• 01/12/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
Fratelli tutti

Le radici bibliche, la teologia e la spiritualità francescana, il rapporto con ebraismo e islamismo, le domande politiche, sociali e filosofiche di un testo che ha al centro un tema cristiano per eccellenza: la fraternità. Una pluralità di punti di vista che mette in luce la ricchezza dell’enciclica.
«Con l’enciclica Fratelli tutti Francesco viene a riproporci quanto a lui sta più a cuore, da una parte riprendendo la centralità del tema della fede e della vita teologale, dall’altra ribadendo il valore di un’etica e di una spiritualità ecologiche, ma soprattutto concentrandosi su quel cuore del Vangelo di Gesù Cristo che è la fraternità, da lui annunciata e resa possibile col suo sacrificio sulla Croce e la Sua resurrezione, vittoriosa sulla morte e datrice di vita nuova» (Bruno Forte).

 

Presentazione

Titolo: Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale
Autore: Papa Francesco,
Introduzione: Bruno Forte
Editore: Scholè
Pagine: 256
Prezzo: 12.00 E.
Data: 2020
EAN: 9788828402497

 

 

Il Sommario

Bruno Forte, Fratelli tutti. La terza enciclica di papa Francesco 5
Lettera enciclica Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale 27

Capitolo primo – Le ombre di un mondo chiuso 31
Capitolo secondo – Un estraneo sulla strada 53
Capitolo terzo – Pensare e generare un mondo aperto 68
Capitolo quarto – Un cuore aperto al mondo intero 88
Capitolo quinto – La migliore politica 101
Capitolo sesto – Dialogo e amicizia sociale 124
Capitolo settimo – Percorsi di un nuovo incontro 137
Capitolo ottavo – Le religioni al servizio della fraternità nel mondo 160
Commenti Piero Stefani, Fratello, tra Antico e Nuovo Testamento 173

Commenti
Massimo Giuliani, Fratellanza e amicizia sociale in prospettiva ebraica 182
Massimo Campanini, Fratellanza umana e appartenenza religiosa nel Corano 191
Roberto Rusconi, «Il santo chiamava fratelli cristiani i lebbrosi» 198
Chiara Frugoni, Comprendere e non giudicare. Un aspetto della fratellanza di san Francesco 206
Fulvio De Giorgi, Una pedagogia dell’amore politico 209
Salvatore Natoli, Cristianesimo come etica universale? 224
Mauro Ceruti, La rotta della fraternità, nel tempo della complessità 231
Pier Cesare Rivoltella, Fratellanza come saggezza digitale 240
Arnoldo Mosca Mondadori, Lo sguardo di Cristo sul mondo 245 Gli autori 254

 

 

“Fratelli tutti”, in arrivo la prima edizione commentata con l’introduzione del vescovo Bruno Forte
La Stampa

In libreria a partire dal 12 ottobre la prima edizione commentata della nuova enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale”. Il volume, per i tipi di Scholé, marchio della Morcelliana (pp. 240, euro 12), è introdotto dal vescovo teologo Bruno Forte che sottolinea come in questo testo il Pontefice riproponga quanto a lui sta più a cuore: «Da una parte riprendendo la centralità del tema della fede e della vita teologale, dall’altra ribadendo il valore di un’etica e di una spiritualità ecologiche, ma soprattutto concentrandosi su quel cuore del Vangelo di Gesù Cristo che è la fraternità».

Dopo il testo integrale di “Fratelli tutti”, dove il Papa avverte che «prendersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi» e ripete che il Covid 19 ci ha ricordato che «nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme», seguono gli interventi di noti studiosi. Ovvero il biblista Piero Stefani (“Fratello, tra Antico e Nuovo Testamento”); l’ebraista Massimo Giuliani (“Fratellanza e amicizia sociale in prospettiva ebraica”); l’islamologo Massimo Campanini (“Fratellanza umana e appartenenza religiosa nel Corano”); lo storico del cristianesimo Roberto Rusconi (“Il santo chiamava fratelli cristiani i lebbrosi”); la medievista Chiara Frugoni (“Comprendere e non giudicare. Un aspetto della fratellanza di san Francesco”); lo storico dell’educazione Fulvio De Giorgi (“Una pedagogia dell’amore politico”); il filosofo Salvatore Natoli (“Cristianesimo come etica universale?”); l’epistemologo Mauro Ceruti (“La rotta della fraternità, nel tempo della complessità”); il pedagogista Pier Cesare Rivoltella (“Fratellanza come saggezza digitale”); il poeta e scrittore Arnoldo Mosca Mondadori (“Lo sguardo di Cristo sul mondo)”.

Le loro sono analisi e interpretazioni a tutto campo, realizzate da diverse angolazioni, utili a penetrare l’enciclica e a dar conto delle radici bibliche, della teologia e della spiritualità, della storia, del rapporto con ebraismo e islamismo, e di altro ancora mai estraneo alle domande religiose, ma anche sociali e filosofiche di questo documento rivoluzionario. Un testo che riposiziona quello che è forse il tema cristiano per eccellenza, la fratellanza/sorellanza, al centro del mondo contemporaneo, declinato con estrema attenzione insieme in riferimento alle altre religioni, alla pace, al lavoro, ai diritti (compreso quello della proprietà), ma anche al perdono, alla memoria, alla solidarietà. Senza dimenticare l’attuale ruolo della politica, della cultura, della comunicazione.

Una pluralità di punti di vista che mette in luce la ricchezza della terza enciclica di Papa Francesco, quella maggiormente densa e personale, firmata ad Assisi, la città del Santo cristiano che più parla ai credenti di altre religioni e ai non credenti, Francesco, che «si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». Un messaggio inviato al mondo aprendo «al dialogo con tutte le persone di buona volontà», mettendo alla base del pensiero e di ogni azione «l’idea che tutto è connesso», come spiega qui l’epistemologo Ceruti.

In un tempo ancora segnato dalle paure e dalle difficoltà legate all’«inattesa pandemia del Covid-19, che ha messo in luce le nostre false sicurezze», e in una fase cruciale del suo pontificato tale da far scrivere in queste pagine al filosofo Natoli: «Se questo – mi permetto di osare – fosse l’ultimo Papa della tradizione cattolico-romana, e stesse nascendo un cristianesimo diverso?».

La Stampa, 7 ottobre 2020

 

“E SE GESÙ NULL’ALTRO FOSSE CHE UN UOMO?”
Il Commento del filosofo Salvatore Natoli

La modernità ha dibattuto strenuamente sull’esistenza di Dio; basti pensare alla valutazione delle prove dell’esistenza di Dio da Cartesio a Kant: si può dimostrare, non si può dimostrare? Ebbene, il conflitto sull’esistenza di Dio dimostrava chiaramente che Dio era la questione centrale di quella cultura, sia per i negatori, sia per quelli che la sostenevano. Era il tema dominante, non si poteva tacere di quello.

Ma ad un certo punto Dio è svanito, non ha costituito più problema perché non lo si sentiva più necessario. Oggi, argomentare sull’esistenza di Dio è un problema che non ha nessuno, neppure i cristiani. A caratterizzare il cristianesimo è sempre di più la dimensione della “caritas” e sempre meno quella della Trascendenza. “Fratelli tutti” mi pare lo testimoni con coerenza. E questo è un grande dilemma dentro il cristianesimo, del quale si fa carico “in actu exercito” papa Francesco. La Trascendenza non è negata, ma sempre meno nominata. Ma non c’è bisogno di una negazione esplicita se la cosa diventa irrilevante.

”Et exspecto resurrectionem mortuorum” è un’affermazione – tratta dal Messale romano – sempre più marginale nel vocabolario cristiano. Il camminare in compagnia degli uomini – espressione che ricapitola “Fratelli tutti” (cfr. n. 113) – è sempre stato presente, ma era semplicemente il transito verso un esito ben più radicale: la redenzione definitiva dal dolore e dalla morte. L’una dimensione sosteneva l’altra.

Ma oggi possiamo constatare un singolare slittamento: il cristianesimo si risolve sempre di più e semplicemente nel “Christus caritas”. Non è questo il Cristo di “Fratelli tutti”? Un Cristo che non a caso – si vedano i paragrafi nn. 1-2 e 286 – ha il volto di Francesco d’Assisi, il santo cristiano che più parla ai credenti di altre religioni e ai non credenti.

Questo passaggio – lo domando ai cristiani – è reversibile o irreversibile? E se Francesco – mi permetto di osare – fosse l’ultimo papa della tradizione cattolico-romana, e stesse nascendo un cristianesimo diverso? Un cristianesimo che ha al centro la giustizia e la misericordia e sempre meno la resurrezione della carne. La condivisione del dolore non è la stessa cosa della definitiva liberazione dal male. La promessa cristiana era: “non ci saranno più né dolore né morte, non ci sarà più il male”; mentre adesso pare che il cristianesimo dia per scontato che il dolore accompagnerà sempre gli uomini ed in questo stato essere cristiani vuol dire sostenersi reciprocamente. Sottolineo quest’aspetto dell’enciclica perché mi pare si trovi ad essere del tutto convergente con quanto la parte migliore della modernità laica ha sostenuto, seppure in termini di altruismo e solidarietà e senza alcun riferimento ad una redenzione definitiva altrimenti chiamata “salvezza”. […]

Non so quanto per i cristiani sia ancora rilevante la fede nell’avvento di un mondo senza più dolore e morte e per di più – questo mi pareva fosse decisivo – in un finale di partita in cui gli uomini saranno risarciti da tutto il dolore patito. Ma dico di più: quanto credono ancora in un’eternità beata, in un eterno presente dove non vi sarà più nulla da attendere, ma sarà redento per intero il passato? […]

In ogni caso a chi è cristiano importa comunque e tanto il “Christus caritas”. “Ubi caritas et amor, ibi Deus est. Congregavit nos in unum Christi amor” (sempre dal Messale romano): questo è perfettamente conveniente agli uomini. E se Cristo non fosse affatto il Dio incarnato, ma al contrario fosse proprio l’incarnazione a rappresentare davvero l’inizio della morte di Dio? E se Gesù null’altro fosse che un uomo che, però, ha mostrato agli uomini che solo nel loro reciproco donarsi hanno la possibilità di divenire “dèi” seppure al modo di Spinoza: “homo homini Deus”? Non più, dunque, “tu scendi dalle stelle”, ma piuttosto “il darsi sostegno gli uni degli altri” per dimorare felici sulla terra.

La promessa d’una liberazione definitiva dal dolore e dalla morte forse è solo mito, ma in ogni caso non è nelle disponibilità di coloro che i greci chiamavano appunto i “mortali”. Il reciproco aiuto, al contrario, è nella disponibilità degli uomini e il cristianesimo, riconosciuto e assunto nella forma del buon Samaritano, ci può rendere davvero pienamente umani. Se così è, come direbbe Benedetto Croce, non possiamo non dirci cristiani. È questo un dilemma che da non credente pongo ai credenti, ai cattolici.

Infatti, da non credente, sono perfettamente d’accordo, parola per parola, su quanto dice l’enciclica nel capitolo secondo, commentando la parabola del buon Samaritano. Questo è da fare! Da questo punto di vista, Gesù esprime una possibilità degli uomini. Ma il Dio che risorge dai morti è solo una possibilità di Dio, ammesso che ci sia.

di Salvatore Natoli