• Italia, Roma
  • 27/05/2019
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Magistero ambientale, nuovi modelli di sviluppo
Trivelle in mare, la voce della Chiesa

«Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili deve essere sostituita progressivamente e senza indugio…». Basterebbero queste parole della Laudato si’ per comprendere come mai la Chiesa, in vista del referendum del 17 aprile, si trovi schierata sulle posizioni dei comitati «No triv». La difesa di ‘nostra matre Terra’ è tutt’uno con la condanna dell’economia che ‘uccide’ della Evangelii gaudium. Non è la prima volta che dal magistero sociale della Chiesa discendono delle scelte politiche, ma il messaggio ambientale di Bergoglio – che si innesta sulla tradizione francescana così come è debitore di Paolo VI – travalica la battaglia referendaria. Anzi, è proprio la sua gittata a renderlo indigesto agli ambienti politici ed economici che hanno legato allo sfruttamento degli idrocarburi la strategia energetica nazionale.

La complessità del tema consiglia però di non leggere le posizioni della Chiesa su questo argomento come una pedissequa applicazione della Laudato si’ all’appuntamento referendario: si rischierebbe di vedere il dito e non la luna, che i salotti economico-finanziari, invece, vedono benissimo. Non siamo cioè di fronte a un manifesto politico, bensì ad un magistero in evoluzione, come dimostra l’assonanza tra il messaggio di Francesco e le esperienze maturate in diverse diocesi del Centro-Sud: la scorsa settimana l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace Vincenzo Bertolone ha espresso al presidente della Commissione regionale antimafia «timori e ansie per la possibilità che la costa, sin qui gelosamente preservata a fini turistici e per la crescita del settore ittico, possa divenire un orizzonte di piattaforme». Questa sensibilità è particolarmente forte nelle diocesi adriatiche, interessate da diversi progetti di ricerca degli idrocarburi. In quei territori la crisi ha assestato colpi durissimi e ciò malgrado quelle diocesi affermano la volontà di «proteggere la nostra casa comune» anche a costo di sacrifici occupazionali. Come ha dichiarato recentemente a Radio Vaticana monsignor Vito Angiuli, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, «a livello ecclesiale e civile c’è un risveglio della coscienza» e tale giudizio esprime la fiducia, su cui si regge la Laudato si’, che «le cose possono cambiare»; la stessa con cui le diocesi dell’Abruzzo e del Molise si sono mobilitate in questi anni contro i progetti Ombrina e hanno scritto pagine di magistero ambientale che ci proiettano oltre il voto con cui, tra un mese, gli italiani dovranno decidere se vietare o meno il rinnovo delle concessioni per l’estrazione di petrolio o gas entro le 12 miglia dai litorali costieri.

Già nel 2008, i vescovi della Ceam denunciavano con il documento «Una nuova sobrietà per abitare la terra» le «pericolose emergenze ambientali che mettono a grave rischio ecologico le nostre regioni», schierandosi contro la nuova raffineria di Ortona; posizione ribadita quattro anni dopo con il documento «Per una Chiesa e una società custodi della terra d’Abruzzo e Molise», che caldeggiava «una vera ‘conversione’ a progetti di crescita sostenibile, in ascolto della voce dei territori e delle popolazioni». Come nel pensiero di Bergoglio, anche sull’Adriatico il tema della sostenibilità ambientale si è intrecciato subito con quello politico: prendendo posizione contro il decreto Sblocca Italia, l’allora presidente della Ceam, monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, non si limitò a chiedere «un cambio di prospettiva radicale», ma invocò «una democrazia ‘ad alta intensità’, ossia sostanziale, partecipativa e sociale». Oggi, sotto la guida dell’arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, i pastori abruzzesi e molisani si trovano a tirare le fila di quel discorso. Passaggio stretto, per le ricadute economiche della scelta referendaria e perché quello ecologico è un terreno poco battuto dalla stessa pastorale sociale.

Proprio monsignor Forte, nell’introduzione alla Laudato si’ scritta per l’editrice La Scuola, evidenzia tuttavia il nesso ‘ontologico’ tra l’approccio ecologico e quello sociale, sottolineando come il Papa chieda di «integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». Ribadire come il magistero ambientale costituisca un continuum teologico e pastorale con quello sociale rappresenta una risposta – neanche troppo implicita – agli ambienti industriali che oppongono l’argomento occupazionale alla richiesta di un modello di sviluppo più rispettoso dell’uomo e della natura, che sani il «debito ecologico, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi». La posizione della Chiesa sulle esplorazioni petrolifere, conferma monsignor Forte, rientra nel risanamento di quel debito che i Paesi sviluppati possono perseguire solo «limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile». La guerra alle trivelle declina dunque la visione dell’ecologia integrale di papa Francesco, secondo cui «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura».

La connessione tra magistero ambientale e sociale viene riproposta dall’arcivescovo di Chieti-Vasto anche sul Sole 24 Ore del 19 giugno 2015: «La responsabilità verso l’ambiente e le generazioni presenti e future – scrive – richiede coraggio e lungimiranza da parte di tutti, unitamente alla disponibilità necessaria a fare talvolta anche dei passi indietro per raggiungere la misura della sobrietà, valore inseparabile dalla solidarietà. Occorre puntare a nuovi stili di vita, educando all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente, stimolando a quella che Francesco chiama la «conversione ecologica» di ciascuno, unica condizione di gioia e di pace durature per tutti. La sfida ambientale si congiunge così a quella educativa, basata sulle possibilità dell’essere personale di crescere nella consapevolezza delle proprie responsabilità e di agire di conseguenza in maniera ecologicamente sostenibile e solidale, a cominciare dagli ambiti vitali come quello della famiglia». Il teologo napoletano aveva già analizzato nel maggio del 2014, all’Università Gregoriana, i temi dell’etica e della spiritualità ecologiche, ammettendo che la Chiesa è alla ricerca di una «nuova concezione teologica e morale che aiuti la consapevolezza e la prassi di un rapporto ecologicamente responsabile». Tale ricerca parte per i cristiani dalla considerazione che «a partire dalla morte e resurrezione di Gesù, è possibile vedere il mondo non più soltanto davanti a Dio, ma in Dio»; in un antropocentrismo relazionale quale quello che discende dalla lettura biblica l’uomo non è posto nel Creato come despota «ma come custode ed amico» e l’analogia con la vita relazionale della Trinità – «l’uomo è fatto per amare, e realizza se stesso solo se stabilisce con gli altri esseri umani e con tutte le creature una relazione d’amore» – trasforma il problema del rapporto con il Creato in quello tra l’uomo e il Creatore: quest’analisi rende evidente perché lo sfruttamento del sottosuolo per i cristiani rappresenti una sfida che investe ma trascende l’appuntamento referendario.

Secondo Forte, «sul fondamento della fede trinitaria diviene possibile tracciare le linee di una spiritualità ecologica e di un’etica dell’ambiente ispirate al progetto puro del cristianesimo, la gloria della Trinità, Dio tutto in tutti», purché esse riconoscano che il rapporto dell’uomo col Creato è caratterizzato «da una partecipazione alla stessa azione creatrice di Dio, in cui viene a consistere propriamente ciò che è chiamato lavoro». L’attività economica, insomma, «rapporta l’uomo alla natura in un modo, che deve riflettere in sé la gratuità dell’azione creatrice del Padre: esso stabilisce con la creazione una relazione di trasformazione e di finalizzazione, che non deve mai essere di semplice strumentalizzazione e sfruttamento, ma di responsabilità e di partecipazione al disegno del Creatore. Il lavoro richiede, pertanto, il rispetto delle cose create nella loro autonomia propria e nella loro finalizzazione generale al progetto di Dio».

in Avvenire, Paolo Viana, 18 marzo 2016

 

 

Referendum sulle trivelle: ecco di cosa si tratta
La scheda

Quando e su cosa si vota.I : sarà possibile recarsi alle urne dalle 7 alle 23. I cittadini italiani sono chiamati ad espremersi sull’attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi entro 12 miglia marine (circa 22,2 km) dalla costa: decideranno in sostanza se consentire agli impianti già estistenti di continuare la coltivazione di petrolio e metano sino all’esaurimento del giacimento, anche oltre la scadenza naturale delle concessioni. Come per tutti i referendum popolari il quorum è il 50% più uno degli aventi diritto.

Le concessioni sono 35. A oggi nel nostro mare entro le 12 miglia sono presenti 35 concessioni di coltivazione di idrocarburi, di cui 3 inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (al largo delle coste abruzzesi), 5 non produttive nel 2015. Le restanti 26 concessioni, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi, sono distribuite tra mar Adriatico, mar Ionio e canale di Sicilia.

Fine delle estrazioni se vince il sì. Con il sì le società petrolifere dovranno mettere fine alle loro attività di ricerca ed estrazione secondo la scadenza fissata dalle loro concessioni, e quindi secondo la data stabilita al momento del rilascio dell’autorizzazione alle compagnie, al di là delle condizioni del giacimento. Lo stop, quindi, non sarebbe immediato, ma arriverebbe solo alla scadenza dei contratti già attivi. Il referendum avrebbe conseguenze già entro il 2018 per 21 concessioni in totale sulle 31 attive: 7 sono in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata e in Emilia-Romagna, una in Veneto e nelle Marche. Il quesito referendario riguarda anche 9 permessi di ricerca, 4 nell’alto Adriatico, 2 nell’Adriatico centrale, uno nel mare di Sicilia e uno al largo di Pantelleria.

Cosa succede se vince il no o l’astensionismo. Le concessioni attualmente in essere avevano una durata di trent’anni con la possibilità di due successive proroghe, di dieci e di cinque anni che, in caso di vittoria del no, potrebbero essere concesse, prolungando così il periodo di attività delle trivellazioni. Con una modifica apportata al testo in materia dall’ultima legge di stabilità potrebbero però rimanere «per la durata di vita del giacimento». Ovviamente nel rispetto delle valutazioni di impatto ambientale che andranno in ogni caso fatte in caso di richiesta di rinnovo della concessione alle trivellazioni.

Le posizioni in campo. Il referendum è stato promosso da nove regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria e Molise). Il governo Renzi non ha preso ufficialmente posizione ma sembrerebbe aver scelto la linea dell’astensionismo, sollevando non pochi malumori all’interno del Pd.

da Avvenire 21, marzo 2016

 

 

“I cattolici discutano sulle trivelle”
di Tommaso Ciriaco

Astenersi o meno nel referendum contro le trivellazioni? Mentre il Pd litiga sull’atteggiamento da tenere in occasione della consultazione del 17 aprile, i vescovi italiani chiedono alle comunità cattoliche di dibattere più approfonditamente per poter sciogliere il nodo: «Non c’è un sì o un no da parte nostra», assicura il segretario della Cei Nunzio Galatino, lasciando aperta la strada ad ogni possibile scenario.

La prima novità del giorno è l’intervento di Romano Prodi. Il Professore annuncia la propria contrarietà ai quesiti referendari. E si spende a favore delle trivellazioni: «È un tema importantissimo – premette – Ci ho riflettuto bene e devo dire che mi sono sempre schierato sull’assoluta necessità di avere, ovviamente nella massima sicurezza, una produzione nazionale di energia, come hanno tutti i Paesi». Poi aggiunge: « È assolutamente necessario anche attrarre gli investimenti esteri. Se non lo facciamo noi, nello stesso mare lo fanno altri. Se voto al referendum, quindi, voto no. È un suicidio nazionale quello che stiamo facendo».

Non tutti la pensano così. Non Vannino Chiti, che anticipa il suo voto favorevole al referendum. E neanche Pippo Civati, che plaude all’intervento della Cei. Dalla minoranza si fa sentire anche Roberto Speranza: «Chiederò al Pd di cambiare posizione, è inaccettabile immaginare un grande partito che invita i cittadini a non partecipare. Sarebbe un errore madornale». Non è l’unico a pensarla così, perché dalla sinistra dem si moltiplicano gli appelli a non astenersi: «Farlo sarebbe un atto di irresponsabilità politica», insiste il deputato Enzo Lattuca. Mentre Bepe Grillo attacca il Pd: «Sconsigliare la partecipazione è un gesto vigliacco. Votiamo sì».

I renziani, però, fanno muro. «È un referendum inutile e costoso – dice il capogruppo alla Camera Ettore Rosato – che non si poteva abbinare alle amministrative». Stessa linea del presidente del partito, Matteo Orfini: «In un partito normale, un referendum su una legge votata da quel partito non dovrebbe neanche essere oggetto di discussione. Ma non siamo un partito normale… . C’è chi dice che l’astensione non sia legittima, invece io credo che sia uno strumento naturale: non c’è nulla di scandaloso».

L’altra novità del giorno, come detto, arriva dalla Conferenza episcopale italiana. «L’attenzione all’aspetto sociale ha portato i vescovi a confrontarsi anche sulla questione ambientale – ricorda Galatino – ossia se consentire o meno agli impianti già esistenti entro la fascia costiera di continuare l’estrazione di petrolio e metano fino all’esaurimento del giacimento, anche oltre la scadenza delle concessioni». I

in “la Repubblica” del 19 marzo 2016

 

 

 

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