• 20/09/2019

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Qualche mese fa, in primavera, lo hanno invitato a un dibattito su Salò o le 120 giornate di Sodoma, il film terribile e violentissimo che Pier Paolo Pasolini sembra lasciare come testamento alla sua morte, il 2 novembre del 1975. «Gli organizzatori cercavano un elemento di normalizzazione – spiega padre Virgilio Fantuzzi, storico critico cinematografico di “Civiltà Cattolica” – ma non sono sicuro di aver svolto bene quel compito. Per me il cinema di Pasolini va considerato nella sua interezza, al di fuori di ogni pregiudizio». Da Accattone, l’esordio del 1961, a Salò, dunque. Con una lunga tappa dalle parti del Vangelo secondo Matteo, il capolavoro del 1964 che segnò l’inizio dell’amicizia tra il poeta-regista e un Fantuzzi all’epoca ventisettenne, seminarista gesuita che muoveva i primi passi nell’ambiente della critica cinematografica. «A rendere possibile l’incontro con Pasolini – ricorda – fu un altro regista, Valerio Zurlini».

 

Come mai voleva conoscerlo?
«Dalla metà degli anni Cinquanta Pasolini era accompagnato da una pessima fama. Non solo sul
piano artistico (pensi al processo per il romanzo Ragazzi di vita), ma anche su quello personale. Da
quanto leggevo sui giornali, non potevo che pensarne tutto il male possibile. A maggior ragione, la
visione del Vangelo secondo Matteo mi lasciò tramortito per la sua forza artistica. Un film così non
l’avevo mai visto, solo Dreyer e più tardi Tarkovskij si spingono a quel livello. Ma un problema
restava ugualmente».

 

Quale?
«Durante la conferenza stampa alla Mostra del cinema di Venezia, rispondendo alla domanda diretta
di un giornalista, Pasolini aveva affermato di non credere che Gesù fosse il Figlio di Dio. Ecco, per
me questa affermazione non poteva andare d’accordo con il film che avevo visto. C’era una
contraddizione insanabile tra l’emozione (religiosa, oltre che estetica) suscitata dal Vangelo secondo
Matteo e quell’affermazione del regista. Ero giovane, lo ripeto, e molto zelante. Più che altro,
volevo capire».

 

Ci è riuscito, alla fine? no?
«Pasolini mi accolse nel suo appartamento di via Eufrate all’Eur e, prima di tutto, mi sottopose a
quello che tecnicamente si definisce “esame di vocazione”: voleva sapere perché avessi scelto di
farmi sacerdote, capire quanto fosse profonda la mia convinzione. Quando fu il mio momento, gli
chiesi conto della disparità fra la sostanza spirituale del film e la sua dichiarazione di ateismo. La
risposta di Pasolini fu laconica, quasi fuorviante: “I giornalisti non dovrebbero fare certe domande”,
disse».

 

Che cosa intendeva, secondo lei?
«Anzitutto che non mi dava torto e, anzi, gradiva il mio interessamento. Ma preferiva che fossi io a
trovare la soluzione. Per me è stato l’inizio di un’amicizia durata dieci anni e di uno studio che non
si è mai interrotto. Ancora oggi, ogni volta che vedo Il Vangelo secondo Matteo scopro qualcosa di
nuovo. E mi confermo nella mia convinzione: potrà essere arduo sostenere che è il film di un
credente, ma di sicuro è il film di un poeta. Mentre lo girava, secondo me, Pasolini ha avuto
un’esperienza autentica, quasi una conversione a sua insaputa».

 

E il resto del suo cinema?
«Le pellicole precedenti, e cioè Accattone, Mamma Roma e La ricotta , sono tre Viae Crucis
mascherate. Neppure tanto mascherate, verrebbe da aggiungere, se si pensa che nell’ultimo film il
povero Stracci muore sulla croce, come Cristo. Mi viene in mente un’espressione molto cara a papa
Francesco, quella per cui i poveri sono “la carne di Dio”. Nei suoi primi film Pasolini ci dice
qualcosa di simile, sia pure con un linguaggio poco ortodosso o, per essere più precisi, non in linea
con certo devozionalismo sdolcinato, che non ha nulla a che vedere con la durezza di tante pagine
del Vangelo».

 

I problemi semmai vengono con i film successivi,
« Uccellacci e uccellini è un esempio ancora oggi interessantissimo del tentativo di dialogo tra
cattolici e marxisti. Una scena come quella dei comunisti che si fanno il segno della croce davanti
alla bara di Togliatti è la dimostrazione che, per Pasolini, la riflessione sul sacro non si chiude con
Il Vangelo secondo Matteo. Anche se il film su san Paolo è stato da lui solo progettato e mai
realizzato, le tracce di questa ricerca restano evidenti anche nei film più controversi, per esempio in
Teorema, dove il personaggio dell’Ospite, interpretato da Terence Stamp, è un’immagine del Dio
che visita gli uomini fino allo scandalo dell’incarnazione. Qui interviene la metafora del sesso, che
ancora oggi può disturbare. Però è la stessa metafora che si trova nella Bibbia, a partire dal Cantico
dei Cantici. L’Ospite è una figura destabilizzante, ma anche Dio lo è».

 

La sessualità ha un ruolo determinante nella cosiddetta “Trilogia della vita”.
«Senza dubbio nel Decameron, che mi sembra il film più riuscito della Trilogia e nel quale Pasolini
si spinge a correggere la religiosità stessa di Boccaccio. La questione più delicata riguarda appunto
Salò. Per la trama Pasolini si appoggia agli scritti del Marchese de Sade, che nel Settecento aveva
immaginato torture e vessazioni destinate a diventare realtà durante la Seconda guerra mondiale,
con l’occupazione nazista di cui Pasolini stesso era stato testimone. Questo è il racconto, per il
quale il regista sviluppa un impianto teorico che coincide con la denuncia del potere e della sua
pretesa di profanare la sacralità del corpo. Altro tema attualissimo, se si considera l’insistenza con
cui papa Francesco si oppone allo strapotere dei mercanti di armi e di tutti coloro che trattano le
persone come cose. Ma c’è un ulteriore livello di lettura, per me fondamentale. In Salò Pasolini
esplora il proprio lato oscuro e si congeda dal mondo con un De profundis intensissimo, una
richiesta di purificazione dall’alto conseguita attraverso un’operazione di totale trasparenza con se
stesso».

Intervista a Virgilio Fantuzzi, a cura di Alessandro Zaccuri, in “Avvenire” del 29 ottobre 2015

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