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L’uomo del futuro è il titolo del nuovo libro di Eraldo Affinati, edito da Mondadori, in libreria dal 2 febbraio 2016. Don Lorenzo Milani, prete degli ultimi e straordinario italiano, tante volte rievocato ma spesso frainteso, non smette di interrogarci. Eraldo Affinati ne ha raccolto la sfida esistenziale, ancora aperta e drammaticamente incompiuta, ripercorrendo le strade della sua avventura breve e fulminante: Firenze, dove nacque da una ricca e colta famiglia con madre di origine ebraica, frequentò il seminario e morì fra le braccia dei suoi scolari; Milano, luogo della formazione e della fallita vocazione pittorica; Montespertoli, sullo sfondo della Gigliola, la prestigiosa villa padronale; Castiglioncello, sede delle mitiche vacanze estive; San Donato di Calenzano, che vide il giovane viceparroco in azione nella prima scuola popolare da lui fondata; Barbiana, teatro della sua rivoluzione.
Ma in questo libro, frutto di indagini e perlustrazioni appassionate, tese a legittimare la scrittura che ne consegue, non troveremo soltanto la storia dell’uomo con le testimonianze di chi lo frequentò. Eraldo Affinati ha cercato l’eredità spirituale di don Lorenzo nelle contrade del pianeta dove alcuni educatori isolati, insieme ai loro alunni, senza sapere chi egli fosse, lo trasfigurano ogni giorno.

 

Descrizione

Autore: Eraldo Affinati
Titolo: L’uomo del futuro
Editore: Mondadori
Collana: Scrittori Italiani e Stranieri
Prezzo: € 18,00
Pagine: 180
Data: 2 febbraio 2016

 

 

Dimmi chi era don Milani Cercando la scuola del futuro
intervista a Eraldo Affinati 

La struttura portante del lavoro possiede una radice intima, strettamente legata alla mancanza di interlocutori che ho sperimentato da adolescente e rispetto alla quale spesso reagisco: dieci capitoli scritti in seconda persona, scorporato da me stesso, restando comunque a breve distanza, in stile esame di coscienza, a partire dai luoghi più rappresentativi del personaggio scelto, intervallati da altrettante risonanze recuperate dai miei diari di viaggio intorno al mondo». Così Eraldo Affinati ha scritto nel web spiegando il suo nuovo libro, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani, un romanzo ibrido, dove convivono autobiografia, reportage, storia, diario è il secondo romanzo nella cinquina del Premio Strega, mai da molti anni così disinteressato ai romanzi “classici”.

Scrittore e insegnante, l’autore ha scelto di usare due voci distinte, una per raccontare la sua ricerca in tutto il mondo di “cloni” del priore di Barbiana, e un altro per raccontare chi fosse stato l’Uomo del Futuro, prete degli ultimi e straordinario italiano, tante volte citato ma spesso frainteso e soprattutto una persona che guardava avanti, molto avanti.

 

L’intervista

È curioso che i primi tre romanzi in lizza allo Strega siano libri “strani”. Crede che si sia aperto, anche in Italia, un filone che attinge a scrittori europei, dal grande W.G. Sebald a Emmanuel Carrère?

Nel mio caso ho quasi sempre scritto libri ibridi, come giustamente li ha chiamati lei. Penso a Campo del sangue, che è un diario di viaggio ad Auschwitz, Un teologo contro Hitler, dedicato a Dietrich Bonhoneffer, e il mio esordio con un libro su Tolstoj. Nel mio caso, quindi, ho sempre lavorato cercando di forzare le divisioni di genere – diario, saggio, autobiografia e via dicendo – e andare oltre. Non è una tendenza solo mia, naturalmente, è uno dei fiori della letteratura contemporanea.

Come se lo spiega?

Secondo me in quello che chiamiamo rivoluzione informatica, l’esplosione dei social network, c’è di fondo un problema dell’esperienza del mondo, o meglio della realtà. Dovremmo riformare la lettura del mondo e la letteratura si sta ponendo questo problema. Accanto al romanzo ci sono tante fonti di informazione, noi scrittori non siamo più “la” fonte, il faro, come è stato per i libri di Zola o di Verga. Bisogna prenderne atto.

Ed ecco il libro dello Strega, non solo una biografia, un’indagine, un pellegrinaggio…

Non solo. Intanto è un libro di viaggi, non solo dei viaggi del priore di Barbiana, ma di viaggi in tutto il mondo alla ricerca dei nuovi don Milani, persone che magari non lo hanno conosciuto ma che ne realizzano lo spirito, maestri di frontiera: la suora di Benares, l’educatore berlinese, il maestro arabo…

Perché ha scelto due voci, il tu e l’io?

Il libro è diviso in due parti, la ricerca di cui ho appena parlato ha l’io narrante e i luoghi di don Milani in cui ho usato il tu. Volevo guardarmi dall’esterno, una riflessione dell’insegnante e scrittore, mettendo alla prova le mie certezze, i dubbi. E poi,è un libro che nasce dal mio lavoro di insegnante.

La scuola è il faro di tutta la sua produzione…

Sì, è così, anche questo libro nasce dalla mia esperienza di insegnante. Dieci anni fa, con mia moglie Anna Luce Lenzi, abbiamo fondato una scuola di italiano per immigrati. Si chiama Penny Wirton, da un libro di Silvio D’Arzo, la storia di un bambino abbandonato. I nostri studenti sono minorenni non accompagnati nei centri di accoglienza, che vengono da tutto il mondo. È una scuola senza finanziamento e senza classi, tutti gli insegnanti sono volontari, ed è ispirata dallo stile di don Milani: quando gli chiedevano “come dovrebbe essere la scuola secondo lei?”, rispondeva: “Basta mettere dei dodicenni vicino a dei sedicenni”. Era una battuta provocatoria naturalmente. Ma quando la abbiamo adottata, coinvolgendo delle ragazze del Liceo romano Pilo Albertelli a insegnare italiano ai ragazzi immigrati è stata una meravigliosa esperienza per tutti loro.

Quanti ragazzi frequentano la scuola Wirton?

Abbiamo sessanta ragazzi e sessanta insegnanti italiani volontari, si insegna uno a uno, per questo sono tanti. Abbiamo pubblicato un manuale di apprendimento per facilitare l’insegnamento. Per il momento ci appoggiamo al Liceo Giovanni Keplero e lavoriamo di pomeriggio, ma stiamo cercando uno spazio tutto per noi.

Come sta andando la ricerca?

Ho raccontato alla fine del libro le mie vicissitudini con le parrocchie romane. Ho ricevuto molti rifiuti, salvo un prete, che avrebbe potuto darmi una sala, peccato che lo spazio era troppo piccola per la scuola. Gli ho chiesto quale fosse stato il suo riferimento spirituale e ha risposto: don Milani. Ho chiuso il libro L’uomo del futuro, con questo incontro, esiste ancora un prete che incarna lo spirito del Priore di Barbiana. Nel 2013 ho scritto Elogio del ripetente in cui racconto la mia esperienza con i ragazzi difficili… Don Milani lo sento dentro di me da sempre, prima ancora di scriverlo l’ho sentito, l’ho vissuto, l’ho visto attraverso gli occhi dei miei studenti. L’uomo del futuro è nato ben prima di essere stato scritto: è come se lo avessi sempre avuto dentro. Il testo era già presente, scritto dalle vite dei ragazzi.

Lei è credente?

Mi considero un apprendista cristiano. Mi sento come i miei ragazzi che fanno apprendistato in officina, studiano i pezzi… Vado a scoprire come si diventa cristiani. Ho scritto due libri per capirlo. Il libro sul teologo protestante che venne fatto impiccare da Hitler, Bonhoneffer, e questo su Don Milani. Entrambi erano di famiglia aristocratica e molto ricca. La mamma di Don Milani aveva studiato inglese con Joyce. Il Priore di Barbiana ha attuato una rivoluzione dentro se stesso. Quasi come Francesco. Milani insegnava ai bambini poveri. Io ho avuto un’infanzia difficile, i miei genitori avevano fatto solo la quinta elementare ed erano poveri. Mia madre scappò da un treno che l’avrebbe portata a morire ad Auschwitz – è per questo che ho scritto Campo del sangue dove racconto il viaggio che avrebbe dovuto fare mia mamma se non fosse fuggita a Udine. Dicevo della mia famiglia, io sarei stato uno dei ragazzi di Barbiana, sono cresciuto senza parole, senza riferimenti culturali e sono stato un autodidatta. Ecco perché sono diventato insegnante e scrittore, per risarcire la mia famiglia, ed è per questo che mi occupo di ragazzi disagiati, gli immigrati. Ritrovo qualcosa di me stesso in loro.

Come dovrebbe essere la scuola oggi?

Viaggio molto nelle scuole italiane, e ci sono docenti molto competenti, che purtroppo sono imprigionati dalla burocrazia; mi fa male vedere questi entusiasmi inariditi e sfiniti. Ma allora perché non tiriamo fuori le passioni? Perché non facciamo in modo che i talenti vengano valorizzati? Quello che succede in aula produce effetti indelebili: dobbiamo diventare la scuola.

C’è qualcosa di buono nella scuola?

C’è un aspetto della riforma recente che mi appassiona, sono i tirocini attivi. Vuol dire che gli studenti sono obbligati a fare degli stage quindi entrare nella realtà. Anche alla Penny Wirton facciamo esperienza di conoscenza, solo in questo modo si possono intercettare le qualità dei ragazzi. Vogliamo far vivere don Milani, e per fare questo dobbiamo riformare la scuola.

cura di Stefania Scateni, in “l’Unità” del 28 giugno 2016

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