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Rapporto Censis 2017: dati e novità sull’educazione – I processi formativi

Giunto alla 51a edizione, il Rapporto Censis, presentato il 1° dicembre 2017, interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase congiunturale che stiamo attraversando.

Le Considerazioni generali introducono il Rapporto sottolineando come si stia chiudendo un lungo ciclo di sviluppo senza espansione economica, secondo processi a bassa interferenza reciproca, in cui il futuro è rimasto incollato al presente. Ora l’immaginazione e la preparazione del nuovo devono fare leva sul binomio tecnologia-territorio.

Nella seconda parte, La società italiana al 2017, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno, focalizzando i baricentri della ripresa, ma anche i trascinamenti inerziali che vanno maneggiati con cura, con l’obiettivo di ricomporre un immaginario collettivo che sprigioni forza propulsiva e non lasci prevalere nel corpo sociale il rancore e la nostalgia.
Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.

Il capitolo «Processi formativi»

Dirigenza scolastica a rischio burn out?

Nell’annuale rilevazione del Censis su oltre 1.000 dirigenti scolastici emerge il prevalere tra i docenti di disorientamento (39,8% delle scuole) e demotivazione (21,8%), e solo nel 20,8% di un atteggiamento ottimistico. Per i dirigenti intervistati, tra gli aspetti della loro professione che negli ultimi anni sono stati particolarmente gravosi, al primo posto si collocano quelli normativi e burocratici. In particolare, in un range che va da 1=per niente gravoso a 10=molto gravoso hanno assegnato un punteggio medio di 8,30 al nodo critico dell’applicazione e delle responsabilità relative a normative generali, quali privacy, trasparenza amministrativa e siti web, anticorruzione e soprattutto in materia di sicurezza e edilizia scolastica. Il 68,8% dei dirigenti ritiene necessario affrontare urgentemente il nodo economico, chiedendo un incremento delle retribuzioni in linea con il loro ruolo di dirigenti pubblici. Il 37,5% avanza la richiesta di un supporto organizzativo e amministrativo per l’applicazione delle procedure per la dematerializzazione e del Codice dell’Amministrazione Digitale.

La struttura molecolare dell’innovazione: le reti di scuole.

Dell’annuale indagine del Censis su dirigenti scolastici emerge che su 1.048 scuole ben il 93,2% aderisce ad almeno una rete di scopo (il 56,1% è inserita in più di due reti). La rete di ambito è vista soprattutto come un’opportunità per far circolare tra le scuole aderenti le buone pratiche in atto (48,3%), il 36,7% dei dirigenti sottolinea che permette di fare economie di scala, il 36,6% che è un supporto al miglioramento di pratiche educative della scuola e il 33,3% che agevola l’accesso ai finanziamenti. Il valore aggiunto delle reti di scopo è, invece, individuato nel loro supporto al miglioramento della didattica e delle pratiche educative (52,9%) e alla circolazione di buone pratiche (45,5%). Ne consegue che interesse e grado di utilità percepiti siano molto alti per quelle con obiettivi di innovazione dell’organizzazione e delle metodologie didattiche. In particolare, il 51,6% dei dirigenti intervistati ritiene molto utili e interessanti per la propria realtà scolastica le reti per l’introduzione di nuove metodologie didattiche e un altro 39,8% le reputa comunque abbastanza utili.

La crescente emersione degli studenti con disabilità e Dsa nella scuola.

L’analisi diacronica della presenza di alunni con disabilità nella scuola statale ne evidenzia una progressiva emersione. Infatti, nel decennio 2007-2017 per quanto riguarda la scuola dell’infanzia e del I ciclo (primaria e secondaria di I grado) gli alunni con disabilità riportano una variazione pari a +26,8% e per l’a.s. 2017-2018 sono pari, in termini assoluti, a 168.708 individui, con una incidenza pari a 3,3 ogni 100 alunni, concentrati per il 38,3% nel Sud, il 26,1% al Nord-Ovest, al Centro il 20,2% e al Nord-Est il 15,5%.
Nella scuola secondaria di II grado l’incremento nello stesso decennio è stato di gran lunga superiore, attestandosi a quota +59,4% e arrivando a contare nell’a.s. 2017-2018 65.950 individui, con una incidenza media nazionale pari 2,5 ogni 100 alunni. Anche per il secondo ciclo di istruzione è nel Sud che si rileva la maggiore concentrazione (42,2%), seguito dalle regioni del Centro (21,5%), del Nord-Ovest (20,8%) e del Nord-Est (15,5%). Un’altra tipologia di alunni con bisogni speciali in forte aumento è quella degli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), che nell’a.s. 2014-2015 nel ciclo dell’istruzione secondaria di II grado ammontavano a quasi 68.000 individui, cresciuti nella misura del 180,9% rispetto all’a.s. 2011-2012, pari a 2,5 alunni ogni 100. Stando ai dati del Miur, i posti per docenti di sostegno assegnati hanno raggiunto quota 138.849, uno ogni 1,7 alunni con disabilità (nell’a.s. 2007-2008 il rapporto era di un docente di sostegno ogni due alunni con disabilità), segnando un incremento rispetto all’anno precedente pari a +11,5% e del +57% rispetto a dieci anni prima.

L’università e la sfida dell’inclusione.

Da una ricerca realizzata dal Censis con il contributo di 40 università, sulla base dei dati raccolti nel 65% degli atenei italiani, nell’a.a. 2014-2015 la popolazione degli studenti iscritti con disabilità (con invalidità >66% e con Dsa) ha raggiunto i 14.649 individui, riportando nell’arco di tre anni un incremento del 13,3% (studenti con invalidità >66% +1,4%, con Dsa +108,3%), con una incidenza complessiva di 10,2 studenti ogni mille. La maggior parte di loro è iscritta a corsi di studio dell’area umanistica e della formazione (il 33,1% nel 2014-2015), seguita dall’area scientifica (29,3%) e da quella economico-giuridica (27,7%). Solo il 9,9% frequenta corsi dell’area medica. Tra gli studenti seguiti dai servizi di ateneo si percepisce una complessiva soddisfazione per la scelta compiuta. L’82,1% dichiara che si iscriverebbe di nuovo all’università che frequentata. Tra gli studenti con Dsa, i miglioramenti auspicati si concentrano soprattutto sulla dimensione relazionale-didattica: maggiore disponibilità dei docenti verso bisogni speciali degli studenti (48,7%), maggiore accesso al materiale didattico (37,4%), maggiore disponibilità di ausili tecnologici (36,5%). Gli studenti con disabilità aggiungono la richiesta di una più agevole accessibilità dei luoghi dell’ateneo: disponibilità di posti riservati nelle aule (33,6%), accesso alle aule (26,8%) e ai servizi igienici (28%), spostamenti più agevoli tra aule e sedi universitarie (29,6%) e da casa all’università (20%).

Recuperare l’apprendimento permanente

Nel 2016 in Italia la quota di adulti che partecipano all’apprendimento permanente, incrementata di un punto percentuale rispetto all’anno precedente, era pari all’8,3%, ancora inferiore al valore medio europeo (10,8%).
Le donne manifestano una maggiore propensione alla formazione, in quanto partecipi nella misura dell’8,7% rispetto al 7,8% degli uomini, insieme alle coorti più giovani, in misura più che doppia di quelle più anziane (il 15,1% di 25-34enni rispetto al 7,1% dei 35-54enni).
Ed emerge una progressiva divaricazione della domanda tra le professioni skilled e le professioni qualificate come medium lowskilled (operai e artigiani), il cui peso percentuale si comprime.
Si osserva un incremento dei laureati sia nelle professioni high skilled (dal 42,9% al 49,6%), sia in quelle medium skilled (dal 9,1% al 10,7%).
Slittano verso il basso i diplomati, la cui presenza diminuisce nelle professioni high skilled (dal 49,2% al 44,2%) e cresce in quelle medium lowskilled (dal 35,7% al 39,5%) e lowskilled (dal 30,5% al 33,4%).
Si evidenzia il bisogno di creare opportunità formative in grado di garantire il rafforzamento delle competenze di occupati che, pur disponendo di livelli di istruzione secondaria, rischiano di rimanere schiacciati verso professioni meno qualificate e meno richieste.

https://adiscuola.it/censis-51-rapporto-sulla-situazione-sociale-del-paese2017/

 

 

Ciò che ci manca
di Mauro Magatti

È la mancanza di futuro la povertà più grande che attanaglia in questo momento l’Italia e che genera tanta rabbia e risentimento. I dati del Rapporto Censis 2017 su questo punto sono impietosi. La stragrande maggioranza degli italiani dichiara infatti di non vedere davanti a sé un futuro promettente.
Il cittadino comune ha ormai abbandonato i miti dell’individualismo rampante degli anni ruggenti della finanziarizzazione e della globalizzazione. Non crede più alle promesse di un domani che non arriva mai. E, ben più realisticamente, cerca di fare i conti con i problemi concretissimi della propria vita quotidiana, con la netta sensazione di essere abbandonato dalle istituzioni e di doversela cavare da solo. Le percezioni, si sa, non sono la realtà. E, dunque, si potrebbe contestare che tanto risentimento è in fondo ingiustificato. Che l’economia sta riprendendo, che occorre avere un po’ di pazienza e che col tempo i benefici arriveranno a tutti. Ma chi si attesta su questa lettura non capisce il tempo che viviamo.
In primo luogo perché è tutto da dimostrare che la crescita economica prosegua negli anni. Ci sono mille variabili che possono portare nuova instabilità.
In secondo luogo, perché l’incremento del Pil non si traduce automaticamente nella sua equa redistribuzione tra i diversi gruppi sociali.
In terzo luogo, perché lo scontento e la rabbia sono concreti e attuali, mente gli eventuali benefici appartengono a un domani incerto.
E poi i problemi delle persone non sono solamente di tipo economico: l’invecchiamento demografico ci rende una società più fragile e vulnerabile; le sacche di povertà e di disagio sono diventate così ampie da stravolgere la vita di tanti quartieri; la solitudine e la mancanza di senso sono tarli che divorano la vita di molti.
Che cosa ci insegna tutto questo?
Che siamo ormai davvero in un altro tempo. La crisi globale, combinandosi con i ritardi accumulati negli anni dal Paese, ha scavato solchi profondi nella nostra società. Certo, non possiamo consegnarci a un pessimismo fatalista che diventa una profezia destinata ad autoavverarsi. Ma non possiamo nemmeno accontentarci di un ottimismo di maniera che non accetta di fare i conti con i problemi profondi delle nostre città e col dolore diffuso tra i nostri concittadini.
Ancora si stenta a capire che la domanda che sale dalla società è oggi quella di un nuovo legame sociale capace di spezzare quel profondo senso di abbandono da cui scaturisce il livore che, con sgomento, vediamo qua e là affiorare. Ciò che si chiede è qualcuno che si coinvolga davvero e si ponga come garante per tutti coloro che vogliono costruire (e sono ancora la maggioranza) invece che distruggere. Aiutando un po’ per volta a sciogliere i nodi che strozzano la società italiana e creando le condizioni per un nuovo patto sociale, che sia prima di tutto tra le generazioni.
Una metafora può aiutare a capire meglio di che cosa si sta parlando. Con la globalizzazione siamo entrati nel grande oceano planetario. Per un primo periodo la navigazione può essere apparsa facile e attraente: in presenza di un’unica corrente che spingeva tutte le imbarcazioni al largo, l’unica richiesta era quella di approfittare di qualcuna delle crescenti e (teoricamente) illimitate possibilità che la nuova situazione portava con sé. Poi, nel 2008, è arrivata la tempesta e molte imbarcazioni sono naufragate, causando numerosi morti e feriti. Oggi la tempesta è passata, ma siamo tutti in mezzo all’oceano, con un mare che è diventato difficile e minaccioso. Per navigare in questa nuova situazione occorre riconoscere di essere tutti sulla stessa barca, organizzare bene l’equipaggio, dotarsi degli strumenti necessari, liberarsi dei pesi inutili. Insomma, imparare a tenere il mare e darsi una rotta.
L’Italia sta entrando in un anno elettorale. Non mancherà chi cercherà di sfruttare il malcontento diffuso. La speranza è di vedere qualcuno che non abbia paura di parlare al Paese, facendogli capire che ci si può salvare solo insieme, ingaggiandosi in un percorso che richiede, sì, tempo e costanza, ma che è il solo modo per riaprire il futuro. Un percorso che deve mettere al centro il lavoro e le nuove generazioni. Non si tratta tanto di fare sacrifici per essere “più efficienti”. Si tratta invece di girare una pagina non particolarmente felice, e che è durata troppo a lungo. E cominciare a costruire, un po’ per volta, un nuovo modello di sviluppo. Centrato sulla sostenibilità (sociale, ambientale, umana) e sul contributo di tutti, ma proprio tutti. Ce la faremo?

in “Avvenire” del 2 dicembre 2017

 

 

Rapporto Censis 2017:
recuperare l’apprendimento permanente 

Il Rapporto Censis 2017 dedica un breve spazio all’educazione e istruzione permanente degli adulti, una tipologia del sistema formativo in cui l’Italia, rispetto alla maggioranza dei Paesi dell’Unione, registra ritardi notevoli.

“Nel 2016 in Italia – afferma il Rapporto – la quota di adulti che partecipano all’apprendimento permanente, incrementata di un punto percentuale rispetto all’anno precedente, era pari all’8,3%, ancora inferiore al valore medio europeo (10,8%). Le donne manifestano una maggiore propensione alla formazione, in quanto partecipi nella misura dell’8,7% rispetto al 7,8% degli uomini, insieme alle coorti più giovani, in misura più che doppia di quelle più anziane (il 15,1% di 25-34enni rispetto al 7,1% dei 35-54enni).

Ed emerge una progressiva divaricazione della domanda tra le professioni skilled e le professioni qualificate come medium/low skilled (operai e artigiani), il cui peso percentuale si comprime.

Si osserva un incremento dei laureati sia nelle professioni high skilled (dal 42,9% al 49,6%), sia in quelle medium skilled (dal 9,1% al 10,7%).

Slittano verso il basso i diplomati, la cui presenza diminuisce nelle professioni high skilled (dal 49,2% al 44,2%) e cresce in quelle medium low skilled (dal 35,7% al 39,5%) e low skilled (dal 30,5% al 33,4%).

Si evidenzia il bisogno di creare opportunità formative in grado di garantire il rafforzamento delle competenze di occupati che, pur disponendo di livelli di istruzione secondaria, rischiano di rimanere schiacciati verso professioni meno qualificate e meno richieste”.

La rilevazione del Rapporto – desunta probabilmente dai dati comunicati da associazioni della terza età – si sofferma sui livelli di competenza culturale (titoli di studio) degli adulti coinvolti e sul genere, ma sarebbe stato interessante, con riferimento al settore pubblico dell’istruzione, rilevare la nazionalità di coloro che partecipano.

Si sarebbe probabilmente scoperto che una parte consistente dei corsisti frequentanti i CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti) è di nazionalità straniera con quote consistenti di analfabetismo. Uno spaccato sociale alla ricerca di una validazione linguistica che sia di sostegno all’integrazione nel nostro Paese

https://m.tuttoscuola.com/rapporto-censis-2017-recuperare-lapprendimento-permanente/

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