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Chi prega nei Salmi? «In primo luogo è David in persona a pregare nei salmi, ma in quanto
anticipazione profetico-messianica, che porta già in sé il messia: in David è Gesù Cristo che prega.
Ma Cristo non può venir separato dal suo corpo, la Chiesa, e dalle sue membra: quindi in Cristo
pregano con le parole del salterio anche la chiesa e i singoli cristiani».

È la sintesi, che si legge nella postfazione, del volume Pregare i salmi con Cristo, l’ultimo degli
scritti pubblicati in vita da Dietrich Bonhoeffer (1940), ora pubblicato da Queriniana (pp 88, euro
9,50) con una prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi (che sotto presentiamo). Dalla
biografia apprendiamo che Bonhoeffer «si è occupato intensivamente dei Salmi nel periodo del
vicariato collettivo nella Pomerania orientale»: questo lavoro biblico, che amplia il discorso che il
teologo sviluppa in Vita comune sull’interpretazione e «sull’uso costante dei salmi», ha una chiara
impostazione pedagogica: «Signore, insegnaci a pregare». Ed è opportuno ricordare che lo stesso
testo che in questi giorni pubblica Ludwig Monti, monaco di Bose, è significativamente intitolato
Imparare a pregare (Qiqajon, pp. 126, euro 13). Pregare «significa procedere nel cammino verso
Dio e parlare con lui».

Non è semplice: «Per trovare questa strada non bastano le risorse umane ed è necessario Gesù
Cristo». La lettura bonhefferiana del Salterio è essenzialmente cristologica. Egli raggruppa i Salmi
in dieci capitoletti: la creazione, la legge, la storia della salvezza, il messia, la Chiesa, la vita, la
sofferenza, la colpa, i nemici, la fine. Studia il rapporto tra queste sezioni e il Pater noster e spiega
che tutto il Salterio è incluso nella preghiera di Gesù». Saggio robusto, frutto di sofferta
meditazione.
Gianfranco Ravasi per l’edizione italiana e Gerhard Ludwig Muller e Albrecht Schonherr (che
scrivono pagine introduttive e di commento: sono i curatori dell’edizione critica in lingua tedesca),
ci guidano nella lettura del testo con riflessioni ricche di riferimenti storici, esegetici, teologici. I
Salmi suscitano a una prima lettura sorprese, perplessità, dubbi: occorre accostarli non solo col
cuore ma soprattutto con la mente, muovere dalla consapevolezza che l’importante «non è ciò che
risponde al nostro volere, ma ciò che Dio vuole sia detto nella nostra vocazione». I Salmi sono
Parola di Dio, ma Parola di Dio «non è solo quella che Dio ci dice, ma anche quella che egli vuole
udire da noi, in quanto Parola del Figlio che egli ama». Cristo muore «con le parole dei salmi sulle
labbra».
Bonhoeffer lo ricorda con passione. E aggiunge: «Una comunità cristiana perde un tesoro
incomparabile se non ricorre al salterio, mentre scopre in sé una forza insospettata quando lo
ritrova»

di Francesco Pistoia, Da David a Dietrich, un modo moderno di «parlare» con Dio,
in “Avvenire” del 28 ottobre 2015

 

 

Bonhoeffer Con i salmi nel lager
di Gianfranco Ravasi
 

Con le sue 19531 parole ebraiche il Salterio è, per ampiezza, il terzo libro anticotestamentario, dopo
quelli di Geremia e della Genesi. Ma la sua presenza nella storia della tradizione giudaica, prima, e
cristiana, poi, è stata primaria. Si pensi, ad esempio, che delle circa 60.000 citazioni bibliche che
costellano gli scritti di sant’Agostino, 20.000 appartengono alle Scritture ebraiche e di esse 11.500
sono desunte dai salmi, il libro sacro più citato dopo i Vangeli. Ma non è stato solo l’aspetto
quantitativo a dominare. Lo stesso Padre della Chiesa, infatti, nelle sue Enarrationes in Psalmos
esclamava: « Psalterium meum, gaudium meum!, dando idealmente voce a un’appassionata
adesione corale che continuerà per secoli nella cristianità.
Questa stessa adesione gioiosa e mistica pervade anche il breve e denso testo che Dietrich
Bonhoeffer ha dedicato ai Salmi. Egli, infatti, confessa: «Chi ha iniziato a pregare il Salterio con
serietà e regolarità, ben presto darà il ‘ben servito’ alle altre più facili e familiari ‘preghiere
devozionali’ dicendo: ‘Qui non c’è il vigore, la forza, l’impeto e il fuoco che trovo nel Salterio, tutto
sembra freddo e arido’ (Lutero) ». Non è, però, una sintonia sentimentale per cui «l’eco di ogni
nostra invocazione resta confinata all’interno del nostro io». Il pregare salmico genuino è, infatti,
grazia; sboccia da un dialogo aperto da Dio stesso: come «il bambino impara a parlare in quanto il
padre gli parla […], allo stesso modo impariamo a parlare a Dio, in quanto Dio ci ha parlato e ci
parla».
In questa luce non dovrebbe stupire che nella Bibbia, che è per eccellenza Parola di Dio, ci si
imbatta in un libro di preghiere. «A un primo sguardo è molto sorprendente trovare nella Bibbia un
libro di preghiera. Infatti la sacra Scrittura è la Parola di Dio a noi, mentre le preghiere sono parole
umane. Come mai entrano nella Bibbia? […] La Bibbia è Parola di Dio anche nei salmi. Ma allora le
preghiere a Dio sono Parola di Dio?». La risposta a questo interrogativo sta proprio nella natura
dialogica delle Scritture, ma soprattutto nella loro chiave di volta che è la figura del Figlio, di Gesù
Cristo, Dio e uomo. È lui a trasfigurare la parola umana orante in parola divina benedicente. «Gesù
Cristo ha portato al cospetto di Dio ogni miseria, ogni gioia, ogni gratitudine e ogni speranza degli
uomini. Sulle sue labbra la parola umana diventa Parola di Dio, e nel nostro partecipare alla sua
preghiera la Parola di Dio si fa a sua volta parola umana».
L’asse ermeneutico che Bonhoeffer adotta erigendolo a chiave costante di lettura dei Salmi è,
quindi, cristologico: «Se la Bibbia contiene anche un libro di preghiere, questo ci insegna che la
Parola di Dio non è solo quella che Dio ci dice, ma anche quella che egli vuole udire, in quanto
Parola del Figlio che egli ama». L’arco intero della nostra esistenza umana viene assunto da Cristo e
trasformato in gloria divina, anche nel momento più cupo perché «Gesù è morto sulla croce con le
parole dei salmi sulle labbra». Anzi, il grande teologo e testimone cristiano non esita a rispondere
anche al quesito più spinoso: «Come può Cristo pregare con noi coi salmi» che confessano una
colpa? Ebbene, i cosiddetti ‘salmi penitenziali’, in realtà, oltre ad essere espressione della fiducia
pura nella grazia divina che getta alle spalle il peccato (per cui Lutero li definiva «salmi paolini»),
sono attestazione dell’espiazione redentrice di Cristo per la nostra salvezza: «Gesù prega per la
remissione del peccato, non a causa di un suo peccato, ma a causa del nostro peccato di cui egli si è
fatto carico, per il quale soffre». È noto, però, che il Salterio è anche un testo poetico che dev’essere
sottoposto all’analisi storico-critica, come già aveva intuito san Girolamo che nella sua Lettera 53 a
Paolino non esitava a scrivere che «Davide è il nostro Simonide, il nostro Pindaro, il nostro Alceo,
il nostro Flacco, il nostro Catullo. È la lira che canta Cristo!». Il libro si rivela, infatti, come un
cantiere per la critica testuale, a causa della sua secolare trasmissione e delle relative modifiche e
persino degenerazioni. Si presenta anche come un laboratorio filologico sia in ragione della
disparità cronologica nella composizione dei vari carmi, sia per le caratteristiche lessicali molto
variegate, sia per i passaggi dall’originale ebraico alla versione greca dei Settanta e al finale testo
masoretico vocalizzato.
Il Salterio è anche un campo fecondo di analisi letterarie: si pensi alla questione dei vari generi
letterari, alle strutture poetiche spesso raffinate e complesse, all’affascinante dispiegarsi delle
immagini che rendono i salmi «un giardino di simboli», per usare un’espressione del grande
Thomas S. Eliot. Né si possono ignorare le reinterpretazioni che, come accade per i canti regali,
possono trasferire certe composizioni salmiche nell’orizzonte messianico, come faranno i Settanta
per l’intero Salterio e come è accaduto nella liturgia e nella teologia cristiana attraverso la
prospettiva cristologica. Anche Bonhoeffer, sia pure in modo semplificato, è consapevole di questi
problemi esegetici, a partire dalla simbolica e fittizia attribuzione a Davide, «il cantor de lo Spirito
Santo… il sommo cantor del sommo duce», come lo aveva definito Dante nel Paradiso.
Ecco, allora, la scelta di organizzare la sua sintesi introduttoria al Salterio attraverso un decalogo
tematico che è anche una catalogazione dei vari registri e generi letterari che reggono le 150
composizioni salmiche. Si passa, così, dagli inni che cantano la creazione, contemplata non tanto
liricamente ma in un atto adorante, alla legge divina celebrata come meditazione dell’«azione
redentiva di Dio e prescrizione di una nuova vita nell’ubbidienza». Si va dalla storia della salvezza,
esaltata come sequenza di atti divini che dall’Egitto giungono al Golgota, perché è in Cristo che si
ha il compimento dell’itinerario salvifico. La storia salvifica ha, poi, un approdo con l’irrompere
della figura del Messia, il cui volto è naturalmente riletto alla luce di quello di Cristo. Nei salmi
dedicati a Sion e al tempio si intuisce il profilo della «Chiesa di Dio in tutto il mondo e di ogni
luogo in cui Dio abita presso la sua comunità nella Parola e nel sacramento».
In questa linea si colloca anche l’ampio spettro oscuro delle suppliche nelle quali si stende il pianeta
tenebroso della sofferenza, della lotta, della paura, del dubbio. «Chi soffre, combatte contro Dio in
difesa di Dio», osserva Bonhoeffer che, però, in questo orizzonte vede ancora una volta ergersi la
figura di Gesù paziente, «il solo ad aver provato integralmente» la sofferenza, irradiandola però con
la sua fiducia e con la sua stessa divinità che vince e trascende il male.
Così accade, come si è detto, per i salmi ‘penitenziali’ e anche per gli imbarazzanti ‘salmi
imprecatori’, segnati da un anelito bruciante alla vendetta. La domanda, in questo caso, è scontata:
essi incarnano forse «un grado inferiore di religiosità?». «Possiamo, dunque, da cristiani pregare
questi Salmi?». E la risposta è ancora una volta cristologica. «La preghiera per la vendetta di Dio è
la preghiera per la piena applicazione della sua giustizia nel giudicare i peccati»; ma questo
compimento lo si ha «non per la via più consueta». «La vendetta di Dio non ha infatti colpito i
peccatori, ma l’unico innocente, che ha preso il posto dei peccatori, il Figlio di Dio. Gesù Cristo ha
portato il peso della vendetta di Dio», dell’adempimento della necessaria giustizia nei confronti del
male.
Creazione, legge, storia della salvezza, Messia, Sion-Chiesa, vita, sofferenza, colpa, vendetta: il
decalogo dei generi salmici delineato da Bonhoeffer si conclude con uno sguardo proiettato verso
l’ultima meta, che è anche l’ultimo tema, «la fine» o, forse meglio, «il fine» dell’intero essere ed
esistere, l’escatologia. «Oggetto della preghiera nei salmi è la vita in comunione con il Dio della
rivelazione, la vittoria finale di Dio nel mondo e l’instaurarsi del regno messianico». È la stessa
meta a cui ci conduce il Nuovo Testamento, è lo stesso respiro che regge il Padre nostro,
considerato da Bonhoeffer come l’ideale summa del Salterio. Perciò, «l’unica cosa importante è il
ricominciare di nuovo con fedeltà e amore a pregare i salmi, in nome del nostro Signore Gesù
Cristo».
 
in “Avvenire” del 28 ottobre 2015

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