• 31/05/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
Ripartire
“Ripartenza”: Dopo aver azzerato il Campionato, il virus azzanna il gergo calcistico. Ripartenza significa – spremo il De Mauro – “rapida iniziativa di attacco dopo un’offensiva avversaria”. Insomma, il “baricentro” della squadra avversa ha perso l’equilibrio, tentando di fiocinarci, noi ripigliamo palla e… uno-due-tre tocchi e andiamo in porta. Le squadre abili nella ripartenza sono quelle che rispondono all’iniziativa del nemico: attendono, con cautela di iena, l’errore altrui, per, appunto, ripartire. Sono incapaci di partire all’attacco, hanno bisogno di appoggiarsi allo squilibrio del nemico, di vincere in scaltrezza, tramutando l’apparente ignavia in forza. Non credo che i nostri governanti abbiano fatto dottrina da Gianni Brera; nel caso consiglio la lettura dell’articolo Il dribbling in corpo: Omar Sivori (raccolto in: Gianni Brera, Il più bel gioco del mondo, Bur, 2007). Prima di “ripartire” – per cui occorre tenuta atletica e polmoni continentali – bisogna apprendere l’arte di “dribblare” l’avversario.

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Ripartire, vizi del frainteso, significa partire un’altra volta, come se la prima, più che una partenza, sia stata una gita. Ma ripartire significa, prima di tutto, fare le parti, dividere – diverso da con-dividere –, spartire qualcosa tra alcuni. Chi immagina che l’epoca del virus coincida con una nuova etica del vivere si sbaglia. Saremo (pardon: saranno; sono sempre gli altri i cattivi) più feroci e più cattivi. La povertà non coltiva vigne di mecenati, ma abbrutisce gli umani. Certo, c’è da chiedersi: chi ripartisce cosa, con quali fini, a quali beneficiari.

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Per “ripartire” bisogna sapere dove andare. Tutti mirano ad andare – a parole – nello stesso luogo: in un passato che ha già caratteristiche edeniche, da paradiso perduto (ma era un inferno). Dobbiamo tornare come prima. Mai vista una ripartenza che si fa tornando indietro: per difetto di qualità offensiva da parte dell’avversario, pigliamo la palla, indietreggiamo, ci diamo all’autogol.

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Con la stessa foga con cui si è chiuso tutto, poi riaperto, poi rinchiuso a doppia mandata, ora si riapre. Il virus alligna nel caos, il caso è contagioso. Inutile sciorinare gli aforismi di Confucio sull’ascesi personale e collettiva – “Dal Figlio del Cielo all’ultimo del popolo, per tutti il principale è perfezionare la propria persona” –, rischieremmo un dibattito vacuo intorno alla parola perfezione. L’etica collettivista di Confucio – tradotta, oggi, con un: lasciati perfezionare da noi, basta scaricare un’applicazione – mi fa orrore. Per lo meno, Confucio conosceva la diversa “statura” degli uomini: “Il saggio è accondiscendente, ma mai servilmente concorde; l’uomo volgare è servilmente concorde, ma mai accondiscendente”.

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In un saggio molto noto, La persona e il sacro, Simone Weil colpisce il protagonismo degli artisti – o meglio, oggi, degli opinionisti – e quello degli scienziati. “Nella nostra epoca, in cui scrittori e scienziati hanno curiosamente usurpato il posto dei sacerdoti, il pubblico ammette, con una compiacenza destituita di qualsiasi fondamento, che le facoltà artistiche e scientifiche siano sacre… La scienza, l’arte, la letteratura, la filosofia che appaiono solo come forme di sviluppo della persona costituiscono un ambito in cui si registrano successi straordinari, gloriosi, che mantengono in vita certi nomi per migliaia di anni. Ma al di sopra di quest’ambito, molto al di sopra, separato da un abisso, ve ne è un altro in cui si situano le cose di primissimo ordine. Queste sono essenzialmente anonime… La verità e la bellezza abitano questo ambito delle cose impersonali e anonime. Ed è questo ambito a essere sacro”. La ripartenza parte dalle “cose di primissimo ordine” – il resto è disordine.

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Attenzione: il virus sarà il grande scudo, la grande scusa, per cui tutti diranno, lo so, sarebbe magnifico, ma non si può fare altrimenti, d’altronde, la pandemia… Con biforcuta astuzia, ci si appoggia alla crisi senza superarla. La crisi diventa una giustificazione subdola e non una sfida, cosa che intorpidisce più che addestrare lo scatto. Inutile dire, che lo Stato non deve assistere i cittadini – mettendoli a tacere con un tot di soldi, paventando celestiali progressi –, ma custodire il desiderio di sfida. Un uomo non è fatto per stare sul divano o per obbedire, ma per esprimersi: lo Stato ha senso se stimola la creatività e difende gli intrepidi, non se spiana la palude dell’apatia.

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Il grande viaggiatore Eugenio Turri in Gli uomini delle tende (Bruno Mondadori, 2003), tratteggia l’ombra di El Béchir, “un europeo, un francese che si era fatto iullimeden, un tuareg in tutto e per tutto… era lì da anni, era diventato musulmano e nomade, come un autentico figlio tamashek… viveva nella tenda come gli altri, come gli altri si procurava da vivere allevando capre e dromedari. Esempio, quindi, di un mito che si era inverato nella sofferenza, perché anche El Béchir soffriva, sia i drammi stagionali della carestia, sia la solitudine e la desolazione in cui stavano spegnendosi gli ultimi nomadi ancora fedeli al più tradizionale modo di vivere”. La grandezza degli uomini sta nel percorrere le vie insolite, ignote, gravide di un dolore che diventa grazia. La sfida, spesso, non risponde che ha se stessa: è una utopia mutare il nome, fare scempio di sé. Charles de Foucauld, dal suo rifugio di Tamanrasset, portava il Vangelo ai Tuareg: gli stessi che ha ospitato e curato lo ammazzano. “Il nostro annientamento è il mezzo più potente che abbiamo per unirci a Gesù e per fare il bene delle anime”, scrive, la mattina della morte, il primo dicembre 1916. Gli italiani, da sempre, da Marco Polo in poi, sono grandi viaggiatori: senza perdersi, sono tornati in sé. Abbiamo anche una certa tradizione nella velocità. Nel partire c’è il senso di una separazione, di un allontanamento definitivo. Più che ripartire, partiamo. (d.b.)

Pangea, 16 Aprile, 2020