• 20/09/2019

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Nel 24° Congresso nazionale della loro Associazione teologi italiani (Ati), svoltosi ad Assisi dal 31 agosto al 4 settembre scorsi, hanno riflettuto «sulla soteriologia cristiana», tema riassunto nella formula biblica: «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio» (Lc. 3,6). Le riflessioni sono state ritmate dalle notizie dei molti esuli che dal Medio oriente, dai Balcani e dall’Africa hanno investito i confini dell’Europa, in cerca di salvezza dalla guerra, dalla fame, dalla paura, dall’incertezza, dal male e dalla morte. In qualche modo sullo schermo di fondo scorreva l’interrogativo sul senso di quell’esodo e sulla necessaria testimonianza della chiesa. Gli eventi storici hanno avuto echi frequenti nelle preghiere e nelle riflessioni dei partecipanti. La coincidenza ha reso spesso drammaticamente concreti i dialoghi sviluppati ai margini delle riflessioni teologiche. Non è questo il luogo per un resoconto degli interventi e degli sviluppi laterali del Congresso, molto ricco e articolato. Propongo solo due riflessioni marginali.

 

L’azione salvifica di Dio nel modello evolutivo

Il modello evolutivo è stato assunto progressivamente dalla teologia cattolica anche se è risultata chiara la difficoltà di declinare alcuni temi tradizionali nell’orizzonte della evoluzione. Con soddisfazione si può rilevare che la riflessione teologica converge ad una purificazione dell’azione salvifica di Dio: scompaiono i modelli soprannaturalistici ed estrinseci che attribuiscono a Dio azioni come interventi autonomi nella storia. L’azione salvifica di Dio viene sempre più compresa e declinata in continuità con la creazione e con la storia umana. Appare chiara l’esigenza di concepire la presenza salvifica come energia che alimenta dal di dentro le creature, offrendo molteplici possibilità, senza imposizione. Massimo Elpis lo ha espresso in una formula sintetica a conclusione del suo intervento: «La salvezza è il nome di una liberazione nella forma di condivisione», spiegata ulteriormente con una breve citazione di Angelo Bertuletti: «la creatura riceve ciò che concorre a costituire». Nella fonte citata il testo prosegue: «lo Spirito… dà alla creatura di determinare ciò che non può che ricevere, in modo che il dono sia ricevuto come ciò che è così nostro da sgorgare da noi stessi» (Dio il mistero dell’Unico, Btc 168 p. 568).

Una formula analoga è utilizzata da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ quando scrive: «lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo» (n. 80). Ciò che di nuovo può germogliare dal «grembo stesso delle cose» è necessariamente proporzionato alla perfezione della struttura accogliente per cui le novità emergenti appaiono generate dalle cose stesse. Nel processo evolutivo non esistono salti miracolosi ma solo sviluppi meravigliosi e sorprendenti. In questo senso non è opportuno ricorrere alla terminologia del soprannaturale perché lo sviluppo è una reale esigenza della natura in processo, anche se la novità fiorisce in virtù della energia creatrice che la alimenta.

Il Papa mette in luce che la presenza creatrice di Dio è continua in modo da sottolineare la necessaria funzione del tempo: le creature infatti sono in grado di interiorizzare la novità solo a piccoli passi secondo le capacità delle strutture accoglienti. La scelta di Papa Francesco di considerare la creazione continua e il suo potere evolutivo è confermata dalle due citazioni di Tommaso d’Aquino. Scrive infatti: «Egli (= Dio) è presente nel più intimo di ogni cosa… Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, è la ‘continuazione dell’azione creatrice’ (I STh. q. 104 a. 1 ad 4)». E aggiunge per chiarire la modalità dell’azione divina che natura è «l’arte divina iscritta nelle cose ‘per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da sé per prendere la forma della nave’ (Commento alla Fisica di Aristotile, 1. II lez. 14)». L’analogia del ‘maestro costruttore di navi’ è molto significativa. Sottolinea infatti l’autonomia delle creature in modo che Dio non impone la loro forma ma offre loro la capacità di assumerla «muovendosi da se stesse verso il loro fine».

 

Intromissione estranea?

Nella Enciclica questo principio, espresso in modo molto chiaro, viene però contraddetto nelle righe immediatamente successive. Prosegue infatti nel numero 81: «L’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pienamente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti. Ognuno di noi dispone in sé di una identità personale in grado di entrare in dialogo con gli altri e con Dio stesso. La capacità di riflessione, il ragionamento, la creatività, l’interpretazione, la creazione artistica e altre capacità originali mostrano una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico. La novità qualitativa implicata dal sorgere di un essere personale all’interno dell’universo materiale presuppone un’azione diretta di Dio, una peculiare chiamata alla vita e alla relazione di un Tu a un altro tu» (Laudato si’ n. 81). L’azione dello Spirito che sta riempiendo l’universo non è già diretta? Per quale motivo essa non è sufficiente a far germogliare dal grembo stesso delle cose la novità umana? Due o tre milioni di anni dall’apparire del «genere umano» non sono stati sufficienti allo Spirito per farla emergere? Credo sia legittimo pensare che il numero 81 con questa puntigliosa precisazione sia stato aggiunto dalla Congregazione per la dottrina della fede nella revisione teologica del testo imposta dalle regole di Curia e richiamate esplicitamente dal Card. Muller. In tale modo si è evitato che il principio dell’emergenza della novità affermato in modo chiaro dal Papa con il richiamo «alle potenzialità dello Spirito» fosse in contrasto con la dottrina proposta da Pio XII nell’enciclica Humani generis (1950) ripreso anche nel Catechismo della Chiesa cattolica (n. 366) che richiedeva la creazione immediata dell’anima di ogni singolo uomo da parte di Dio.

La coerenza del modello evolutivo e della «creazione continua» esigerebbe che per la presenza divina la storia stessa sia pensata come ambito sufficiente della salvezza e che ‘il grembo delle creature’ sia considerato la struttura sufficiente della potenza creatrice di Dio. Occorre riconoscere che il modello evolutivo non è ancora assunto pienamente.

 

Il male da cui siamo salvati

Un altro aspetto emerso più volte nella riflessione dei teologi italiani è stato il problema del male. Il catechismo della Chiesa cattolica si chiede: «Ma perché Dio non ha creato un mondo a tal punto perfetto da non potervi essere alcun male? Nella sua infinita potenza, Dio potrebbe sempre creare qualcosa di migliore. Tuttavia, nella sua sapienza e nella sua bontà infinite, Dio ha liberamente voluto creare un mondo ‘in stato di via’ verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta, con la comparsa di certi esseri, la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi, insieme con il bene fisico esiste anche il male fisico, finché la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione» (n. 310). Posto così il problema, dovremo attribuire la Presenza del male a una scelta misteriosa di Dio.

Per questo Luis F. Ladaria ha commentato: «Dobbiamo constatare che una spiegazione razionale del male che ci risulti pienamente soddisfacente probabilmente non si troverà mai. Con saggezza il catechismo indica che in qualche modo tutta la fede cristiana è una risposta alla questione sul male… Naturalmente, Dio avrebbe potuto creare un mondo migliore del nostro. Lo avrebbe potuto creare `tutto in una volta’, senza questo processo di perfezionamento e di cambiamento a cui siamo sottoposti. Non lo ha fatto così. Non possiamo entrare nelle intenzioni divine» (Il creatore in Ccc Testo integrale e commento teologico (cura R. Fisichella) Piemme, Casale M., 1993 p.683). Questa impostazione non tiene conto della necessità di strutture accoglienti e quindi del tempo richiesto per svilupparle. Le creature non possono accogliere la perfezione di colpo perché devono diventare perfette. La perfezione deve crescere dal di dentro perché la creatura raggiunga la compiutezza: «quando Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor. 15, 28). Il tempo perciò è intrinsecamente necessario. Già un secolo fa Teilhard de Chardin ricordava che Dio non può operare l’assurdo (come un cerchio quadrato) e una creatura che prescinda dal tempo è assurda. La creatura infatti deve diventare crescendo e per crescere richiede tempo. Finché non raggiunge il compimento non emerge definitivamente dal nulla. La salvezza è appunto l’energia creatrice che offre agli umani la possibilità di pervenire al traguardo. Siamo salvati dal nulla da cui stiamo ancora emergendo.

 

In margine al Congresso dei teologi italiani, di Carlo Molari, in “Rocca” n. 20 del 15 ottobre 2015

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