• 20/09/2019

ERMES Education

Per capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
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Riportiamo alcuni contribuiti, tra i moltissimi apparsi in questi giorni, solo per dare una risorsa in più al confronto tra le varie posizioni. Non è nostra intenzione fare una presentazione esaustiva delle diverse posizioni in campo. Crediamo però che questi spunti possano aiutare gli studenti a confrontarsi e ad esprimere motivate posizioni sul dibattito in atto intorno a loro.

 

I musulmani e il dialogo. Diritti sì ma anche doveri

di Claudio Magris

Un paio d’anni fa mi trovavo a Podgorica, la capitale del Montenegro, e ho girato un po’ il Paese insieme a Ognjen Spahic, un giovane scrittore col quale avevo discusso in un dibattito su identità e frontiera nella narrativa. Spahic, tra le altre cose, ha scritto un forte e snello romanzo, I figli di Hansen , racconto di un ultimo lebbrosario e della sua chiusura che è anche una sanguigna e fantomatica allegoria della storia (post-storia dice qualcuno) balcanica ed europea in generale. Ho pranzato a casa sua, con lui e sua moglie, abbiamo fatto un giro in macchina tra le montagne del Paese e lungo la riva del lago di Scutari. Spahic e la sua famiglia sono musulmani. Senza ostentazioni né chiusure, preghiera all’ora stabilita dalla tradizione ereditata dai padri e vissuta sinceramente e rispettosamente, come chi si fa il segno della croce quando passa un fratello che si avvia all’estrema dimora o quando si mette a tavola.

Quando sento discutere su cosa bisogna chiedere all’Islam moderato, penso si possa e debba chiedere un comportamento spontaneo di ogni giorno come quello di quegli amici, ricambiato da uno analogo da parte nostra. Naturalmente una risposta simile è simpatica ma inadeguata e falsa rispetto al drammatico e criminale conflitto in atto su scala mondiale, perché è facile comprendersi e simpatizzare tra persone diverse per fede religiosa ma simili per formazione intellettuale, condizione economica ed esperienza di altri Paesi. C’è differenza tra Abdus Salam, fisico Premio Nobel pakistano, musulmano fervente e per molti anni direttore del Centro internazionale di Fisica teorica a Trieste e i miserabili delle banlieue non solo parigine, disoccupati, sottosviluppati dediti all’alcool e alla droga in barba ai divieti dell’Islam ma che ebbri e drogati massacrano in nome dell’Islam, balordi di periferia promossi al ruolo di assassini e prodotti da sottosviluppo, sfruttamento, disoccupazione, miseria, universali elementi di degradazione. Se non si riuscirà a bonificare — non solo in Francia o in Europa, ma nelle più varie parti del mondo — questi inferni, vere culture in vitro di violenza e di morte, gli abietti crimini di Parigi si ripeteranno.
Naturalmente interrogarsi, da parte occidentale, sulle proprie responsabilità, vicine e lontane, di questa violenza, è necessario per sperare di rompere la sua catena, ma non elimina la necessità di stroncare la violenza in atto. Se un morto di fame uccide qualcuno — anche se certo non tutti gli assassini sono morti di fame — deve essere punito con la massima durezza; la sua violenza — a prescindere dalle cause lontane che l’hanno provocata, magari ad opera di delinquenti altrettanto infami sotto bandiere di civiltà — esige la repressione.
Ma cosa vuol dire Islam moderato? L’Islam è un universo, una civiltà plurisecolare che ha prodotto tesori d’arte, di cultura, di filosofia e ha promosso guerre feroci; che in certe epoche e regioni ha garantito giustizia e benessere e in altre ha inflitto violenze e supplizi. Dire Islam, ha affermato qualche giorno fa Massimo Cacciari, è come dire Occidente; è difficile porre sotto lo stesso ombrello i filosofi arabi che traducevano Aristotele e il Califfo Omar che distrusse la biblioteca di Alessandria, per non parlare di crimini ben peggiori compiuti peraltro, in varie misure, da tutte le civiltà assurte a grandi potenze. È anche difficile mettere sotto lo stesso ombrello dell’Occidente la Magna Charta e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e le leggi naziste di Norimberga.
Le stragi jihadiste mettono oggi le comunità islamiche e in genere i musulmani nella necessità di proclamarsi e di dimostrarsi moderati, civili, aperti e democratici. Gli islamici devono dimostrare di essere innocenti, contro ogni principio liberale e democratico occidentale che impone di provare la colpa e non l’innocenza. I delitti di mafia non sono meno odiosi e meno gravi — dai taglieggiamenti che soffocano imprese e famiglie ai bambini fatti sparire nel calcestruzzo — e dovrebbero essere puniti nel rispetto del diritto ma con spietatezza non minore di quella invocata da Hollande nei confronti dei boia di Parigi. Ma un italiano non è costretto a dichiarare e a ostentare la sua estraneità e avversione alla mafia. Io non ho mai partecipato ad alcuna marcia antifascista o antiterrorista — ognuno ha il suo temperamento — senza per questo essere considerato tiepido o peggio nei confronti degli squadristi o delle Brigate rosse.

Gli islamici devono invece farlo. Molti iman delle varie comunità si affannano a proclamare — lo ha fatto, ad esempio, con grande chiarezza il capo della comunità islamica a Trieste — che l’assassinio politico è una colpa gravissima secondo la religione musulmana, che gli assassini jihadisti non hanno diritto di proclamarsi musulmani perché le loro azioni li escludono dalla fede coranica ed è peccato di blasfemia uccidere in nome di Allah. A queste posizioni si contrappone peraltro spesso non solo la incriminosa solidarietà con i criminali attestata dai famosi fischi allo stadio o da altri simili atteggiamenti. Gli iman parlano e marciano, ma pochi dei loro fedeli li seguono, anche se nelle ultime ore sembra di avvertire una partecipazione crescente. Si potrebbe sospettare che nelle comunità sia non poco diffusa una avversione all’Occidente o almeno una specie di estraneità, di neutralità rispetto a ciò che accade, simile in qualche modo alle indegne e false dichiarazioni di un tempo «né con lo Stato né con le Brigate rosse», false oggettivamente perché chi non imbracciava il mitra assassino ma continuava a svolgere onestamente il proprio lavoro contribuiva al buon funzionamento dello Stato ed era quindi contro chi sparava ai suoi migliori rappresentanti.

Nessuno può sapere cosa accadrà, anche perché l’atteggiamento delle grandi potenze — a cominciare da quella degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa — è oscuro e fluttuante; il Medio Oriente è un mosaico in cui le alleanze non si distinguono bene dagli scontri e mutano da un giorno all’altro. L’Arabia Saudita è un alleato dell’Occidente e finanzia gli assassini che vogliono distruggerlo, in un Grande Gioco più complicato di quello degli inglesi in India nei racconti di Kipling.
Inoltre i fanatici jihadisti potrebbero favorire, ignari, un pericolo più grande di cui le invocate leggi speciali sono un’avvisaglia: la fine di una reale liberaldemocrazia (del liberalismo più ancora che della democrazia), una sinistra alleanza tra un potere politico di fatto autoritario e un totalitarismo colloidale di informazione e opinione pubblica lobotomizzate e uniformi — la fine della reale e concreta libertà individuale. Questa sì sarebbe una grottesca morte della Francia della Liberté, Egalité, Fraternité e una paradossale vittoria del terrorismo, inconsapevole e stupido strumento di una degradazione e di una tirannide che esso non può comprendere. Quel domani ha molte probabilità di essere ben peggiore e invivibile di oggi.
Fra le comunità islamiche nei vari Paesi Occidentali e i cittadini di quei Paesi vi è spesso un reciproco pregiudizio anch’esso alla lontana fonte di sciagura. Vi sono barbari e ignoranti pregiudizi xenofobi che non solo negano l’umanità ma fomentano la livida chiusura di chi si sente disprezzato e respinto. Chi, anche in questi giorni, ha ingiuriato volgarmente e indiscriminatamente tutti gli islamici incrementa la loro chiusura e il loro odio nei confronti dell’Occidente, facendone dei potenziali fiancheggiatori degli jihadisti.
Più che marciare, le comunità islamiche devono capire che se l’invocata multiculturalità è un valore, quest’ultimo si realizza nell’incontro, nello scambio, nella frequentazione reciproca, in cui ognuno conserva la propria identità e i propri valori ma li arricchisce di nuove sfumature e esperienze. Venire accolti in un’altra terra vuol dire innanzitutto rispettarne le leggi e costumi. Chi non rispetta valori inalienabili, ad esempio la parità dei diritti delle donne, deve subire il rigore della legge e della pena. Ma vuol dire anche integrarsi in quelle nuove patrie, restando se stessi ma per così dire con una marcia in più.

Per colpa propria e altrui, le comunità islamiche appaiono non troppo propense al dialogo e alla relazione. Quei genitori islamici che vorrebbero per i loro figli classi solo islamiche e compagni di classe solo islamici, che non vogliono che i loro figli vedano — neanche nei capolavori artistici — immagini religiose estranee alla loro fede non solo offendono il Paese che li ospita, ma precludono ai loro figli la crescita culturale, li condannano al ghetto e all’isolamento, motivano il disprezzo e la diffidenza nei loro confronti. Le autorità scolastiche ad esempio italiane disposte ad accogliere queste richieste fanatiche e razziste alimentano sia la chiusura etnico-religiosa islamica sia il pregiudizio razzista nei confronti di tutti i musulmani. Anche loro sono un po’ responsabili delle ingiurie indiscriminate. Pure chi crede di dover combattere l’Islam dovrebbe, proprio per tale ragione, conoscerlo almeno un pochino.

Alcune sere fa, in uno dei tanti talk show, a un iman corretto e irreprensibile (che nelle infuocate e anche ingiuriose discussioni talora sembrava l’unica persona civile, un razzista avrebbe detto l’unico uomo bianco) venne ingiunto di rinnegare Allah, non dovrebbe essere difficile sapere che Allah non è la dea Kali né un idolo di legno, ma è semplicemente, in arabo, il nome di Dio, il quale, si dovrebbe sapere, è invocato in tutte le lingue del mondo.

in “Corriere della Sera” del 21 novembre 2015

 

 L’imam Oubrou: «Islam da riformare»
intervista a Tareq Oubrou a cura di Daniele Zappalà

«In queste ore, sono contagiato dal pessimismo della ragione e dall’ottimismo della volontà». Ad affermarlo, è l’imam francese Tareq Oubrou, rettore della Grande moschea di Bordeaux e autore d’importanti saggi sull’islam europeo, divenuto da tempo un interlocutore privilegiato delle autorità della République, anche nella scia dell’impegno dell’imam nel dialogo interreligioso.

 
Come sta vivendo il clima di questi giorni?
Con gli stessi sentimenti di ogni cittadino francese. Il terrorismo cresce d’intensità, troppo è troppo. Mi associo alla condanna che con forza si è levata in tutto il Paese. I musulmani sono doppiamente choccati, come cittadini e credenti, perché questi crimini sono rivendicati in nome della loro religione, sperando che si produca un effetto meccanico di divisione nelle società colpite. Anche per questo, molti musulmani sono preoccupati dagli effetti sulla loro vita sociale ed economica, a causa della paura dei loro connazionali non musulmani verso l’islam.

 
Questo primo venerdì dopo gli attentati ha avuto un senso particolare per gli imam?
A Bordeaux, abbiamo organizzato una marcia dalla moschea al municipio, passando per il tempio protestante, la sinagoga ebraica e la cattedrale cattolica. Abbiamo voluto riunire musulmani, cattolici, protestanti, israeliti, agnostici, atei, uomini politici, autorità civili. Siamo ormai abituati a questo tipo di manifestazioni per mostrare con forza l’unità nazionale, tanto più quando il Paese è colpito dal terrorismo. Gli interventi degli imam durante le preghiere del venerdì hanno evocato questi eventi.

 
In un’intervista ad “Avvenire”, il filosofo musulmano Abnennour Bidar sottolineava che le condanne ufficiali dell’islam non bastano. Condivide?
Certo, occorre andare ben al di là delle parole. A Bordeaux, è quanto cerchiamo di fare da tempo, sensibilizzando i credenti nel quadro di tante attività associative. I musulmani non possono essere visibili solo nel momento delle condanne contro la barbarie, ma devono offrire ogni giorno una buona immagine della loro religione.

 
Certi analisti sostengono che fra i musulmani ben integrati nella società, esistono ancora forme sottili di occultamento del radicalismo…
Esistono forme di discorso religioso conservatore che surrettiziamente offrono materia al radicalismo e all’integralismo. Occorrerebbe una riforma radicale della teologia e del diritto canonico musulmani, che sono stati forgiati nel Medioevo in una logica imperiale e califfale di dominio. Il mondo è cambiato, la globalizzazione ha creato tante situazioni in cui occorre imparare a diventare una minoranza e accantonare le teologie di dominio. Come le altre religioni, l’islam deve apprendere a vivere con l’altro nella sua differenza. Da qui, l’importanza di una teologia dell’alterità. Dobbiamo rivedere i nostri testi teologici e canonici per ripensare la nostra religione all’interno di una globalizzazione dove le civilità, culture, religioni sono frammiste. Non esistono più mondi isolati.

 
Rispetto al passato, questa strada è oggi maggiormente seguita all’interno dell’islam?
Credo che la realtà s’imporrà prima o poi a quanti credono di vivere in un mondo immobile. La violenza terroristica è un sintomo di sfinimento, mi fa pensare a una bestia che si agita in piena agonia. Sono convinto che il terrorismo finirà per scomparire e lasciare il posto al buon senso.

 
All’interno delle comunità musulmane europee, chi deve incoraggiare per primo il cambiamento?
Tutti devono partecipare. Ma un ruolo indispensabile spetta ai teologi, chiamati ad interpretare i testi sacri alla luce del mondo attuale. Non potremo fare a meno di questo lavoro intellettuale fondamentale.

 
In Francia, il quadro delle istituzioni repubblicane può accompagnare quest’evoluzione?
Direi che garantisce almeno la libertà di pensare la propria religione senza subire quelle pressioni delle forze politiche che invece nel mondo musulmano tendono a strumentalizzare la religione per rafforzare situazioni di potere. Vivendo in società aperte, i pensatori musulmani potranno riflettere in modo più sereno sulla riforma radicale della loro religione.
Quali attese nutre nei confronti delle altre religioni?
Mi attendo che a loro volta non cedano alla paura e non si ripieghino mai su loro stesse.
 
in “Avvenire” del 21 novembre 2015

 

 

“Mio figlio mi guarda, sono obbligato a non odiare”
intervista ad Antoine Leiris a cura di Jean Leymarie

Le vittime della strage hanno, amici parenti, figli. Come il nostro collega Antoine Leiris, giornalista di France Bleu. Sua moglie Helene era al Bataclan, e lì è stata uccisa.

 
Su Facebook lei ha pubblicato una lettera ai terroristi in cui dice: non avrete il mio odio. Quando ha deciso di scriverla?

«Ho visto finalmente Helene lunedì mattina, rivederla mi ha fatto un bene che non potevo immaginare. Pensavo che era morta ma al tempo stesso sentivo che il nostro nido esiste ancora e che in qualche modo potremo continuare a vivere insieme. Ho preso nostro figlio Melvil che ha 17 mesi all’asilo, siamo tornati a casa per mangiare, mi sono messo al computer e le parole sono uscite da sole. Solo dopo ho scoperto cosa era diventato il mio messaggio. Quando Melvil è andato a dormire ho cominciato a ricevere decine di messaggi dal mondo intero e solo allora mi sono reso conto che quello che avevo scritto aveva toccato il cuore».

 
Parlando ai terroristi scrive: avete ucciso l’amore della mia vita ma non avrete mai il mio odio. Forse sono proprio queste parole che hanno colpito gli internauti.

«Mi sembrava la miglior risposta: non avranno mai quello che cercano, continuerò a vivere la mia vita, ad amare la musica, ad uscire. Non voglio che mio figlio cresca nell’odio, nella paura e nel risentimento. Gran parte di me è andata via con Helene quel giorno, quello che di resta di me è per Melvil, per lui sono obbligato a dimenticare odio, risentimento e collera. Se lui crescesse così diventerebbe quello che loro sono diventati: gente cieca, violenta che preferisce le scorciatoie al cammino più complesso della riflessione, della cultura. Gente che si rifiuta di vedere il mondo come è: magnifico».

 
Scrive agli assassini: questo bambino vi farà l’affronto di essere felice.

«Vi racconto un aneddoto. Chiunque vi parlerà di Helene vi racconterà che aveva uno sguardo immenso, occhi grandi che mangiavano letteralmente il volto. Melvil è nato con gli occhi già aperti. L’idea, quello che volevo trasmettere, è che lo aiuterò a tenerli aperti sulla cultura, libri, musica, arte e su tutto quello che fa vedere il mondo come un prisma, l’ opposto di come lo vedono i terroristi. Voglio donargli questa apertura perché così avrebbe voluto, e in realtà ha già fatto, Helene: perché Melvil adora le storie e la musica. Continuerò a tenere gli occhi aperti per lui. Spero di dargli armi di carta, di penna, di note e non kalashnikov».
 
Dice: non sacrificherò la libertà alla sicurezza.

«Sì, non vorrei avere l’aria di essere un superuomo, non lo sono anche perché oggi dico questo, magari dopodomani dubiterò e anche io sarò tentato dall’odio, dalla paura. Helene era stata molto colpita dagli attentati di gennaio, è stata una delle persone che ho visto reagire con più compassione e umanità, per tutti. Penso che bisogna fare lo sforzo di scegliere il cammino più lungo, complesso, duro. Quello della ragione, della riflessione e del perdono, quello di continuare a vivere. Magari domani avrò dubbi, e commetterò degli errori ma almeno avrò questo pensiero a guidarmi».

in “la Repubblica” del 18 novembre 2015

 

 

“Il fanatismo si combatte con la conoscenza Hollande sbaglia, dobbiamo imporre la pace”
intervista a Edgar Morin

 
«No, non sono per niente d’accordo con il presidente Hollande», dice Edgar Morin appena sceso dal palco del Palacongressi di Rimini. Doveva parlare di «islamismo spiegato ai nostri studenti» a cinquemila insegnanti arrivati da un po’ tutta Italia per il decimo convegno sulla «Qualità dell’integrazione scolastica e sociale», ma la notte di Parigi cambia tutto, specialmente in cupezza. Eppure nessuno si arrende, ognuno a proprio modo. Quello di Morin ha a che vedere con la sua biografia novecentesca e a capofitto nel nuovo millennio, ed eccola, brevissima, per chi non la conoscesse: 94 anni, nato col cognome Nahoum a Parigi da famiglia ebrea, entrato nella Resistenza antinazista col nome di battaglia Morin, comunista che rompe nell’immediato dopoguerra con il Pcf per le critiche a Stalin. E’ noto come il filosofo della complessità, così convinto che la vita è fitta di spigoli e anfratti, e non liscia e perfetta come una sfera; per lui vale oggi a maggior ragione. «Non sono d’accordo con il presidente Hollande, il fanatismo si combatte con la conoscenza e con l’imposizione della pace, soprattutto in Medio Oriente». Si è fermato qualche minuto per qualche domanda, e particolareggia il suo fastidio per i toni militareschi innalzati all’Eliseo, e di cui molta Francia è sempre più bramosa. «Voi in Italia, ma è successo anche in Germania, avete combattuto le Brigate rosse e i terroristi neri. Alcuni di loro li ho incontrati, erano ragazzi arrivati a comprendere la follia da cui erano stati travolti, come se una finestra si fosse spalancata davanti a loro inondandoli di luce. Nessuno nasce terrorista. Si ha un’ideologia, una fede, un’allucinazione. Ma chi se ne libera e vede che è soltanto orrore può aiutare gli altri, ancora ciechi».

Una volta Morin disse che la risposta al fanatismo non è la dolcezza, ma la conoscenza. Precisamente, la conoscenza della complessità. Alla platea muta offre di conseguenza veloci dettagli – magari non completamente ignoti – sulle parentele strette fra le tre religioni monoteiste, su Gesù profeta dei musulmani, sull’ebraismo incastonato in Maometto, sui secoli di convivenza, di faticosa tolleranza, di aperta ostilità. Non voglio farvi una lezione di storia, dice, «ma vorrei che fosse chiara la situazione e che può essere superata». Lo si applaude con predisposizione, le polemiche per le conversazioni con Tariq Ramadan, culminate nel libro «Il pericolo delle idee», qui non hanno accesso. È soltanto un lungo prologo alla soluzione ambiziosissima che Morin propone in tre punti. «Primo, per chi ha ruoli educativi: non dobbiamo insegnare la religione ma introdurre la conoscenza delle religioni, perché la religione non è un’invenzione della curia, come diceva Voltaire, ma come diceva Marx è il sospiro della creatura infelice». Il secondo punto ha a che fare con il multiculturalismo: «L’Italia, come la Francia e la Spagna, è una nazione multiculturale. In Italia non ci sono soltanto i figli dei latini, ci sono i siciliani che hanno radici arabe, ci sono i piemontesi e ci sono i trentini, popoli che si sono integrati dopo l’unità; eppure è un’integrazione non ancora conclusa visto che al Nord resiste una visione razzista del Sud». Non conclusa ma in cammino e niente impedisce integrazioni ulteriori, dice, purché la scuola sappia raccontare una storia universale e non partigiana, e dunque inclusiva.
Il terzo punto è probabilmente il più difficile da abbracciare, è «l’imposizione della pace», espressione talmente ossimorica, talmente stridente con queste ore di sangue: quello che fu «il sogno di Lawrence d’Arabia, una grande confederazione del Medio Oriente, con libertà di culto e libertà etnica. Mi dispiace che la Francia rivendichi un ruolo guerresco, vorrei che ne ricoprisse uno da conciliatore». Se ne avesse la forza, se la avessimo tutti quanti, dice, avanzerebbe una nuova visione che toglierebbe acqua al terrorismo islamico, lo inaridirebbe, salverebbe un’umanità già terribilmente minacciata «dalla degradazione delle biosfere e dalla speculazione finanziaria». Coltiviamo un’alternativa, dice, «al Dio invocando il quale si sono fatti più morti di quanti ne abbiano fatti le armi atomiche».
 

a cura di Mattia Feltri, in “La Stampa” del 16 novembre 2015

 

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