Menu

Riscrivere il patto sociale tra generazioni: “L’alleanza della povertà” di 37 organizzazioni per l’introduzione in Italia del reddito di inclusione sociale

L’alleanza della povertà, un cartello di 37 organizzazioni di diversa ispirazione culturale, ha inviato un appello al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio affinché la legge delega per l’introduzione del reddito di inclusione sociale sia approvata prima del prossimo voto. Gli estensori sottolineano che la situazione sta diventando intollerabile, dato che le persone in povertà assoluta — che erano 1 milione e 800 mila nel 2007 — sono oggi 4 milioni e 600 mila (+155%).

L’esclusione sociale

A questi dati gravissimi si devono aggiungere quelli dell’indagine campionaria dell’Istat su «Reddito e condizioni di vita», da cui emerge che il 28,7% delle persone residenti (17,5 milioni di individui) è a rischio di povertà o di esclusione sociale.

Per andare solo un po’ più in profondità, la situazione è particolarmente grave al Sud (dove si sfiora il 50% delle famiglie in difficoltà a causa della bassissima densità lavorativa); tra i nuclei con tre o più figli e quelli monoparentali (con la conseguenza di avere una percentuale molto alta di minori in stato di bisogno); tra le famiglie dove c’è almeno uno straniero (dove il problema non è il lavoro, ma il basso reddito in rapporto al numero di figli).

Senza contare le difficoltà dei più giovani a trovare lavoro e un reddito decente; difficoltà che spingono molti ragazzi (specie i più preparati) a cercar fortuna all’estero.

È dunque venuto il momento di cambiare l’immagine che abbiamo del nostro Paese. La crisi, subentrata alla stagnazione che risale all’inizio degli anni 2000, ci ha molto impoverito, riportandoci indietro nel tempo e creando un disagio diffuso, e ormai cronicizzato, terreno di coltura favorevole al germe del populismo.

Al governo Renzi va dato atto di aver arrestato il trend negativo. Ma la sua azione non è stata sufficiente per invertire la tendenza.

Parlare della povertà oggi è dunque doveroso. Semplicemente perché, in un certo senso, è parlare dell’Italia contemporanea.

Ci sono due questioni che vanno distinte.

La prima riguarda i poveri assoluti. L’Italia è oggi l’unico Paese in Europa che non ha una politica universalistica di aiuto a chi versa in queste condizioni. Un primato di cui non si può certo essere orgogliosi. Per la verità, esiste una misura transitoria che copre un terzo dei bisognosi, ma la caduta del governo e la fine della legislatura mettono a rischio il completamento del percorso iniziato negli ultimi mesi.

Da qui l’appello dell’Alleanza, che speriamo trovi ascolto.
Ma questa iniziativa non può comunque bastare. Al punto in cui siamo, combattere la povertà significa interrogarsi su come si possa riprendere il sentiero di sviluppo abbandonato molti anni fa.

Non si tratta semplicemente di «mettere soldi per i poveri». Si tratta, piuttosto, di ridiscutere il nostro stare insieme, il contratto sociale che ci fa cittadini, con i diritti e i doveri conseguenti. Prendendo atto che il Paese ha bisogno di un nuovo modello di crescita.

Tre obiettivi

Ci sono almeno tre obiettivi che vanno perseguiti contemporaneamente. Compito possibile solo a condizione di costruire una convergenza tra tutte le forze politiche e forze sociali.

Primo: lo Stato è una zavorra che blocca ogni sussulto di ripresa. Con questo fardello sulle spalle non ce la si può fare. Qui non c’entra destra o sinistra; liberisti o non liberisti. Uno Stato inefficiente che distrugge risorse è qualcosa che non ci possiamo più permettere.

Secondo: occorre superare la cultura banalmente consumeristica che un Paese come l’Italia non può reggere. Se vogliamo sostenere i consumi (senza i quali non c’è un’economia florida) occorre prima produrre valore. Decidendosi di conseguenza a creare le condizioni perché chi contribuisce all’allargamento della ricchezza nazionale sia effettivamente premiato. Gli investimenti, il lavoro produttivo, professionale e di cura, la partecipazione civica hanno più importanza della rendita e soprattutto degli sprechi.

Terzo: la crescita ha bisogno di un livello accettabile di equità sociale. L’eccesso di concentrazione della ricchezza è una deriva che va combattuta, rimettendo al centro il lavoro e la sua remunerazione.

Un nuovo patto sociale

Il tutto nel quadro di un nuovo patto tra le generazioni. Nei prossimi quindici anni, un quinto della ricchezza netta dell’intero Paese è destinata ad essere trasferita mortis causa.

Una massa economica enorme. In un Paese invecchiato, occorre trovare i modi per trasformare questo passaggio in un’occasione (forse irripetibile) di rilancio.

Urgente intervenire per combattere la povertà assoluta, di Mauro Magatti, in “Corriere della Sera” del 30 dicembre 2016

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.