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“Rural Africa in motion”: Atlante della Fao sulle sfide del boom demografico e dei cambiamenti climatici

Migrazioni Il rebus africano
di Clara Aida Khalil e Piero Conforti

Un atlante della Fao illustra le complessità dei flussi nell’area subsahariana. Le sfide del boom demografico e dei cambiamenti climatici

L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) ha recentemente pubblicato un atlante – dal titolo Rural Africa in motion: Dynamics and drivers of migration South of the Sahara – che illustra la complessità dei flussi migratori che caratterizzano l’Africa subsahariana. La pubblicazione, risultato di una fruttuosa collaborazione fra la Fao, l’istituto di ricerca agronomica Cirad e il centro sudafricano GovInn, riflette sul ruolo che le zone rurali dei Paesi africani esercitano e continueranno a esercitare sulla determinazione dei flussi migratori nel continente e nel resto del mondo.

Se da un lato l’atlante si colloca in un periodo storico in cui le sfide associate al tema dei rifugiati monopolizzano, a ragione, il dibattito pubblico sulle migrazioni internazionali, dall’altro cerca di porre l’accento anche sugli effetti potenzialmente virtuosi innescati dai movimenti migratori in termini di sviluppo e trasformazione strutturale delle zone rurali.

In un simile scenario, la Fao sta dedicando particolare attenzione a questi temi, sia durante la Giornata Mondiale delle Migrazioni del 2017, sia con il prossimo Rapporto Annuale sullo Stato dell’Agricoltura – lo State of Food and Agriculture 2018 Report, ancora in preparazione – , sia con altre iniziative minori.

La migrazione è un fenomeno antico come l’uomo, strettamente legato al costante processo di cambiamento che caratterizza ogni società. Nella storia dell’umanità, i movimenti di persone all’interno delle regioni, degli Stati e attraverso gli Stati e i continenti hanno sempre rappresentato una componente fondamentale del processo di sviluppo e di trasformazione strutturale. Il passaggio progressivo da società rurali a modelli centrati sul ruolo delle città è stato costantemente alimentato da processi di migrazione, e tali processi hanno subito una drastica accelerazione globale durante gli ultimi due secoli.

In alcune circostanze, tuttavia, migrare è tutt’altro che il risultato di una libera scelta. A fare notizia oggi sono le persone in fuga da villaggi, regioni o Paesi afflitti da guerre, povertà, insicurezza alimentare, o da situazioni climatiche e ambientali sfavorevoli. Altre volte, l’emigrazione che le famiglie rurali sperimentano è una scelta consapevole di gestione del rischio, attraverso la quale si diversificano le attività economiche e le fonti di reddito delle famiglie, nella speranza di superare difficoltà o accedere a stili di vita altrimenti preclusi.

È fin troppo facile ricordare quanto l’emigrazione sia presente nella storia recente del nostro Paese, quando si migrava dalle campagne del Mezzogiorno per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord; o quando dal Nord e dal Sud si migrava in cerca di occupazione nelle Americhe. Queste scelte hanno costituito una prospettiva di sviluppo per tante famiglie che, attraverso le rimesse e i rientri, ha favorito la crescita e il progresso dei luoghi di origine. Ciò che è cambiato negli ultimi decenni è la dimensione potenziale dei flussi di popolazione, che è divenuta maggiore, e la capacità di attrattività dei luoghi di destinazione, che si è gradualmente ridotta. In tutto il mondo le fabbriche in cerca di manodopera de-specializzata, pronte ad accogliere contadini provenienti da campagne sovraffollate, sono sempre meno; così come le terre libere da mettere a coltura. In molte circostanze la destinazione di chi lascia oggi campagne remote e sovraffollate è una periferia urbana povera e inospitale, popolata di attività economiche informali.

Il continente africano ha già una lunga storia migratoria. Basti pensare che nel 2015, secondo le stime fornite dall’Undesa, 33 milioni di africani vivevano in un Paese diverso da quello d’origine. Queste stime aggregate nascondono, tuttavia, importanti differenze regionali: mentre le popolazioni nordafricane tendono a intraprendere migrazioni intercontinentali (circa il 90 per cento di emigranti dalla regione si è mosso verso i confini europei), i migranti provenienti dal sud del Sahara si muovono principalmente all’interno del continente. I numeri e le dinamiche menzionate sono probabilmente molto più consistenti, se si considera che i dati a disposizione non includono né tutti i migranti intra-africani che si muovono senza lasciare traccia nei registri ufficiali, né i flussi di migrazione circolare. Inoltre, i numeri disponibili – dove la presenza di dati consente analisi attendibili – suggeriscono che i flussi migratori interni sono molto importanti, in particolare quelli da una zona all’altra di uno stesso Paese. Si valuta che questi flussi siano ben più frequenti in gran parte dei Paesi dell’Africa subsahariana, e fino a sei volte più elevati dei flussi di migrazione internazionale.

Le estremità occidentali e orientali del continente sono generalmente le più dinamiche; vi si contano, al 2015, circa 5,7 e 3,6 milioni di migranti, rispettivamente. Circa la metà dei migranti del Kenya e del Senegal, per esempio, si spostano all’interno delle frontiere nazionali; questa quota raggiunge l’80 per cento nel caso della Nigeria e dell’Uganda. Complessivamente, si stima che il numero di persone che si spostano all’interno dei loro Paesi è sei volte superiore al numero dei migranti internazionali. La migrazione internazionale, pertanto, non è che la punta di un iceberg.

L’Africa subsahariana è stata l’ultima regione del mondo a intraprendere il processo di transizione demografica; transizione che, al contrario di quanto accaduto in Asia, sta evolvendo più gradualmente del previsto. Con l’eccezione di qualche Paese a sud e ovest nel continente, infatti, il tasso di fecondità continua a diminuire a passo lento e irregolare, con una conseguente crescita costante della popolazione africana.

La scala del fenomeno è senza precedenti. La popolazione a sud del Sahara è aumentata di 645 milioni fra il 1975 e il 2015, con una crescita simile a quella osservata in Paesi come l’India e la Cina. Nei prossimi 40 anni (dal 2015 al 2055) ci si aspetta una crescita 2,2 volte più ingente. Per completare il panorama globale, nello stesso arco temporale, è previsto un calo nella popolazione europea e cinese, e un aumento limitato al 28 per cento di quella indiana. A caratterizzare l’Africa subsahariana è anche il ruolo persistente esercitato dalle popolazioni rurali. Mentre nel resto del mondo il processo di urbanizzazione procede velocemente e, dai primi anni 2000, gli abitanti delle zone urbane superano, seppur di poco, quelli delle zone rurali, l’Africa rimane principalmente rurale a causa di un processo di urbanizzazione iniziato relativamente di recente. Nel 2015 ancora il 62 per cento della popolazione africana abitava in una zona rurale. A causa della crescita della popolazione e della lentezza del processo di urbanizzazione, la densità demografica nelle aree rurali continua ad aumentare, con circa 380 milioni di abitanti addizionali stimati in queste aree entro il 2050.

Che questo processo abbia un effetto forte sulle spinte migratorie presenti e future è chiaro.

in “Avvenire” del 28 aprile 2018

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