• Italia, Roma
  • 20/06/2019
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Nel paesaggio politico contemporaneo, in cui domina ancora lo Stato-nazione, il migrante è il malvenuto, accusato di essere fuori luogo, di occupare il posto altrui. Eppure non esiste alcun diritto sul territorio che possa giustificare la politica sovranista del respingimento. In un’etica che guarda alla giustizia globale, Donatella Di Cesare con limpidezza concettuale e un passo a tratti narrativo riflette sul significato ultimo del migrare, dando prova anche qui di saper andare subito al cuore della questione. Abitare e migrare non si contrappongono, come vorrebbe il senso comune, ancora preda dei vecchi fantasmi dello jus sanguinis e dello jus soli. In ogni migrante si deve invece riconoscere la figura dello «straniero residente», il vero protagonista del libro. Atene, Roma, Gerusalemme sono i modelli di città esaminati, in un affresco superbo, per interrogarsi sul tema decisivo e attuale della cittadinanza. Nella nuova età dei muri, in un mondo costellato da campi di internamento per stranieri, che l’Europa pretende di tenere alle sue porte, Di Cesare sostiene una politica dell’ospitalità, fondata sulla separazione dal luogo in cui si risiede, e propone un nuovo senso del coabitare.

 

Descrizione

Titolo: Stranieri residenti
Autore: Donatella Di Cesare
Editrice: Bollati Boringhieri
Anno: 2017
Prezzo: 19,00 Euro
Pagine: 280
ISBN: 9788833927350

 

 

Emigrare è un atto politico
di Donatella Di Cesare

La prefazione del nuovo saggio della filosofa sui temi dell’accoglienza e della giustizia globale (‘Stranieri residenti’, Bollati Boringhieri). L’ospitalità e il rispetto dei diritti umani impongono di ridiscutere la centralità dello Stato.

Il mondo attuale è suddiviso in una molteplicità di Stati che si fronteggiano e si fiancheggiano. Per i figli della nazione, che sin dalla nascita hanno condiviso l’ottica statocentrica, ancora ben salda e dominante, lo Stato appare un’entità naturale, quasi eterna. La migrazione è allora devianza da arginare, anomalia da abolire. Dal margine esterno il migrante rammenta allo Stato il suo divenire storico, ne scredita la purezza mitica. Ecco perché riflettere sulla migrazione vuol dire anche ripensare lo Stato.

Una «filosofia della migrazione» viene qui delineata per la prima volta. Neppure la filosofia ha riconosciuto sinora al migrante diritto di cittadinanza. Solo di recente lo ha ammesso al proprio interno, ma per tenerlo sotto stretta sorveglianza, pronta a respingerlo con il primo foglio di via.

Nel primo capitolo di questo libro (Stranieri residenti, Bollati Boringhieri) è stato ricostruito il dibattito, molto acceso nel contesto angloamericano e in quello tedesco, tra i partigiani dei confini chiusi e i promotori degli open borders. Si tratta di due posizioni che rientrano nel liberalismo e, anzi, ne rivelano l’impasse: l’una sostiene l’autodeterminazione sovrana, l’altra rivendica un’astratta libertà di movimento. Da entrambe si prende distanza. Non si vuole contemplare il naufragio dalla riva.

Una filosofia che muove dalla migrazione, che dell’accoglienza fa il suo tema inaugurale, lascia che il migrare, sottratto all’arché, al principio che fonda la sovranità, sia punto d’avvio, e che il migrante sia protagonista di un nuovo scenario anarchico. Il punto di vista del migrante non potrà non avere effetti sulla politica come sulla filosofia, non potrà non movimentare entrambe.

Migrare non è un dato biologico, bensì un atto esistenziale e politico, il cui diritto deve essere ancora riconosciuto. Questo libro vorrebbe essere un contributo alla richiesta di uno ius migrandi in un’età in cui il tracollo dei diritti umani è tale, che appare lecito chiedersi se non sia stata suggellata la fine dell’ospitalità.

Nei libri di storia, che non asseconderanno la narrazione egemonica, si dovrà raccontare che l’Europa, patria dei diritti umani, ha negato l’ospitalità a coloro che fuggivano da guerre, persecuzioni, soprusi, desolazione, fame. Anzi l’ospite potenziale è stato stigmatizzato a priori come nemico. Ma chi era al riparo, protetto dalle frontiere statali, di quelle morti, e di quelle vite, porterà il peso e la responsabilità.

Oltre alla terra, uno spazio importante ha in queste pagine il mare, frammezzo che unisce e separa, passaggio che si sottrae ai confini, cancella ogni traccia d’appropriazione, serba memoria di un’altra clandestinità, quella di opposizioni, resistenze, lotte. Non la clandestinità di uno stigma, bensì di una scelta. La rotta del mare indica il risvolto dell’ordine, la sfida dell’altrove e dell’altro.

Troppo a lungo la filosofia si è crogiolata nell’uso edificante della parola «altro», avallando l’idea di un’ospitalità intesa come istanza assoluta e impossibile, sottratta alla politica, relegata alla carità religiosa o all’impegno etico. Ciò ha avuto effetti esiziali. Anacronistico e fuori luogo, il gesto dell’ospitalità, compiuto dagli «umanitari», quelle anime belle che credono ancora nella giustizia, è stato spesso bersaglio di scherno e denuncia. Anzitutto da parte della politica che crede di dover governare obbedendo allo sciovinismo del benessere e al cinismo securitario.

In questo libro il migrante entra nelle porte della Città come straniero residente. Per capire quale
ruolo possa svolgere in una politica dell’ospitalità si è percorso un cammino a ritroso, che non segue però un ritmo cronologico. Le tappe sono Atene, Roma, Gerusalemme. Tre tipi di città, tre tipi di cittadinanza ancora validi. Dall’autoctonia ateniese, che spiega molti miti politici di oggi, si distingue la cittadinanza aperta di Roma. L’estraneità regna invece sovrana nella Città biblica, dove cardine della comunità è il gher, lo straniero residente. Letteralmente gher significa «colui che abita». Ciò contravviene alla logica di saldi steccati che assegnano l’abitare all’autoctono, al cittadino.

Il cortocircuito contenuto nella semantica di gher, che collega lo straniero all’abitare, modifica entrambi. Abitare non vuol dire stabilirsi, installarsi, stanziarsi, fare corpo con la terra. Di qui le questioni che riguardano il significato di «abitare» e di «migrare» nell’attuale costellazione dell’esilio planetario. Senza recriminare lo sradicamento, ma senza neppure celebrare l’erranza, si prospetta la possibilità di un ritorno. A indicare la via è lo straniero residente che abita nel solco della separazione dalla terra, riconosciuta inappropriabile, e nel vincolo al cittadino che, a sua volta, scopre di essere straniero residente. Nella Città degli stranieri la cittadinanza coincide con l’ospitalità.

Nell’epoca postnazista è rimasta salda l’idea che sia legittimo decidere con chi coabitare. «Ognuno a casa propria!» La xenofobia populista trova qui il suo punto di forza, il criptorazzismo il suo trampolino. Spesso si ignora, però, che questo è un lascito diretto dell’hitlerismo, primo progetto di rimodellamento biopolitico del pianeta che si proponeva di stabile i criteri della coabitazione. Il gesto discriminatorio rivendica per sé il luogo in modo esclusivo. Chi lo compie si erge a soggetto sovrano che, fantasticando una supposta identità di sé con quel luogo, reclama diritti di proprietà. Come se l’altro, che proprio in quel luogo l’ha già sempre preceduto, non avesse alcun diritto, non fosse, anzi, neppure esistito.

Riconoscere la precedenza dell’altro nel luogo in cui è dato abitare vuol dire aprirsi non solo a un’etica della prossimità, ma anche a una politica della coabitazione. Il con – implicato nel coabitare va inteso nel suo senso più ampio e profondo che, oltre a partecipazione, indica anche simultaneità. Non si tratta di un rigido stare l’uno accanto all’altro. In un mondo attraversato dal concorrere di tanti esili coabitare significa condividere la prossimità spaziale in una convergenza temporale dove il passato di ciascuno possa articolarsi nel presente comune in vista di un comune futuro.

in “Corriere della Sera” del 25 ottobre 2017

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