• 06/08/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
teatro

Lo confesso: la parola “globalizzazione” non mi piace. Pazienza! Il problema è il mio. Se tutti la usano, vuol dire che c’è un motivo per usarla. E, dunque, anch’io devo usarla. Anche storcendo il naso.

Perché non mi piace? Perché non rende la complessità del fenomeno che vorrebbe, in sintesi, descrivere. La globalizzazione, quasi sempre, viene intesa come una sorta di allargamento geografico: un tempo il Mediterraneo era il centro di tutto e il tutto coincideva con le colonne d’Ercole, poi abbiamo allargato i confini, progressivamente abbiamo inglobato le Americhe, l’Oriente, addirittura un nuovissimo continente nell’altro emisfero, e ancora i poli. Insomma tutto il globo. E, oggi, “tutto il globo è paese”.

Questo è un modo di pensare moderno e antico al tempo stesso. Nel santuario di Delfi è visibile ancora oggi l’omphalos (ὀμφαλός), l’ombelico che costituisce il centro dell’intero mondo. Così già i Greci pensavano: qui è il centro di tutto da cui possiamo allargare i nostri confini. Con il passare dei secoli la mentalità è rimasta, da questo punto di vista, la stessa. L’aggiornamento della contemporaneità è dato soltanto dalla velocità con cui, dal centro, si riescono a raggiungere i confini.

Le cose, però, non stanno così. Come aveva intuito, fra i primi, Giordano Bruno, il centro non c’è. Semplicemente perché i centri sono infiniti. Ogni parte del tutto è centro e periferia del tutto. E questo è possibile in quanto l’infinita rete di relazioni fra le parti ha relativizzato i poli di queste relazioni. Per usare le parole di un altro grande filosofo come Hegel, la vita dello spirito altro non è che l’insieme dell’agire di tutti e di ciascuno.

Ecco: questa è la globalizzazione. E se, dunque, la globalizzazione altro non è che la diffusa presa di coscienza dell’infinito intreccio delle relazioni, la crisi della globalizzazione – se esiste – non può che essere una crisi delle relazioni.

Chi pratica il teatro (vale a dire: chi pratica in profondità il teatro, non limitandosi a “fare teatro”, “recitare”, “fare uno spettacolo”…) tutto questo lo vive in ogni istante di cui la pratica teatrale è costituita.

E anche in questo caso non si tratta di una conquista della contemporaneità: da sempre, la pratica teatrale è costituita da un intreccio di relazioni privo di centro poiché ogni punto è centro.

Tornare alle origini può aiutarci a capire, poiché nel corso dei secoli ci si è spesso allontanati dalla profondità della pratica teatrale.

Se ci fermiamo, infatti, alla storia del teatro, ci rendiamo conto che, in talune epoche, il teatro si è illuso di potersi costituire attorno a un centro. Nell’Ottocento, per esempio, il centro del teatro era l’attore, il grande attore. Il pubblico andava a teatro non a vedere uno spettacolo teatrale e nemmeno a vedere Shakespeare: andava a vedere Tommaso Salvini, il grande attore, Eleonora Duse, la grande attrice. E non interessava sapere cosa quegli attori portassero in scena. Si trattava di qualcosa di simile a quel che fa oggi il pubblico quando va a vedere un film “di” Leonardo Di Caprio. Chiaramente il film non è “di” Leonardo Di Caprio, ma questo modo di esprimersi ci fa comprendere che si va a vedere l’attore, non il film.

Ai primi del Novecento a tutto ciò si disse basta. E il teatro si scelse un nuovo centro: il regista. Ancora oggi il pubblico più sofisticato ama dire di andare a vedere Strehler o Ronconi (amava, a dire il vero), o Peter Stein. Ovviamente non è cambiato niente: soltanto il centro.

Così come non è cambiato alcunché, se non il centro, quando tutto ha cominciato a ruotare attorno all’autore, sicché per alcuni si va a vedere Pirandello, Goldoni o Tennessee Williams.

Da ultimo, s’è pensato, ovviamente per motivi economici, di spostare ancora il centro e oggi, mutuando le abitudini dalla televisione, il centro è diventato lo spettatore, per cui tutto viene pensato in sua funzione, poiché, alla fine, è lui che paga.

Se andiamo alle origini, scopriamo che il teatro non è questo. Detto per inciso: andare alle origini non vuol dire tornare al passato, ma, soltanto, scendere in profondità. Ecco perché questa è un’operazione necessaria.

Se, dunque, andiamo alle origini, siamo costretti a prendere atto che l’origine del teatro è religiosa. Sempre. Lo è nella tradizione occidentale, che si origina dal culto del dio Dioniso in Grecia, lo è nella tradizione giapponese del teatro Nō, in cui l’attore principale, lo shite, recita per il dio, o come nel teatro indiano Kathakali, in cui il momento più importante della rappresentazione è sottratto alla visione degli uomini perché riservato agli dèi, o come ancora nella rinascita del teatro occidentale dopo la crisi del periodo cosiddetto barbarico, quando il teatro rinasce dalla celebrazione della messa pasquale.

Cosa ci dice questo profondo legame fra il teatro e la religione? Ovviamente non qualcosa che abbia a che fare con una dimensione confessionale. Non si tratta qui di considerare questa o quella religione o, peggio ancora, questo o quel dio.

Occorre considerare il rapporto del teatro con la religione che altro non è che relazione. Relazione fra dio e uomo, vale a dire relazione fra il tutto e la parte, in cui il centro non è questo o quello ma la relazione stessa.

Qui, mi rendo conto, tutto questo può sembrare soltanto teoria. Ma altro non si può fare sulle pagine di una rivista.

Se potessimo praticare tutto questo mettendo in gioco i nostri corpi e la nostra voce (che è corpo essa stessa) avremmo modo di vivere questa profonda essenza del teatro. E quando questo accade, vivere l’essenza del teatro è vivere tout court. Vale a dire che la vita stessa emergerebbe a una diversa coscienza del nostro essere relazione.