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Per capire la chiesa americana: la rinascita del neo-americanismo tradizionalista cattolico

Una leggera maggioranza di cattolici americani (52% contro 45%) ha aiutato Donald Trump a conquistare la Casa Bianca.
La Chiesa cattolica degli Stati Uniti deve fare i conti con questo dato di fatto.
Gli studiosi futuri del cattolicesimo americano non saranno benevoli verso coloro che hanno reso possibile la vittoria di Trump. Tra questi annoveriamo il Partito Democratico, che ha candidato una persona che è sembrata (indipendentemente dal fatto che l’impressione fosse fondata o meno) politicamente indifferente, se non sprezzante, verso le preoccupazioni del cosiddetto “voto religioso” della nazione.

Il problema ora è come la Chiesa cattolica reagirà a questo terremoto politico – nelle sue relazioni con la nuova amministrazione, con un papa come Francesco che è molto più lontano da Trump del cattolico americano medio e, all’interno, con un paesaggio ecclesiale molto diviso.
Quest’ultimo elemento è il più complesso perché avrà un impatto sul lungo periodo, anche dopo che Trump se ne sarà andato. L’elezione del nuovo presidente della Conferenza dei vescovi statunitensi questa settimana sarà solo un primo passo nel lungo processo di cercare di dare un senso a ciò che è appena successo nel paese.

Poco più di un anno fa, papa Francesco è andato negli Stati Uniti. Non è ancora chiaro quale sia stato l’impatto di quella visita straordinaria che aveva galvanizzato i cattolici americani. Sicuramente, non ha cambiato uno degli aspetti che caratterizzano il suo pontificato – e cioè il fatto che ci sono differenze di atteggiamento e di valutazione tra Francesco e i cattolici americani (compresi molti dei vescovi nominati da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI).

Stiamo assistendo al ritorno di quello che gli studiosi di storia della Chiesa ricorderanno come “americanismo”, evidenziato nel 1899 da papa Leone XIII quando accusò la Chiesa USA di adattarsi troppo alla cultura politica americana.
Ma per Francesco non si tratta semplicemente di un “problema americano”. Si tratta di “neo- americanismo”, problema a doppio risvolto riguardante sia la Chiesa universale che gli Stati Uniti. In primo luogo, c’è la critica neo-conservatrice a Francesco. È l’aspetto più evidente del cattolicesimo “neo-americanista”, una critica ormai diffusa nel modo di pensare cattolico. Deriva da un punto di vista intellettuale, indipendente dalla teologia.

La critica che l’americanismo cattolico tradizionalista-neoconservatore fa al papa non riguarda tanto la sua teologia, quanto la sua visione di Chiesa e il suo messaggio socio-politico. Francesco ha reso evidente la fine dell’allineamento ideologico tra il conservatorismo politico-religioso e la Chiesa cattolica, intesa come pilastro della civiltà europea e nordamericana.

I neoconservatori lo accusano di costruire la sua popolarità a spese della Chiesa cattolica. Il problema di fondo è che essi trattano questo prete gesuita proveniente dall’America Latina con un criterio diverso [rispetto ai predecessori].
Non ricordo che autonominati guardiani dell’ortodossia cattolica ponessero interrogativi sugli effetti collaterali della popolarità papale sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, o accusassero quei papi di eresia. Ma accusano Francesco di costruire la sua popolarità abbandonando o annacquando gli insegnamenti della Chiesa meno popolari (come quelli sulla morale sessuale e sul matrimonio, ad esempio).
In questo modo, dicono, il papa sta dividendo la Chiesa. Come se i cattolici (compresi quelli americani) non fossero già divisi da almeno cinquant’anni sugli insegnamenti di morale sessuale della Chiesa.
Questo rivela la differenza tra il cattolicesimo nella visione di Francesco e il modo in cui i neo- conservatori descrivono il ruolo della religione per le sorti della civiltà occidentale. Accusano il papa di mancare nella prova cruciale di mantenere una “chiesa forte”. Possono aver ragione nel senso che Francesco ha quasi riconosciuto che la forza sociale e politica della Chiesa cattolica romana è meno importante del fatto di essere cristiana, cioè di essere “simile a Cristo”.
Se credete che il messaggio morale di Gesù Cristo in termini di misericordia, giustizia sociale ed inclusione dei poveri è troppo oneroso per la Chiesa cattolica, allora papa Francesco non è il vostro papa.
Ma c’è anche un secondo lato del neo-americanismo cattolico. È un cattolicesimo neo-americanista teologico ed ecclesiologico, di cui non si può far cadere la colpa su opinionisti e commentatori che sono teologicamente analfabeti.
Tipico di questo cattolicesimo neo-americanista è la credenza che gli Stati Uniti siano una nazione eccezionale incaricata di una missione speciale. È una ecclesiologia esclusivista derivante da una teologia non cattolica (specificamente, deformazioni di calvinismo) che propugnano una Chiesa più piccola, più pura.
È anche una delegittimazione teologica della politica e dello stato, sostenuta sulla base di una interpretazione particolare (e opinabile) dell’ecclesiologia agostiniana della “Città di Dio”. Ed è una ipocrisia moralistica che si focalizza solo sui principi, e che implica un disinteresse per le conseguenze delle decisioni, che vengono assunte in nome di un rispetto puramente nominalistico dei principi morali.
Abbiamo visto all’opera questi elementi nel modo in cui influenti settori della Chiesa cattolica degli Stati Uniti si sono preparati (o piuttosto, non si sono preparati) per le elezioni presidenziali del 2016. C’era riluttanza ad impegnarsi e criticare la retorica neo-nazionalista e anti-internazionalista nella politica americana (specialmente se portata avanti da politici cattolici). Ci sono stati anche appelli da parte di alcuni vescovi influenti affinché dei cattolici lasciassero la Chiesa (un invito esteso particolarmente a politici cattolici del Partito Democratico).
Sul problema dell’aborto abbiamo visto – questa volta più che nelle altre elezioni – che dei votanti (tra cui anche dei vescovi) sensibili ad un unico tema, quello pro-life, erano convinti di dover considerare soltanto ciò che un candidato diceva sull’aborto. E c’era crescente popolarità di teologi che per decenni avevano detto ai cattolici che essere attivi nel processo politico poteva essere in contrasto con l’identità cattolica, contrariamente a ciò che dice la dottrina sociale della Chiesa sull’impegno politico. Questo problema è evidente in particolare a sinistra nello spettro politico dell’intelligentsia teologica cattolica.
Quest’ultimo elemento appare particolarmente paradossale – dal “non expedit” emesso dai papi alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo contro la partecipazione dei cattolici al processo politico democratico al “non-expedit” espresso da teologi cattolici laici in chiara dissonanza rispetto al messaggio sociale e politico di papa Francesco.
La Chiesa cattolica negli Stati Uniti d’America è una delle più vivaci nel mondo e ha un ruolo guida. Ma attualmente è affetta da diversi malanni. C’è il problema della polarizzazione politica e culturale all’interno di questa Chiesa, di divisione tra vescovi e fedeli cattolici, di relazioni tra papa Francesco e segmenti di cattolicesimo americano. Segmenti che non comprendono solo vescovi, ma anche teologi americani, università cattoliche e associazioni di laici organizzati come i Cavalieri di Colombo.
Trovare un equilibrio tra l’interpretazione universale (cattolica) del cattolicesimo e la sua necessaria incarnazione locale-nazionale è un problema che si ripropone e che ogni cattolico nel mondo deve affrontare, consapevolmente o inconsapevolmente.
Ma in questo momento storico, alla luce dell’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, mi sembra che il futuro della Chiesa negli Stati Uniti dipenderà dalla scelta di fondo tra essere una Chiesa cattolica romana in America o una Chiesa cattolica americanista.
E, a mio avviso, è un problema urgente e drammatico per i cattolici in questo grande paese.

La Chiesa nell’era Trump: cattolicesimo o americanismo?, di Massimo Faggioli, in “international.la-croix.com” del 14 novembre 2016 (traduzione: www.finesettimana.org)

 

 

«La nostra missione? Aiutare la gente a unirsi»
intervista a Daniel Di Nardo,

Si può intravedere una missione che i vescovi americani si sono dati eleggendo i loro nuovi leader.
Il presidente, in carica da oggi, è Daniel DiNardo, guida dell’arcidiocesi di Galveston-Houston, in Texas, dove «ogni domenica si dice Messa in 65 lingue diverse» e dove la metà dei cattolici è di origine latinoamericana.
Il vicepresidente è José Gomez, arcivescovo di Los Angeles, dove i latinos rappresentano il 70 per cento dei 5 milioni di cattolici.

 

L’intervista

Cardinale DiNardo, pensa che i suoi confratelli vescovi le abbiano assegnato un mandato di particolare attenzione ai migranti?

Vedo il mio ruolo nel senso di accrescere la capacità della Chiesa americana di guardare alla persona umana e di rispettarla, indipendentemente dalla sua condizione di immigrato o meno, con o senza documenti. Siamo prima di tutto pastori. Se qualcuno è straniero lo accogliamo e lo facciamo sentire benvenuto, è sempre stato così e continuerà ad esserlo.

Fra i suoi compiti figura anche la gestione dei rapporti istituzionali con la nuova amministrazione. Crede che ci sarà spazio per una collaborazione sul fronte delle politiche per l’immigrazione?

Credo che ci possa essere un dialogo con la nuova amministrazione. Continueremo a dare voce a chi non ha voce, ma lo faremo in modo rispettoso. La nostra missione è aiutare la gente a unirsi, sottolineando l’importanza della dignità umana attraverso la preghiera.

In quali ambiti crede che le politiche di questa Amministrazione possano allinearsi con la missione della Chiesa cattolica americana?

Non sono sicuro dove questa amministrazione voglia dirigersi. Ci sono stati vari commenti fatti durante la campagna elettorale che hanno dato adito ad ottimismo, ma è presto per capire se saranno messi in atto. La mia speranza è che possiamo sederci attorno a un tavolo con l’amministrazione e parlare dell’Affordable Care Act (la riforma della sanità del 2010 nota come Obamacare, ndr.), parlare del mandato contraccettivo che questa ha imposto ai datori di lavoro anche cattolici. Vorrei vedere l’emendamento Hyde, che proibisce che fondi pubblici federali vengano usati per l’aborto, esteso ancora una volta, ma senza le difficoltà che ha incontrato durante gli ultimi anni. Le nomine di giudici, poi, sono molto importanti, soprattutto del nono giudice della Corte suprema, attualmente mancante. Ma ci sono anche i temi di difesa della vita. Ho alcune idee di azioni esecutive che il presidente può intraprendere per proteggere il nascituro anche senza far ricorso al Congresso e spero di avere occasione di condividerle con lui.

Parlando di Obamacare: in che direzione può essere riformata?

Il punto di un sistema sanitario è che tutti siano curati e nessuno venga ucciso. Noi vescovi abbiamo difeso questa posizione e il nostro desiderio di un’espansione della copertura sanitaria ai più vulnerabili praticamente dalla fondazione della nostra conferenza, quasi cent’anni fa. Il problema che si è creato negli anni è il diverso concetto di “cure” che ci viene proposto. La contraccezione, l’aborto per noi non sono cure.

I cattolici sono emersi divisi da queste elezioni, come il resto degli americani. Come risanare le ferite?

Non si può pensare ai cattolici solo come a un gruppo demografico di elettori. Siamo una Chiesa, siamo uniti in Cristo, nei suoi insegnamenti e nella preghiera. Il nostro lavoro è aiutare i fedeli a vedere che condividono la stessa attenzione per la dignità umana.

Come aiutarli a superare una campagna elettorale così polarizzante?

È un lavoro che esige disciplina. La nostra priorità come pastori è riportare i cattolici a uno stato d’animo di ascolto gli uni degli altri e di proclamazione della fede di base della nostra Chiesa. Vengo dal Texas, dove si dice Messa in 65 lingue diverse e dove la diversità sociale, economica e etnica è enorme. Eppure la mia esperienza mi dice che i cattolici hanno molto in comune. Non si sentono lacerati dalla passione per un candidato o l’altro, piuttosto cercano modi di vivere la loro fede nel contesto in cui si trovano. Sono preoccupati di dare un’educazione di fede ai loro figli, o di trovare modi di aiutare i poveri. Certo per creare questo terreno di ascolto è importante continuare l’azione di catechesi, affinché i cattolici conoscano bene la loro fede e la sappiano condividere.

cura di Elena Molinari, in “Avvenire” del 17 novembre 2016

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