• Italia, Roma
  • 16/06/2019
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A sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, l’Unione Europea vive la più profonda crisi della sua storia: nazionalismi, populismi, divisioni politiche ed economiche minacciano di distruggere il sogno di un’Europa unita e pacificata. Rivolgendo uno sguardo particolare alla difficile situazione politica del suo paese, l’Ungheria, assediata dal razzismo e dalla questione rom, Ágnes Heller mette in discussione i cosiddetti “valori comuni europei”, si interroga sul ruolo dei singoli cittadini e solleva una domanda scottante: l’Europa è qualcosa di più di un museo? Da questo libro emergono i grandi paradossi che caratterizzano tanto il continente europeo quanto l’intera cultura occidentale: universalismo umanista e fanatismo nazionalista, tolleranza e xenofobia, totalitarismo e libertà. Conflitti che si fanno più drammatici nella crisi dei rifugiati e che mettono in serio pericolo l’intera costruzione di una comunità europea. Ma Heller, con tenace fermezza, suggerisce che non bisogna rinunciare a realizzare il sogno di una Europa umana: questa utopia dipende da noi.

 

Descrizione

Titolo: Paradosso Europa
Autore: Ágnes Heller
Traduttore: M. Fiorilli, D. Nuccilli
Editore: Castelvecchi
Anno edizione: 2017
Pagine: 64 p., Brossura
EAN: 9788832820850
Prezzo: 10,00 Euro

 

 

«È solo la conoscenza a promettere libertà»
intervista a Anges Heller

Ágnes Heller è una delle più importanti filosofe viventi. Classe 1929, allieva di György Lukács, diventa una esponente di rilievo della Scuola di Budapest; ma dopo avere criticato l’invasione della Cecoslovacchia, è costretta a lasciare l’Accademia delle Scienze. Insegna prima in Australia; poi assume la stessa cattedra lasciata da Hannah Arendt a New York. Teorica dei «bisogni radicali» e della «rivoluzione della vita quotidiana», ha appena pubblicato, per Castelvecchi, Paradosso Europa, in cui – a sessant’anni dalla firma dei Trattati – si analizza l’attuale crisi dell’Unione, tra nazionalismi, populismi e divisioni.

Cosa può salvare l’Europa, oggi?

«Dopo la fine dell’Impero romano e la grande migrazione barbara, tutto fu distrutto: persone, edifici, teatri, biblioteche. La gente era analfabeta. Eppure c’erano alcuni frati che sapevano ancora qualcosa dei libri. Cercarono di collezionare libri dove ne trovavano e li portarono nei monasteri in Irlanda. Dal loro sforzo è nata una nuova cultura. La cultura porta la promessa della libertà e i libri portano la cultura. Niente li sostituisce».

Il tempo dell’Unione è finito?

«Non bisognerebbe sminuire lo sforzo già compiuto per stabilire una sorta di unità europea. Entrambe le guerre mondiali sono state scatenate dall’inimicizia storica tra Francia e Germania. Sembra che questa inimicizia sia finita, per cui c’è qualcosa in cui sperare. Come si svilupperà l’Unione europea, in che misura diventerà davvero il cuore e l’anima di un’Europa comune, dipende dai cittadini europei. Un nuovo inizio nel lungo periodo è possibile in un continente composto da Stati nazionali? Si può sperare che lo sia».

Lei ha scritto un interessante pamphlet, Dubitare fa bene?, in cui ci ricorda come la filosofia stessa sia nata dal dubbio.

«I teologi hanno spesso detto che chi non ha mai dubitato non ha fede. E avevano ragione. Di tanto in tanto, bisogna mettere in questione le proprie idee e convinzioni, perché altrimenti diventano dogmi. Il dubbio è una sorta di sospensione delle convinzioni o della fede. Sospendere una convinzione non significa necessariamente abbandonarla, può voler dire anche trasformarla o comprenderla meglio. Se si ascoltassero davvero le opinioni degli altri, e i giudizi contrari ai nostri, si potrebbe cominciare a dubitare della validità assoluta delle proprie precedenti convinzioni, abbandonarle o anche soltanto modificarle».

Possiamo dubitare di una fede, o di noi stessi?

«La filosofia comincia con il dubbio, ma non termina con il dubbio. Fino al XIX secolo, la filosofia tradizionale ad eccezione degli scettici terminava normalmente con la presentazione della verità reale in contrasto con la mera opinione. La verità del filosofo precedente veniva confutata dal filosofo successivo e sostituita con un’altra verità reale. Hegel, infine, arrivò alla conclusione che il Tutto è la Verità. Il dubbio in quanto aspetto costante della filosofia fu accettato solo dopo la scomparsa dei sistemi metafisici».

Pensa che l’integralismo religioso, come ogni ideologia, sia solo incapacità di mettersi in discussione?

«La libertà è un valore, come la vita o la giustizia. Non si può dubitare della validità dei valori universali, ma si possono sollevare dubbi sulla loro interpretazione, anche sulle varie interpretazioni della libertà (per esempio, un padre è libero di educare i suoi figli come crede?)».

Lei ha firmato anche una importante Teoria dei sentimenti. Crede sia un tema ancora sottovalutato, nella filosofia in generale?

«I sentimenti non sono stati dimenticati nelle filosofie, ma hanno occupato generalmente un posto molto in basso nelle nostre facoltà. Era comunemente accettato che la ragione dovesse controllare i sentimenti, perché i sentimenti sono irrazionali. Le cosiddette pulsioni, cioè i desideri, le motivazioni, erano considerate più pericolose dei sentimenti riflessivi (gioia, tristezza, vergogna). E tuttavia si è spesso discusso dei sentimenti da Aristotele, passando per Spinoza, fino a Kant. Hume suggerì addirittura che la ragione dovesse essere schiava delle passioni».

Lei ha scritto sul controllo dei sentimenti e su come questi siano utilizzati in letteratura e nel teatro.

«In filosofia vengono sollevate delle domande sulla ricezione delle parole artistiche, sui sentimenti che un’opera d’arte innesca nell’anima di chi la riceve. Platone rifiuta le tragedie, perché a guardarle a teatro si proverebbe empatia per gli uomini e le donne che hanno agito in modo immorale. Le persone provano empatia per Edipo, ad esempio, che ha ucciso il padre e ha dormito con la madre. La rappresentazione pubblica delle tragedie era spesso vietata per evitare precisamente l’empatia immorale».

E nella modernità?

«Gli autori moderni, al contrario, apprezzano la capacità umana di provare empatia per le persone con cui non hanno nulla in comune. Il tipo di sentimenti che ha giocato un ruolo centrale nella letteratura dipende dal genere e dall’epoca in cui i testi sono stati scritti. L’amore tra uomo e donna è diventato un tema centrale solo in tempi moderni, prima nella poesia, poi nel dramma, infine nei romanzi e nell’opera. L’ambizione è sempre stata un desiderio centrale nel dramma, e nel XIX secolo è diventata importante anche nei romanzi. Le cosiddette emozioni intellettive, come la credulità o le convinzioni, sono rimaste dominanti in diversi generi, anche nella commedia».

Cosa sta scrivendo adesso?

«Ho finito un saggio dal tema elogio dell’imperfezione e sto scrivendo un testo per una conferenza che si terrà a Weimar sulla filosofia radicale nel XIX secolo da Marx a Nietzsche».

Cosa pensa dell’Italia e degli Italiani?

«Amo l’Italia e ho sempre avuto esperienze positive con gli italiani che ho incontrato. Ma non conosco gli italiani. Bisogna vivere in un Paese per decenni per avere un’opinione sul suo popolo».

a cura di Riccardo De Palo, in “Il Messaggero” del 15 dicembre 2017

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