• Italia, Roma
  • 20/06/2019
0 Comments

L’Islam? Non ha nulla a che vedere con il terrorismo, anzi i terroristi islamici, per certi versi, si possono equiparare a quei cattolici che uccidono le proprie donne. Sul volo di ritorno da Cracovia il Papa non manca di tracciare delle linee di demarcazione, di fare distinguo e prendere distanza dai cliché sull’Islam. «A me non piace parlare di violenza islamica perché tutti i giorni vedo violenze, anche in Italia, quando qualcuno uccide la fidanzata e la suocera; questi sono cattolici battezzati, sono violenti, sono cattolici. Parole che non mancheranno di fare rumore, come quei tuoni e quei fulmini che, poco prima di partire, hanno accompagnato il suo saluto ai giovani volontari della Gmg. Poi parla della Polonia, ricorda con dolore la scomparsa della giornalista della Rai, Anna Maria Jacobini.

 

L’intervista

I cattolici sono sotto choc dopo l’assassinio di padre Jacques mentre celebrava la messa. Quattro giorni fa lei ha detto che tutte le religioni vogliono la pace ma questo prete è stato assassinato nel nome dell’Islam. Perché lei parla di terrorismo ma non di Islam?

«A me non piace parlare di violenza islamica perché tutti i giorni vedo violenze, anche in Italia, quando qualcuno uccide la fidanzata e questi sono cattolici battezzati, ma sono violenti. Si parla di violenza islamica ma non è che tutti gli islamici sono violenti, così come non tutti i cattolici sono violenti. Non si può fare una macedonia. Credo che in quasi tutte le religioni ci siano piccoli gruppetti fondamentalisti. Anche noi abbiamo i fondamentalisti. Il fondamentalismo può arrivare ad uccidere anche con la chiacchiera oltre che con il coltello, come dice l’Apostolo Giacomo. Insomma non è giusto identificare l’Islam con la violenza. Non è giusto e non è vero. Ho avuto un dialogo lungo con l’imam di Al Azhar e so cosa pensano loro, vogliono la pace. Il nunzio di un paese africano tempo fa mi diceva che nella capitale del paese in cui presta servizio c’è una folla di gente che vuole attraversare la porta santa, alcuni si accostano al confessionale, pregano la Madonna eppure sono musulmani. Sono musulmani che vogliono fare il Giubileo, sono fratelli. Sul fondamentalismo mi domando: quanti sono i giovani che noi europei abbiamo lasciati vuoti di ideali e così si dirigono verso la droga e l’alcol. Poi si arruolano nei gruppi fondamentalisti. L’Isis possiamo dire che è uno stato islamico per come si presenta ma poi ci fa vedere la sua identità che è violenta. Non si può dire e non è giusto che l’Islam sia identificato con il terrorismo».

E che iniziative si possono portare avanti per contrastare il terrorismo islamico?

«Il terrorismo è dappertutto. Lei pensi al terrorismo tribale di alcuni paesi africani. Il terrorismo (lo dico anche se è un discorso un po’ pericoloso) cresce quando non c’è nessuna altra opzione e quando l’economia mondiale mette al centro il dio denaro e non la persona. Questo è il primo terrorismo. Quando si caccia via la meraviglia del creato. E al suo posto ci si mette il denaro. Questo è terrorismo di massa contro tutta l’umanità. Pensiamoci».

La repressione in Turchia del dopo golpe è stata quasi peggiore del golpe stesso. Ci sono state categorie intere colpite: magistrati, giornalisti, amministratori pubblici, diplomatici. Circa 13 mila arrestati, 15 mila persone silurate. Perché lei finora non ha mai parlato di quello che sta accadendo? Teme che ci spossano essere ripercussioni con minoranza cattolica?

«In passato quando io ho voluto dire qualcosa che non piaceva alla Turchia (il riconoscimento del genocidio armeno ndr), l’ho detta, con le conseguenze che voi conoscete. Stavolta non ho parlato perché non sono sicuro ancora di quello che accade, mi riferisco alle informazioni che ho ricevuto dalla Segreteria di Stato. Le informazioni che arrivano mostrano che la situazione non è chiara. È vero che cerco di evitare il male ai cattolici, ma non al prezzo della verità. Ci vuole prudenza, ma nel mio caso voi siete testimoni che quando ho dovuto dire qualcosa che toccava la Turchia la ho detta».

Dalla polizia australiana sono spuntate nuove accuse contro il cardinale Pell: stavolta le accuse riguardano abusi su minori. Secondo lei cosa è la cosa giusta da fare vista la situazione e, soprattutto, la posizione che riveste il cardinale in curia?

«Le prime notizie che sono arrivate in Vaticano erano confuse, riguardavano fatti di 40 anni indietro che neppure la polizia aveva considerato in un primo momento. In seguito sono arrivate altre denunce e attualmente sono al vaglio della giustizia australiana. Io penso che non si debba giudicare prima che la giustizia giudichi. Se io emettessi ora un giudizio a favore o contro il cardinale Pell non sarebbe buono. E’ vero, c’è il dubbio. Però esiste anche quel principio che dice: in dubbio pro reo. Arrivare a dei giudizi prima o fare un processo mediatico non aiuta. Il giudizio delle chiacchiere non fa bene».

Come sta dopo la caduta?

«Ah la caduta, il fatto è che io guardavo la Madonna e così mi sono scordato dello scalino. Ero con il turibolo in mano e quando ho sentito che cadevo mi sono lasciato cadere e questo mi ha salvato, se avessi fatto resistenza forse mi sarei fatto male».

La settimana scorsa lei ha parlato di una mediazione del Vaticano con il Venezuela: è una possibilità concreta?

«Ho avuto due anni fa con il Presidente Maduro un incontro molto fattivo, poi in seguito ho scritto a lui una lettera. Ci sono stati diversi contatti. Si pensa in questo momento a una mediazione ma non ne sono sicuro, non posso assicurarlo, credo che la Santa Sede sia nel gruppo dei Paesi che stanno lavorando per la mediazione».

I polacchi sono rimasti commossi dalle sue parole. Lei ha usato le espressioni dei giovani, il loro linguaggio, come è riuscito ad entrare nel cuore di tanti giovani?

«A me piace parlare con i giovani, mi piace servire i giovani perché sanno metterti in difficoltà, ti dicono cose alle quali non si aveva pensato. Sono creativi, mi piace il loro linguaggio anche se tante volte devo domandare cosa significa e loro mi spiegano. Mi piace parlare con loro. Il nostro futuro sono loro, dobbiamo curare molto il rapporto tra i giovani e i nonni; i giovani devono imparare a parlare con i nonni, ad attingere alla nostra esperienza, devono sentire il passato e il presente, la storia e il futuro. Non mi piace quando sento dire che i giovani in genere dicono stupidaggini. Ma anche noi ne diciamo eh? Anche noi dobbiamo imparare da loro, e loro da noi, così si cresce e si fa la storia, senza chiusure, senza censure».

a cura di Franca Giansoldati, in “Il Messaggero” del 1 agosto 2016

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.