l’altra sera, è diventata un incontro affollatissimo in cui oltre al presidente Mattarella (che alla fine dà un lungo abbraccio a Modiano, ed è standing ovation) si sono ritrovati esponenti di governo, della politica, della cultura, della cosiddetta società civile. E tanti ragazzi delle scuole.

IL PADRE

Giacobbe, il padre di Sami, era stato deportato da Rodi, a quei tempi italiana, e rinchiuso con lui ad Auschwitz-Birkenau dove morirà. Sua sorella Lucia, 16 anni, è con loro nel terribile viaggio e sarebbe morta pochi giorni dopo l’arrivo nel campo. Sami è l’unico sopravvissuto dei tre, uno dei pochi sopravvissuti del grande orrore. Il papà, dopo la morte di Lucia, gli disse: «Tieni duro, tu ce la farai». Quelle parole gli sono rimaste nella testa per una vita, ancora lo interrogano. E fanno parte del suo senso di colpa: «Perché proprio io?». «Un sopravvissuto – osserva Modiano – non è una persona normale. Ha una piaga che non si chiude. Ha dei silenzi, delle depressioni, degli incubi. Però io vivo e sono felice. In questi undici anni, da quando tornai per la prima volta ad Auschwitz invitato dal sindaco Veltroni insieme ai ragazzi dei licei, sono felicissimo: perché parlo ai giovani e ho un riscontro positivo. Loro hanno bisogno, devono sapere. So che quando non ci sarò, ci saranno i ragazzi, e faranno in modo che questo non succederà mai più». Dolore e senso di colpa si sono tradotti insomma in impegno civile.

A un certo punto, nel film, Sami in maniera assai poco scenografica e perciò ancora più forte alza la manica della camicia e fa vedere il tatuaggio da internato: «Quando stringo questo numero con la mano, risento le parole di mio padre: tu ce la devi fare». Si è salvato così Sami. Pesava 23 chili nel gennaio del 45. I russi stavano per arrivare. I tedeschi diventati ancora più cattivi per la paura – «Ammazzano, ammazzano, ammazzano» – stavano portando lui e altri uomini ridotti a scheletri nel campo vicino. La temperatura era di 25 gradi sotto zero, i prigionieri indossavano un pigiamone a righe bagnato che li rendeva ancora più fantasmi. Sami crollò nel cammino, due compagni di pena lo raccolsero e per salvarlo lo buttarono su una montagnetta di corpi morti, come se fosse uno di loro. Lui era svenuto. «Quando riaprii gli occhi, vidi una soldatessa russa, era un medico e mi stava avvolgendo in una coperta. In quel momento capisco di avercela fatta».

LA SORELLA

Non come sua sorella Lucia, che a causa dei maltrattamenti e della fame era morta molto tempo prima in quello stesso luogo. «Cercavo di vederla dall’altra parte del filo spinato. Una sera le lanciai, avvolto in un panno, un pezzo di pane. Lei prese il fagotto, ci mise il suo pezzo di pane e rilanciò il tutto. Aveva rinunciato al suo piccolo pasto, per darlo a me. Continuava a farmi da mamma, la nostra l’avevamo persa poco prima della deportazione, anche in un momento così duro». Sarebbe stata l’ultima volta che Sami vide Lucia. E gli sguardi dei ragazzi d’oggi in visita ad Auschwitz, che Veltroni ritrae alla fine del film, sembrano avere introiettato tutte le scene che Modiano ha vissuto.

in “Il Messaggero” del 24 gennaio 2018

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