• Italia, Roma
  • 20/07/2019
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Una società prigioniera del presente non progetta futuro e non ha memoria del passato. Cova rancori e paure, riuscendo solo ad adattarsi: al desiderio sostituisce le pulsioni, al progetto l’annuncio, alle passioni le emozioni. Diventa una società rattrappita. La schiavitù del presente ha portato perfino a un mutamento antropologico dell’uomo occidentale: nella vita privata, nella sfera dei sentimenti, delle relazioni, dei rapporti umani e nella dimensione pubblica, dalla politica all’economia, dalle istituzioni alle imprese. Il presentismo ratifica il primato della tecnologia che domina e ci domina, della finanza senza redistribuzione della ricchezza. Assembla il virtuale in un’eterna connessione e rende opaco il reale, fino a farlo sfumare. Lascia senza risposte le due grandi domande del mondo globalizzato: la sicurezza e la possibilità di crescere nel benessere. Ma da questa prigione si può uscire, se partiamo dalla consapevolezza di quanto siamo ormai scollegati dal passato e dal futuro. E come diceva Camus «il senso della vita è resistere all’aria del tempo».

 

Descrizione

Titolo: Prigionieri del presente. Come uscire dalla trappola della modernità
Autori: Giuseppe De Rita, Antonio Galdo
Editore: Einaudi
Prezzo: 14,50
Dimensioni: 211,44 KB
Pagine: 112 p.
EAN: 9788858428641

 

 

Intrappolati nella santa «modernità»
di Gianfranco Ravasi

Pochi badano alla genesi della parola «moderno»: essa deriva dall’avverbio latino modo che significa «ora, adesso, poco fa» e, quindi, evoca l’immediatezza, l’evoluzione, la motilità propria del tempo che scorre. Ironicamente Gadda nella Cognizione del dolore scriveva che, «se un’idea è più moderna dell’altra, è segno che non sono immortali né l’una né l’altra». In verità, la classificazione di epoca «moderna» nei manuali storici, come è noto, ha una ben diversa accezione perché solitamente comprende un arco che va dalla scoperta dell’America (1492) alla rivoluzione francese (1789), oltre il quale si allarga l’epoca «contemporanea». In realtà, l’accezione generica di «moderno» ha acquisito la connotazione di novità rispetto al passato: si pensi solo, in sede teologica, al «modernismo», o al «modern style» che, in ambito artistico, è stato una variante dell’«art nouveau».

Una scossa è stata data già nel 1917 dallo scrittore Rudolf Pannwitz quando introdusse la categoria della «post-modernità» che fece la fortuna dei saggi di Jean-François Lyotard (La condizione postmoderna del 1979 e Moralità postmoderne del 1993). Tuttavia, il concetto basico di «moderno» come sinonimo di presente è ancor oggi dominante e lo è in un testo scritto a quattro mani dal notissimo fondatore del Censis Giuseppe De Rita e da un altro studioso, Antonio Galdo, che ha al suo attivo saggi interessanti proprio sulla modernità contemporanea con la sua eclissi della borghesia, la «grande crisi», gli affanni della religione e degli ideali e così via. Il titolo come il sottotitolo dell’opera, che parlano di una prigione e una trappola, fanno comprendere l’approccio critico della loro analisi.

La presento solo allusivamente in questa pagina del supplemento domenicale, di sua natura riservata alla religione, perché i quattro capitoli che costituiscono l’impalcatura del libro (per altro, godibilissimo nella sua chiarezza, sincerità e concretezza, lontano dalla fumosità paludata di analoghe verifiche socio-culturali) toccano quattro temi sui quali io stesso sono ininterrottamente interpellato: tempo «liquido», cultura digitale, economia, politica. E lo si fa nonostante io non sia un sociologo, anche se ammetto che i miei interessi sono eclettici e mobili. Questo avviene perché gli sguardi che i due autori rivolgono al panorama della «modernità» hanno un rilievo capitale anche nell’esperienza etico-religiosa. Esemplifico attraverso un’elencazione, sulla falsariga dei quattro punti cardinali sopra indicati.

Partiamo dall’ormai abusata ma effettiva rilevazione della «liquidità» del tempo attuale con tutti i suoi corollari di linguaggio degradato, di smemoratezza storico-culturale, di sfarinamento delle identità valoriali. Procediamo lungo le reti virtuali che avviluppano quella che senza esitazione è definita come «infosfera», ove non solo il linguaggio ma anche l’etica si degradano sulle bacheche informatiche che non conoscono vergogna e dignità. Per non parlare, poi, dell’illusoria libertà di navigazione in rete che è mappata dall’industria dei «big data», come insegnano le recenti vicende del mercato di dati sensibili da parte di grosse corporazioni, le «big five» americane, o quelle connesse ai condizionamenti elettorali.
Ricoeur non esitava a ricordarci che «viviamo in un’epoca in cui all’atrofia dei fini corrisponde una bulimia dei mezzi». Come non pensare all’impero della tecnocrazia sulla scienza e al predominio della finanza sull’economia per cui capitale e lavoro si sgretolano? E, infine, De Rita e Galdo ci introducono nella sconcertante fluidità della politica, veramente ridotta a «un evento calcistico» ove il tifo più bieco cancella ogni progettazione ragionata e i vessilli sventolanti nell’aria dell’attualità sono non tanto i «desideri» e i progetti personali e sociali alti, ma i «bisogni» primari di sicurezza e benessere. Ebbene, tutti questi cambi di paradigma – come si è soliti classificarli – hanno pesanti coinvolgimenti nell’ambito religioso, inteso nel senso genuino del termine e non come mera isola sacrale ove si levano volute d’incenso, brillano ceri e si cantano inni.
Proprio per questo, papa Francesco non teme di inoltrarsi con le sue encicliche, i suoi discorsi e i suoi atti nell’orizzonte «moderno», senza timore di sporcarsi la talare candida nella polvere di un presente dal quale non si può evadere, a differenza di quanto auspicano i due autori del saggio, ma al quale certamente non ci si deve uniformare, adeguare o rassegnare. L’antropologia proposta dalle coordinate socio-culturali della «modernità» è, infatti, problematica soprattutto a livello etico. Imperante non è tanto l’immoralità, per altro ben attestata, ma piuttosto l’amoralità, quell’indifferenza che si allarga anche all’ambito religioso ove all’ateismo militante e coerente e alla fede rigorosa e praticata si sono sostituiti l’«apateismo» e il fondamentalismo oppure il vago sincretismo alla New Age.

A questo punto che valore ha il parlare di peccato e, a più ampio spettro, che significato hanno categorie fondamentali come natura umana, corpo, sacro e profano, futuro? A queste domande risponde in maniera piuttosto originale Vittorio Robiati Bendaud, un autore di matrice ebraico- italiana libica, allievo del rimpianto rabbino di Milano Giuseppe Laras. Dico originale perché la sua non è una trattazione secondo i parametri teorici tradizionali ma è una serie di percorsi che usano una strumentazione molto variegata e talora persino inattesa. Egli ricorre soprattutto al pensiero biblico e giudaico che costituisce come una sua sorta di stella polare, capace di dare «senso» a quei concetti sopra enunciati che ora sono afflitti da «peccati di senso», come dice il curioso titolo del libro.

Ma se questa particolare guida interpretativa di «parole ormai logore e di riflessioni abusate nel sentire comune» è quasi il basso continuo dei vari capitoletti, l’autore non esita a inoltrarsi anche in qualche campo della letteratura e della saggistica contemporanea soprattutto ebraica, da Heschel a Buber, da Alain Corbin a Soloveitchik, da Gershom Scholem a Katzenelson e all’amato Laras, senza però escludere, ad esempio, il Cognetti delle Otto montagne, la Brontë di Jane Eyre e in particolare Daniel Varujan e Antonia Arslan quando egli affronta il tema sensibile del genocidio che appartiene anche al popolo armeno. La trama è, però, affidata soprattutto alle riflessioni che, come si diceva, si alimentano alla fonte e allo stesso stile epistemologico della tradizione ebraica. L’appello finale è, allora, quello tipico della stessa religione biblica che è di sua natura storica e, quindi, incarnata. Non si deve fuggire dal presente pur così malandato eticamente, ma cercare di far battere di nuovo quel cuore-coscienza intorpidito; bisogna redimere il passato perché sia una ricarica per il presente e una propulsione per il futuro. Siamo, quindi, nello spirito dialogico ebraico-cristiano: per molti, l’abbondante messe di spunti biblico-giudaici sarà una sorpresa proprio per la loro carica capace di far superare quella rassegnata narrazione del presente che in modo folgorante e parallelo hanno proposto due figure capitali del ’900. Da un lato, l’agnostico Camus nella Caduta (1956): «Una frase solo basterà a definire l’uomo moderno: fornicò e lesse giornali». D’altro lato, il credente Eliot nel Frammento di un agone (1922): «Nascita, e copula e morte, / tutto qui, tutto qui, tutto qui… / Se tiri le somme, tutto è qui».

Prigionieri del presente Giuseppe De Rita – Antonio Galdo Einaudi, Torino, pagg. 98, € 14,50
Peccati di senso Vittorio Robiati Bendaud San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), pagg. 125, € 16

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