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“Per fortuna faccio il prof.”: un inno alla bellezza dell’insegnare – Nando Dalla Chiesa

Questo non è un libro di denuncia dei mali dell’università. Non si parla dello Stato che non investe nella ricerca, e nemmeno delle distanze siderali tra impianti, aule, tecnologie didattiche degli atenei italiani d’eccellenza e quelle dei maggiori atenei stranieri. E nemmeno delle borse di studio e degli stipendi, o delle leggi e delle burocrazie. Questo libro è un inno alla bellezza dell’insegnare e del vivere in università. Racconta il piacere delle sfide culturali, la meraviglia dell’incontro con le generazioni più giovani, la scoperta di realtà e sentimenti sempre nuovi, la ricchezza nascosta dei percorsi collettivi. Narra la fortuna di vedersi affidate dal destino giovani vite in cerca di senso e di diventarne parte. Spiega che la cultura scientifica può farsi cultura civile e propagarsi, a un certo punto, come incendio nella prateria.

Descrizione

Titolo: Per fortuna faccio il prof. Lettera d’amore agli studenti e alle loro inesauribili energie
Autore:Nando Dalla Chiesa
Editore:Bompiani
Collana:Overlook
Data uscita:07/03/2018
Pagine:192
Prezzo:€ 17,00
EAN:9788845296680

 

 

La bellezza della cattedra
di Corrado Stajano

Finalmente qualcuno contento di quel che fa. Con passione, con il desiderio di essere utile alla comunità. È Nando dalla Chiesa, l’anomalo, in una società di scontenti, non sempre per propria colpa. Il suo libro, che esce da Bompiani, Per fortuna faccio il prof , è un’insolita autobiografia dell’autore e della nazione in cui viviamo, protagonisti gli studenti, le loro famiglie, le generazioni passate e presenti. Un libro che obbliga a pensare a quel che siamo, a quel che vogliamo o che non vogliamo, a cercar di dare una risposta a tanti interrogativi, a far sì che la memoria non sia cancellata e che il futuro sia migliore.

Professore ordinario di Sociologia della criminalità organizzata alla facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano — il primo insegnamento del genere esistente in Italia, dottorato compreso — Nando dalla Chiesa rivela le sue intenzioni fin dalla prima pagina: «Non è (il mio) un libro di denuncia dei mali dell’università. Non è un’accusa contro lo Stato che non investe nella ricerca. (…) È invece un libro che canta la bellezza dell’insegnare e del vivere in università. Racconta il piacere delle sfide culturali (…) Ricorda quel che l’umanità dimentica: che le idee e il cuore smuovono le montagne, possono spesso più del denaro».

Un libro controcorrente dalla parte dei giovani, certamente non tutti. Gli studenti di dalla Chiesa, i più, sembra che non passino le giornate sui divani di casa a giocare con lo smartphone, senza mai leggere un libro, o al bar a bere birrette nella condiscendenza dei genitori, non tutti, certo, che credono così di compensare le loro manchevolezze e i loro spesso macroscopici errori. Il nodo centrale della materia che insegna dalla Chiesa è naturalmente la mafia, il suo studio arricchito dai più sofisticati strumenti di analisi, sulla ’ndrangheta e su Cosa nostra. Aziende prìncipi in quattro regioni italiane, diffuse in tutto il Paese e all’estero, rappresentano uno dei problemi (sottovalutati) della società nazionale: proprio per questo è importante culturalmente e politicamente l’istituzione specialistica di Milano, conosciuta e stimata in Italia e fuori.

Non che Nando dalla Chiesa, tra i maggiori conoscitori del problema della mafia — la sua bibliografia è vasta, di grande spessore — non conosca le miserande condizioni dell’università italiana, la carenza nella ricerca, nei laboratori, nelle biblioteche, la fuga dei cervelli, la burocrazia dissennata. Laureato in Economia e commercio alla Bocconi, parlamentare per tre legislature, sottosegretario alla Pubblica istruzione nel governo Prodi, a lungo docente nelle università, conosce la situazione in tutti i suoi anfratti. Proprio per questo dedica il suo nuovo libro, quasi un testo orale, agli studenti, ai migliori di loro, la speranza.

L’ex sessantottino dalla Chiesa è un professore rispettoso, sostanzialmente e anche formalmente, del ruolo di un’università dello Stato. Dà del lei agli studenti, vieta il vestire sbracato, è tollerante nei confronti di tutte le opinioni, si guarda bene dal nominare Andreotti, Berlusconi, Dell’Utri, non accenna mai o quasi mai a suo padre, il generale, il macigno della tragedia che dal settembre di tanti anni fa gli pesa sul cuore. (Ma a pagina 227 di questo libro, una sorta di saluto ai suoi studenti, non sa o non vuole trattenersi: «A voi devo anche una cosa che non ho fin qui accennato per pudore. E che non so nemmeno se faccia bene ora a dire. Vi devo l’onore sincero, perfino affettuoso, da voi reso a una persona caduta anche per chi non era ancora nato in quel lontano 1982. Sì, mio padre»).

Come sono gli studenti di Nando dalla Chiesa? La materia d’insegnamento non è facile e neppure semplice. C’è infatti il rischio che appaia agli ignari solo come una catena di avventure criminali. Riesce ad appassionare chi, distante da quei problemi, ha almeno un pizzico di sensibilità umana e politica?

La storia sociale delle grandi organizzazioni criminali italiane e di quelle straniere in Italia e l’impresa mafiosa sono i temi dei corsi di Nando dalla Chiesa. Il professore conosce nel profondo il cancro sanguinante e rovinoso della mafia, i suoi risvolti, le complicità politiche, le zone grigie. Scrisse l’ultimo suo libro, Una strage semplice , pubblicato l’anno scorso, sulla violenza mafiosa dell’ultimo quarto di secolo «esclusivamente a memoria», controllando soltanto cifre, dati, giorni. Il nocciolo dei fatti è impresso nella mente. Tralascia nelle lezioni l’attualità politica: il delitto Notarbartolo, la strage di Portella della Ginestra, la legge Rognoni-La Torre, l’offensiva selvaggia contro i magistrati antimafia sono più che sufficienti, scrive, per capire il passato e il presente. Considera l’oggettività e la scientificità come i punti cardinali dell’insegnare.

Gli studenti di dalla Chiesa si appassionano, ascoltano, approfondiscono quel che imparano anche con ricerche al di là del programma, nei loro paesi, nelle loro città. Non pochi chiedono poi al professore la tesi di laurea.

Dalla Chiesa è rigoroso, ma non formale, l’affettività mascherata è uno dei segni del suo carattere. Narra nel libro di quando ospitò all’università, in una delle tante iniziative, Yolanda Moran, madre di un giovane desaparecido messicano, uno dei ventisettemila mai ritrovati, «tutti mis hijos , miei figli»: «Quella specie di divinità india che raccontava il dolore senza piangere, e che diceva di voler ritrovare vivo suo figlio, senza un gemito, spiegava esattamente la Storia che si sbarazza dei diritti e del progresso con una gomitata. Al termine Rosaria, un’allieva calabrese, con il sogno di diventar magistrata, si gettò al collo di Yolanda e si strinse a lei per lunghissimi minuti in un silenzio irreale».

Fare il professore è un mestiere delicato, avventuroso, pieno di responsabilità. La sua grande fortuna, scrive dalla Chiesa, è di far da ponte tra la memoria e la storia sociale. Per un docente il tempo è segnato dalle immagini di migliaia di visi, che nei decenni via via si affollano come sul gran telone di un teatro immaginario.

Non sono pochi i ragazzi divenuti simboli di promozione sociale, dall’ambiente modesto, in buona parte, da cui provengono: la prima laurea in famiglia, una festa. Come non sono pochi i ragazzi che per studiare fanno i camerieri, i commessi, i lavapiatti, le guide turistiche, i baristi a sei euro e mezzo l’ora. C’è anche chi riceve, da grandi aziende, l’offerta di lavorare gratis. Vedrai cose, conoscerai gente.

Per fortuna faccio il prof è ricco di ritratti anche struggenti di giovani di oggi, Alessia, Pierpaolo, Matteo, Valentina, Sara, Greta, Azzurra. Non pochi vanno all’estero — Erasmus, le borse di studio — imparano le lingue, approfondiscono i loro saperi sui poteri criminali, si arrangiano.

Il professor dalla Chiesa ha inventato l’università itinerante che ha permesso agli studenti di vedere i luoghi dell’illegalità e del carcere duro, l’Asinara, dove Falcone e Borsellino scrissero, ben protetti, la famosa sentenza-ordinanza del maxiprocesso del 1986; Casal di Principe; Castel Volturno; Isola di Capo Rizzuto; Ostia, dove un ex magistrato icasticamente ha spiegato: « La mafia qui non va all’assalto dello Stato, se lo compra».

In Germania, poi, vive una nutrita colonia di giovani italiani che studiano i problemi dei poteri criminali e dove Nando dalla Chiesa, da anni, tiene periodicamente dei corsi e dei seminari anche alla Humboldt, la famosa università di Berlino, dove insegnò Max Weber e studiarono Marx e Engels.

La chiusa del libro è amara per chi tanto ha fatto e fa, spesso nella disattenzione di buona parte della classe dirigente nazionale, incolta, suicida nei confronti della pericolosità di un fenomeno che insabbia ogni possibilità di crescita in tanti luoghi del Paese: «Chissà se potrà esistere un’Italia senza mafia. Credo di no, purtroppo. Non per colpa del destino, che è stato con questa nostra terra generoso di geni e di bellezze; ma a causa delle nostre teste, insaziabilmente nutrite dall’humus della corruzione. Quand’ero giovane speravo e credevo il contrario.(…) Favole senza lieto fine».

in “Corriere della Sera” del 6 marzo 2018

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