• 22/10/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
Sguardo

La dimensione interiore dell’educazione

Se educare porta il significato di “tirar fuori” o “tirar fuori ciò che sta dentro” dal latino educĕre, diamo per assodato che ci sia qualcosa all’interno, la coscienza di una dimensione interiore che attende di emergere.

Educazione alla fede.
Oggi invece l’educazione, in particolare l’educazione alla fede cristiana, viene vissuta come un rivestire, un calare dall’alto, uno scrivere su un foglio bianco. E’ qualcosa che dall’esterno viene proposto/imposto – quasi una camicia di forza!- e deve essere assunto a norma. In coloro che si definiscono o sono chiamati tradizionalisti, la norma diventa la spada ideologica con cui ferire gli altri in nome di un dio ideale che mai si è fatto carne, e così l’educazione mostra tutto il suo fallimento mentre pretende di affermarsi.

Educare alla fede è già di per sé un’espressione che non funziona. Si può educare solo NELLA fede, attraverso un incontro personale. La fede cristiana è esperienza della vita di Dio, vita trinitaria relazionale che scorre in noi dal battesimo. Come educare?

 

La prima educazione avviene nello sguardo. Lo sguardo su me, sulla realtà, sull’altro.

Se la vita di Dio scorre in me dal Battesimo, la sfida sarà quella di ricordarlo. Fare memoria, accorgermi, fare spazio. Assecondare questa vita perché possa essere creativa (nell’ebraico biblico il creare è prerogativa di Dio, come già il perdonare).

Lo sguardo sulla realtà.
Si acquisisce imparando l’arte della gratitudine, della curiosità. La malattia della lamentela è più acuta e diffusa oggi che non ai tempi dell’Esodo, siamo capaci di piangere anche su cipolle che mai abbiamo avuto… La gratitudine, la curiosità per ciò che accade e potrebbe accadere, spalanca alla dimensione del dono. La realtà, con tutte le sue contraddizioni, con le sue sorprese, diventa luogo di esperienza preziosa.

Lo sguardo sull’altro.
Se ho familiarità con la vita di Dio che scorre in me e mi crea, se benedico il tempo e lo spazio che vivo, saprò riconoscere la vita, la scintilla che brilla nella vita dell’altro, mi saprò fidare di una benedizione che attraversa anche la sua esistenza. L’altro diventa fratello semplicemente perché c’è, e ha una parola che attraversa le mie giornate, anche quando per paura si nasconde in una parola di rabbia.

Uno sguardo spero all’Oltre.
Ecco perché l’educazione oggi non è confinata a un’età. Non è solo educazione dei bambini o dei giovani. Parliamo di un’educazione che la società invoca come una bambina, come un giovane con capricci e ribellioni continue, invoca un’educazione che le doni coscienza del tesoro che la abita. L’uomo d’oggi (bambino, adulto o anziano che sia) chiede uno sguardo buono e realista, ma aperto all’Oltre. Senza questo sguardo non sa più cosa inventarsi per fingersi felice – o perdutamente infelice, poiché le due menzogne coincidono-. Il lavoro educativo è un lavoro, non un hobby, ed è un lavoro impegnativo perché esige di lasciarsi lavorare, di benedire anziché lamentarsi, di guardare l’altro come rivelazione di Cristo e benedizione per sé. Nel vecchiume di oggi il fare spazio alla vita nuova che ci è stata donata aprirà vie nuove, di ascolto e di fraternità

di sr Serena Munari e sr Valentina Mancuso, Famiglia Monastica Francescana