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Nel secondo anniversario della sua elezione, papa Francesco pensava: “Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve. Quattro o cinque anni…”. Tra non molte settimane, il 13 marzo 2018, cinque anni saranno passati – ma non sembra avere alcuna intenzione di ritirarsi. Francesco è determinato a dimettersi il giorno in cui sentirà le sue forze diminuire significativamente; intanto, i suoi sostenitori nella Curia romana e nelle Chiese locali in tutto il mondo lo incoraggiano la rimanere il più a lungo possibile. La sua visione della Chiesa come comunità, non come monarchia, sta trasformando le conferenze episcopali e il Collegio cardinalizio; le sue varie riforme nel modo di governare la Chiesa sono impulsi e iniziative che hanno bisogno di tempo per avere effetti a cascata e per diventare stabili.
Ma, più che cambiamenti di strutture o di diritto canonico o perfino di persone, Francesco sta cercando di promuovere una nuova mentalità e un nuovo atteggiamento tra i fedeli. Il papa che ha scelto il nome del Poverello, San Francesco d’Assisi, si appella ai cattolici perché siano testimoni attivi del Vangelo, non semplicemente credenti passivi. Ciò di cui ha bisogno più di qualsiasi altra cosa per permettere al nuovo modo di pensare di radicarsi e di crescere, è di tempo. E il tempo – di questo sono ben coscienti sia i suoi alleati che i suoi avversari – si sta esaurendo.
È un compito duro e impegnativo guidare una comunità di 1,3 milioni di uomini e donne. Durante il suo recente viaggio a Mianmar, Francesco ha avuto bisogno di prendersi un intero giorno di riposo arrivando a Yangon, interrotto solo da 15 minuti di incontro con il capo dell’esercito. Il mese scorso, il papa argentino ha festeggiato il suo 81° compleanno. A 82 anni, papa Benedetto progettava di ritirarsi; a 83 lasciava il palazzo apostolico…
Tuttavia, Francesco è più dinamico che mai. Il Sinodo sui Giovani nell’ottobre di quest’anno è uno degli impegni più importanti della sua agenda. È previsto già un viaggio in India. In maggio accoglierà a Roma il Patriarca ecumenico Bartolomeo I. In agosto ci sarà un breve viaggio in Irlanda. E, guardando oltre, si profila il grande tema della Cina: i negoziati con Beijing procedono “lentamente e con pazienza”, come sottolinea il papa. La seconda metà del pontificato sta cominciando.
Guardando indietro, si può dire che alcuni ragguardevoli risultati sono stati raggiunti. La riforma della Curia continua, e il governo centrale della Chiesa è diventato in un certo senso più ristretto. Questo era uno dei maggiori problemi che i cardinali avevano evidenziato durante i loro incontri ufficiali pre-conclave prima dell’elezione di Francesco. Sei Pontifici Consigli che esistevano prima (Laici, Famiglia, Giustizia e pace, Cor Unum, Migranti, Operatori sanitari) sono stati fusi in due dicasteri: uno per Laici, famiglia e vita, sotto il Cardinal Kevin Farrell, e uno per la Promozione dello Sviluppo umano integrale, sotto il Cardinal Peter Turkson. Ciò significa una Curia romana con meno “prìncipi” con la porpora.
Intanto, è iniziata una prudente decentralizzazione. I vescovi locali ora hanno il diritto, in alcune circostanze, di dichiarare nullo un matrimonio senza bisogno dell’approvazione di Roma. Le Conferenze episcopali hanno il diritto di rivedere i testi liturgici senza aspettare l’approvazione formale (recognitio) di Roma: basta una ratifica (confirmatio). E, sulla scia del Giubileo della Misericordia, i preti in tutto il mondo – non solo quelli scelti dai vescovi – ora sono autorizzati a concedere l’assoluzione a coloro che confessano di aver procurato un aborto, compresi i preti scismatici della Fraternità san Pio X.
Alcune donne – anche se ancora troppo poche – hanno avuto accesso a posizioni elevate nella Curia. Gabriella Gambino, professoressa di bioetica, e il giudice Linfa Ghison sono state nominate lo scorso novembre sottosegretarie al nuovo Dicastero per laici, famigia e vita. L’accademica ed ex ambasciatrice USA presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, è membro del Consiglio di Amministrazione della Banca vaticana. La sociologa britannica Margaret Archer è Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. La commissione sulle donne diacono ha “silenziosamente” inviato al papa le sue conclusioni, che le sta attualmente studiando. Francesco si è mosso anche per realizzare i desideri dei cardinali elettori in riferimento all’Istituto per le Opere di Religione (IOR), meglio conosciuto come la Banca vaticana. Ognuno dei suoi circa 18.000 conti è stato esaminato da un’agenzia indipendente. Tutti i cosiddetti “conti esterni” controllati da politici o finanzieri che non avevano nulla a che fare con le attività della Chiesa sono stati bloccati o chiusi.
Moneyval, l’agenzia del Consiglio d’Europa anti-riciclaggio, ha concluso che il Vaticano ha ora superato le sue debolezze e si è inserito in una cornice di legalità e regolamentazione. La Santa Sede ha adottaro la Convenzione Onu contro la corruzione; e il Vaticano ha finalmente firmato accordi di cooperazione con diversi paesi per perseguire insieme i reati finanziari.
Il papato di Francesco ha portato una nuova atmosfera alla vita pastorale delle Chiese locali. La Chiesa ha allentato la sua ossessione del secolo sui temi di morale sessuale. La pillola anticoncezionale, la convivenza prima del matrimonio, il divorzio, le relazioni omosessuali non incombono più sul paesaggio come princìpi non negoziabili. I parroci si sentono sollevati: non sono più obbligati in situazioni pastorali impossibili.
La Chiesa non è una dogana, ha detto Francesco, ma un ospedale da campo. E l’Eucaristia non è per i perfetti ma per i peccatori in cerca del giusto cammino. Le sue parole e i suoi gesti hanno rinfrancato la vita del popolo di Dio ancor più delle sue encicliche e hanno portato il messaggio della misericordia di Dio ben al di là dei confini della Chiesa.
Mentre si apre il secondo atto del papato di Francesco, però, possiamo vedere quanto esso sia appesantito da difficoltà e problemi. Lo scorso anno ha portato un contraccolpo in un ambito sensibile, il sistema finanziario vaticano. Il cardinale George Pell, Prefetto del Segretariato dell’Economia, ha lasciato frettolosamente Roma in giugno diretto alla sua nativa Australia per affrontare storiche accuse di abusi sessuali. Fra due mesi dovrà presentarsi a Melbourne per un’audizione che potrebbe durare diversi mesi.
A Roma, il “Ranger” (nomignolo di Pell, copyright papa Francesco) era conosciuto per la sua implacabile determinazione a gettar luce sui grovigli feudali dei diversi bilanci delle spese interne dei molteplici Dipartimenti e delle molteplici Amministrazioni vaticane. Era stato Pell a rivelare che diverse centinaia di milioni di euro erano “nascosti” nei conti delle Amministrazioni vaticane senza essere registrati nel bilancio ufficiale della Santa Sede.
Pell era odiato dalla burocrazia curiale e dai suoi baroni. Nessuno sta ora continuando i suoi sforzi. Non è stato nominato dal papa nessun vice-prefetto durante l’assenza di Pell e nessuno a Roma scommette sul ritorno di Pell. Questo vuoto non è un segno positivo. Nel frattempo, il primo revisore generale nella storia del Stato del Vaticano, è stato licenziato. Qualcuno ha detto che aveva “assunto una società esterna per investigare sulle attività e sulla vita privata del personale della Santa Sede”.
Che un professionista molto rispettato sia estromesso dal suo incarico dirigenziale senza che sia stata resa pubblica alcuna evidenza, sembra un passo indietro nella battaglia per la trasparenza nelle finanze vaticane. Sono passati mesi e neanche in questo caso è stato annunciata la sostituzione. Poi, lo scorso novembre, il vicedirettore della Banca vaticana, Giulio Mattietti, è stato licenziato, ancora con una spiegazione minima. Anche questi sono brutti segnali.
In un altro ambito problematico, la Pontificia Commissione per la protezione dei minori non sembra nella forma migliore. Ha perso due membri illustri, gli unici due che erano dei sopravvissuti di abusi sessuali da parte di preti: Marie Collins e Peter Saunders. Collins diede le dimissioni dopo aver accusato il cardinale Gerhard Müller (allora ancora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede) di “scarsa cooperazione”. Nel 2015, il papa ha accettato una proposta fatta dalla commissione di istituire un tribunale speciale che avrebbe processato i vescovi accusati di essere stati “negligenti” in casi di abusi sessuali. Lo scorso anno è emerso che il cardinal Müller – e altri nella Curia – avevano sabotato il progetto.
Non c’è alcun dubbio sulla politica di Francesco di “tolleranza zero” in casi di abusi sessuali del clero, ma non c’è alcun dubbio anche  sulla resistenza passiva di molte conferenze episcopali in varie parti del mondo rispetto a questa linea. Ancora non è accettato in ogni paese il fatto che un vescovo debba essere obbligato a riferire alle autorità civili incidenti di abusi sessuali del clero. Francesco, rivolgendosi personalmente alla commissione nel settembre scorso, ha promesso che in futuro ogni prete colpevole di abuso sessuale sarebbe stato ridotto allo stato laicale. Le valutazioni sul pontefice argentino continuano ad essere molto positive e non solo tra i cattolici. Ben al di là dei confini confessionali, Francesco è riconosciuto come un’autorità morale e un leader geopolitico.
Le sue posizioni sulle migrazioni, sui rifugiati, sulle crescenti disuguaglianze tra ricchi e poveri, sulla tratta di esseri umani a scopi sessuali e sulle “nuove schiavitù” che sfruttano milioni di lavoratori, e la sua ripetuta sottolineatura dello stretto rapporto tra il deterioramento ambientale e la crescente ingiustizia, hanno avuto un largo impatto sul pubblico.
All’interno della Chiesa, tuttavia, sta continuando una specie di guerra civile. Gli avversari dicono che Francesco è comunista, femminista, populista, o che è talmente alla mercè dello spirito del mondo da aver drammaticamente allontanato il sacro dal papato, tradendo la tradizione e la legge divina. Sarebbe un errore considerare la Curia romana come il solo centro di opposizione. Sicuramente, l’apparato curiale è parzialmente frustrato e sconcertato, poiché sente che sotto Francesco sta perdendo la sua aura quasi militare di capo di stato maggiore del cattolicesimo. Ma l’ampia resistenza a Francesco ha radici in molte parti del mondo nelle Chiese locali. “Nessun papa negli ultimi 100 anni ha dovuto affrontare una tale opposizione tra i vescovi e il clero”, ha detto Andrea Riccardi, lo storico della Chiesa e fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Durante le due sessioni del Sinodo sulla Famiglia, nel 2014 e nel 2015, è stato evidente che una maggioranza dei vescovi – la maggior parte di loro scelti negli ultimi tre decenni da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI per la loro incondizionata obbedienza a Roma – non era preparata a supportare una chiara strategia di riforma. Alla fine, i riformatori si sono ritrovati ad essere una minoranza.
Ci sono molte ragioni per la resistenza alle riforme di Francesco. Alcuni vescovi sono semplicemente fedeli conservatori in ambito teologico, ed altri sono attaccati alla tradizione per una preferenza al “si è sempre fatto così”; sono preoccupati per i rapidi cambiamenti della società e si sentono più sicuri nel restare su strade che conoscono. La stessa cosa si può dire per il nuovo clero; i giovani preti sono spesso i più rigidi nella loro decisione di resistere alle riforme di Francesco. Insieme, questi vescovi e questi preti creano una sorta di palude, intralciando il progresso del papa e rallentando il lavoro dei nuovi vescovi che lui nomina.
Nel suo annuale incontro natalizio con i membri della Curia romana nel 2016, Francesco lamentava la “resistenze nascoste, che nascono dai cuori impauriti o impietriti che si alimentano dalle parole vuote del “gattopardismo” spirituale di chi a parole si dice pronto al cambiamento, ma vuole che tutto resti come prima”. In maniera ancora più pungente, denunciava “anche le resistenze malevole, che germogliano in menti distorte e si presentano quando il demonio ispira intenzioni cattive (spesso “in veste di agnelli”)”.
Il mese scorso, al suo incontro con la Curia del 2017, parlava dell’esistenza in Curia di “squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie”, di un vero “cancro che porta  all’autoreferenzialità”. E per di più, sottolineava il pericolo di traditori, di persone scelte per sostenere e realizzare riforme che invece “si  lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria”. Le sue dure parole furono accolte con un’ imbronciata apparenza di obbedienza. Come per l’opposizione radicale a Francesco, la Curia ha scelto la via di una imprudente escalation di ostilità al papa, usando l’esortazione post-sinodale Amoris laetitia come piattaforma. Sono state organizzate petizioni al Collegio dei cardinali, i “dubia” (“dubbi teologici”) firmati da quattro cardinali – Raymond Burke, Walter Brandmüller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, gli ultimi due deceduti nel frattempo) – un falso Osservatore Romano che si prendeva gioco di Bergoglio, e dei poster di dileggio sui muri del centro di Roma, dove  furono visti da migliaia di turisti e Romani. E c’è stata un’implacabile guerra contro di lui sui siti web ultraconservatori.
Il papa non ha mai accettato di incontrare i quattro cardinali dei “dubia”. Questo potrebbe essere stato un errore: ha permesso ai suoi critici in Curia di dire che la sua porta è aperta a chiunque – ecetto a coloro che osano criticarlo. ed ora, l’ostilità, sia aperta che celata, sta crescendo. Il cardinal Burke vuole “correggerlo”. L’ultima “correzione filiale”, originariamente firmata da 62 studiosi laici e chierici cattolici lo accusa di guidare i cattolici all’eresia. Un recente e-book, The Dictator Pope, attacca Bergoglio affermando che governa in una “rete di bugie, intrighi, spionaggio, sfiducia e paura”.
È una tecnica che assomiglia a quella del Tea Party negli USA. Quel movimento non riuscì a rovesciare Barack Obama, ma esercitò grande influenza sulle successive elezioni presidenziali. Analogamente, i radicali anti-Francesco mirano a delegittimare il suo pontificato giorno dopo giorno, rendendo impossibile al suo successore continuare la strategia di riforme. Non dovrà esserci spazio per un Francesco II !
Il successo della seconda parte del pontificato di Francesco si baserà sul successo delle sue riforme, compreso il progresso nel dare nuova forma alla gerarchia della Chiesa e il risultato delle manovre attorno alla successione, che stanno silenziosamente cominciando dietro le quinte. Per questa ragione, i suoi sostenitori stanno gentilmente spingendo il papa ad avviare una totale riorganizzazione della Curia romana dopo il congedo del cardinale Gerhard Ludwig Müller dalla Congregazione per la Dottrina della fede.
Francesco non ha mai amato lo spoil system, ma sembra urgente che un gruppo incaricato della riforma sia posto a capo della Chiesa, dove la metà delle persone appartengono ancora all’era Ratzinger. Ciò che serve ora, insistono i suoi sostenitori, è la nomina da parte sua, in tutte le posizioni chiave, di vescovi e cardinali che realmente sostengono il suo approccio alla dottrina e alla tradizione.
La tradizione, ha detto Francesco allo studioso francese della comunicazione Dominique Wolton nel 2016, non è qualcosa di immutabile. È la dottrina che va avanti… l’essenziale non cambia, ma cresce e si sviluppa”. E come cresce la tradizione? “Cresce come una persona”, sottolineava Franceso, “attraverso il dialogo, che è come il latte per il neonato… Dialogo con il mondo attorno a noi… Se non si è impegnati nel dialogo, non si è capaci di crescere, si rimane piccoli, si resta dei nani. Questo nuovo anno sarà fondamentale per vedere come Francesco riuscirà a far avanzare la barca di Pietro lungo questa rotta.

Acque agitate per la barca di San Pietro: Francesco, valutazione intermedi, a di Marco Politi, in “www.thetablet.co.uk” del 3 gennaio 2018

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