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“Silence”: un film sulla fede di Martin Scorsese

Silence è un film sulla storia dei missionari gesuiti e delle persecuzioni subite dai convertiti alla fede cristiana, nel Giappone del Milleseicento. Il tema della fede, ha detto l’autore, «è certamente un’ossessione e come potrebbe non esserlo, finché siamo vivi, finché esistiamo? Sono sempre stato ossessionato dai temi dell’amore, della compassione, della fede, che ti aiuta a superare le prove della vita».

Descrizione

Silence è un film del 2016 diretto da Martin Scorsese, che vede protagonisti gli attori Andrew Garfield, Adam Driver e Liam Neeson nei panni di tre padri gesuiti perseguitati in Giappone a causa della loro fede cristiana. Il film è tratto dal romanzo storico Silenzio dello scrittore giapponese Shūsaku Endō, che ripropone appunto le persecuzioni subite dai cristiani durante il periodo Tokugawa nella prima metà del XVII secolo in Giappone. Torna a collaborare con Scorsese lo sceneggiatore Jay Cocks, che già aveva scritto per il regista i film Gangs of New York e L’età dell’innocenza.

La trama

Due padri gesuiti portoghesi partono per il Giappone con l’intento di ricercare il loro mentore, padre Ferreira, e radicare nelle isole la fede cristiana. Verranno presto a conoscenza, e ne saranno vittime, delle tremende persecuzioni che lo shogunato applicava ai danni dei convertiti al cristianesimo.

 

Silence Official Trailer (2016) – Paramount Pictures

 

 

«La fede? Da sempre per me è come un’idea fissa»
intervista a Martin Scorsese,

Qual è la sua emozione dopo l’incontro con papa Francesco?

«Come prima cosa devo dire che sono rimasto conquistato dalla sua familiarità e dalla sua grazia, e dal modo in cui ha gestito l’incontro, apparentemente molto informale. C’era qualcosa nel suo volto e nel suo sguardo che mi ha fatto sentire immediatamente a mio agio. Gli ho donato un quadro della Madonna delle nevi, un dipinto su pergamena giapponese del XVII secolo venerato clandestinamente dai cristiani (che in origine si trovava in un museo d’arte di Nagasaki, e che abbiamo usato nel film – non l’originale, ovviamente…) e anche un dipinto di un artista gesuita del 1662. Quindi abbiamo parlato del film. Mi ha molto colpito perché ha voluto dare una benedizione alla mia famiglia e a chi era con noi, in particolare ponendo la mano sulla fronte di mia moglie. Sia lei che mia figlia erano molto commosse».

Qual è stato il suo rapporto con i papi?

«Ho 74 anni, il primo papa di cui mi ricordo è Pio XII: dovevo avere 7 o 8 anni. E poi mi ricordo di Giovanni XXIII, e di Paolo VI. Ero qui a Roma quando è morto Giovanni Paolo I ed è stato eletto Giovanni Paolo II, ma non avevo mai incontrato un pontefice, questa è la prima volta. E lui ha detto che si augura che il progetto del film porti frutto nel mondo. Allora l’ho guardato e gli ho detto: “Con la sua ispirazione, Santo Padre”. E lui ha detto: “Preghi per me”».

La fede, ma anche il senso del peccato, sono il filo conduttore del suo cinema. Quasi un’ossessione?

«È un po’ complicato rispondere… certamente è un’ossessione, e come potrebbe non esserlo? Come potrebbe la fede non essere un’ossessione, finché siamo vivi, finché esistiamo? Sono nato e cresciuto in un quartiere duro, molto difficile. I miei genitori non erano molto religiosi, i miei nonni erano contadini della campagna siciliana, emigrati a New York, analfabeti, e il loro primo scopo nella vita era provvedere alla famiglia. Quando sono stato introdotto alla fede a un altro livello, questo è avvenuto nella vecchia cattedrale di St. Patrick, la prima cattedrale cattolica di New York (lo fu dal 1815 fino all’apertura dell’attuale, nel 1879 ndr). Lì ho ascoltato discorsi di compassione e amore, di responsabilità e obblighi. Avevo sentito discorsi simili in famiglia, da mio padre, mia madre, i loro fratelli e sorelle, i nonni. La cultura dei miei nonni era saldamente radicata nel loro piccolo villaggio in Sicilia, soprattutto per la moralità, quindi assistevo costantemente a discussioni in materia etica. Però più che sull’etica erano su mio fratello, su chi si sarebbe preso cura di lui: tuo fratello ha fatto tanti errori, è stato in carcere… ma te ne senti responsabile? Sì. Sei obbligato? Sì. E queste erano le costanti discussioni, di fatto finché mio padre è morto. E mi chiedevo se un uomo che aveva commesso dei peccati così grossi, ed era stato in carcere, potesse essere comunque una persona a cui poter volere bene».

Che rapporto ha con la compassione e la fede?

«Sono sempre stato ossessionato dai temi dell’amore, della compassione, della fede. Quella fede che ti aiuta a superare le prove della vita. Io prendevo questo molto seriamente. Poi c’è stato un giovane sacerdote, la cui prima parrocchia è stata la chiesa di Mulberry Street che ho frequentato dagli undici ai diciassette anni: era un giovane prete di ventidue anni, ci ha seguiti tutto quel tempo e ci ha introdotto nel mondo dell’altra America, il mondo delle opportunità, del cambiamento. Io volevo essere come lui, infatti ho frequentato i corsi preparatori del seminario, ma poi ho resistito solo fino a quando avevo quindici anni. Come sa bene, molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. E ho capito che la fede doveva essere una cosa diversa, non poteva essere solo quella di chi diventa sacerdote. Una parte di tutto ciò è sfociato nella mia attività di cineasta: da Mean Streets a Toro Scatenato, e certamente all’Ultima tentazione di Cristo. Quando abbiamo finito L’ultima tentazione di Cristo l’arcivescovo Paul Moore, vescovo della Chiesa episcopale di New York, mi ha detto: ho un libro per te. Era Silence, ed era il 1988».

 

a cura di Fabio Falzone, in “Avvenire” del 1° dicembre 2016

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