• 31/05/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
valutazione

“Nessuna valutazione, seppure ancorata ai migliori criteri scientifici, sarà mai oggettiva” (sostiene Scurati).

 

Infatti, molti sono i pericoli impliciti dettati da effetti di vario genere: effetto alone, effetto stereotipia, effetto Pigmalione, ovvero dinamiche spesso inconsce che agiscono in ogni docente che “valuta”, con conseguenze spesso dannose per gli studenti, i quali rischiano di vedersi cucire addosso una “etichetta” che segnerà per lo più tutto il percorso scolastico, provocando una pericolosa quanto inevitabile caduta della motivazione allo studio.

I dati riferiti al fenomeno della dispersione scolastica ne sono una testimonianza.

I processi di valutazione, quand’anche dettati dalle migliori intenzioni, spesso si traducono in processi giudicanti verso la persona.

Sempre Scurati definisce la valutazione “una gabbia” e ne sottolinea la vacuità.

Vale la pena di ricordare l’esperimento di Rosenthal con il quale lo studioso ha evidenziato come ogni insegnante abbia un proprio stile attributivo. La valutazione è un problema complesso da sempre e richiede dunque la massima attenzione, per lo meno la consapevolezza, da parte del docente, che nella relazione intersoggettiva, qualunque essa sia, intervengono costantemente e inconsapevolmente degli elementi condizionanti la relazione stessa.

Tutto ciò che il valutatore recepisce ed interpreta va a collocarsi entro un quadro valoriale che è innanzitutto suo, personale e contingente (Scurati).

“Il valutare non è mai innocente” ci sottolinea P. Merieu.

Il ricorso all’utilizzo dei test pare essere la soluzione per molti, nel tentativo di ovviare al pericolo. Ma quanto e che cosa è in grado di dirci un test?

A mio parere è una pratica asettica che trascura il processo della metacognizione e penalizza l’errore, passaggi essenziali e preziosi nell’atto valutativo quand’esso si colloca in una cornice di etica e di sana relazionalità.

Ma non mi voglio dilungare su questi aspetti, ho pubblicato diversi contributi in merito, per chi volesse approfondire.

Ciò che mi preme condividere è il fatto che la valutazione è un problema complesso da sempre, tanto più in tempo di DAD.

Nell’immediato anch’esso si colloca in un contesto emergenziale, ma la questione andrà affrontata con scrupolosa attenzione nel prossimo futuro visto che lo scenario scolastico è destinato a trasformarsi radicalmente. Istruzione o formazione? Io continuo a sostenere che la scuola è istruzione, formazione, educazione e che l’umanesimo deve essere salvaguardato, che sia o no l’epoca del digitale.

 

Che cosa valutare? Come valutare al tempo della DAD?

Dalla mia esperienza…

  • Premesso che la valutazione è un processo delicatissimo, ricordiamoci che non è giudizio sulla persona. Sono certa che molti, leggendo, esprimeranno disappunto, quasi offesi, affermando “ma certo, si sa!”. Suggerisco allora di guardarsi dentro, di riflettere e di chiedersi “quanto la mia relazione con tale o tal altro potrebbe essere condizionata da dinamiche mie, personali, inconsce?” Senza colpevolizzarsi e…senza sfuggire alla domanda. È un pericolo umanissimo ed è per questo che consiglio sempre di avviare percorsi di autobiografia come cura di sé, per chiunque svolga una professione di cura.
  •  La valutazione riguarda il compito, l’esercizio. Quindi l’espressione a livello di intercomunicazione sarà: “Che valutazione dare al compito?” e non “Ti dò, ti ho dato 5, 4. 9”. Non è un dato irrilevante dal punto di vista della percezione di autoefficacia da parte dello studente.
  •  L’interrogazione orale deve essere considerata una conversazione nella quale sono previste domande legittime, ovvero quelle che non prevedono a priori la risposta ma che lasciano spazio alla curiosità, all’argomentazione, alle congetture, al ragionamento.
  • L’autovalutazione da parte dell’allievo è una pratica preziosissima. “Quanto pensi che meriti il tuo lavoro?”. Loro, gli alunni, sono molto leali e poco abituati a tale pratica. Allora chiediamo: “In base a quanto hai studiato, e lo sai solo tu, al tempo impiegato, alla fatica, all’interesse, quale voto daresti a questa interrogazione/conversazione?”. Risponderanno sempre onestamente, siatene certi. All’inizio proveranno imbarazzo e difficoltà, non sono abituati! A volte si rivelano molto severi con sé stessi, ma sempre oggettivi. Può servire anche al docente come processo di autovalutazione (largo di voti? Stretto di voti?). Il più delle volte docente e allievo sostanzialmente concordano e si stabilisce o si rinforza la fiducia.
  • In tempo di DAD la valutazione deve certamente tenere conto dei risultati del primo trimestre che, tuttavia, non devono rappresentare un rigido riferimento. Il percorso evolutivo e cognitivo è in fieri, e cinque mesi di scuola in presenza avrebbero potuto fare miracoli e ribaltare completamente la situazione apprenditiva iniziale.
  • La valutazione finale: autovalutazione e valutazione formativa (sapere, sapere essere, saper fare) rappresentano, a mio parere, la modalità più consona in tempo di DAD per attenzionare il processo stesso, ovvero l’avanzamento, il progresso, il cammino compiuto nel tempo dallo studente.

Tutto ciò non significa assegnare il “sei politico” a tutti o “essere buonisti”: non c’è modo peggiore per offendere la dignità dell’alunno.

 

Nell’atto valutativo teniamo presente le criticità nell’utilizzo della DAD.

Infatti, pur avendo a che fare con i “nativi digitali” spesso questi nostri alunni, nella pratica, non hanno le sufficienti abilità per gestirla, oltre al fatto che molteplici intoppi tecnici ed economici, possono intralciarne la riuscita.

Ma l’elemento in assoluto più importante è quello umano. Teniamo presente che i bambini e gli adolescenti vivono un periodo che per loro è di reclusione fisica e affettiva, per quanto possano comprenderne le ragioni: gioco, giardini, aria aperta, passeggiate, tempo libero, gli amici…Sono rinunce non indifferenti per buona parte di essi, senza contare che la loro esistenza si svolge dentro le quattro mura domestiche, dentro una quotidianità che non sempre è rosea. Lo sappiamo molto bene.

Chi sono le famiglie? Sono genitori che vivono delle profonde criticità, economiche, emotive e affettive, sono le persone dentro questa pandemia, la quale, purtroppo, rischia di non coinvolgere solo la salute. Inoltre, non scordiamo che la moltitudine degli anziani deceduti sono i nonni dei nostri alunni. La relazione educativa è alla base della didattica a distanza, è chiaro.

A mio parere la DAD, ora come ora, non rappresenta un metodo pedagogico convalidato e sperimentato a dovere, ma solo l’alternativa alla didattica in presenza vista la condizione di emergenza alla quale certamente nessuno era preparato.

Ed è così che dobbiamo viverla, almeno al momento. E se i nostri studenti ci sembrano svogliati, annoiati, beh, Lorenzo Milani amava dire “Agli svogliati, date uno scopo!”. Poi chiediamoci se noi stessi riusciamo a cogliere il senso di questo tsunami planetario.

E l’esame di maturità? Che sia in presenza oppure online, nell’emergenza intravedo almeno una buona possibilità per sostenere una bella conversazione dove i saperi acquisiti, non frammentati come ci rammenta E. Morin, sono l’opportunità per lo studente di rivelare le competenze formative acquisite attraverso l’argomentazione, le riflessioni personali, la padronanza, l’espressione del pensiero che utilizza le conoscenze acquisite.

Il ministero proporrebbe un maxi colloquio. Ricordo allora l’etimologia del termine: dal lat. colloquium, der. di collŏqui «parlare insieme», comp. di con- e loqui «parlare» (Treccani) e quindi che sia una autentica conversazione, ovvero dal lat. conversari «trovarsi insieme», comp. di con- e versari «dimorare, trovarsi (Treccani). Trovarsi insieme. Bellissimo!

Gli studenti maturandi, in questo momento di sospensione e di incertezza, sono in uno stato d’ansia maggiore rispetto ai loro compagni degli anni precedenti e rispetto a noi stessi. Basta ascoltarli, tenere conto di quanto abbiamo chiesto loro in termini di sacrificio e di mancanza, senza ulteriormente infierire sullo stato emotivo, motivazionale, affettivo. Di certo questa generazione ha imparato la resilienza, ha colto gli errori degli adulti e ne conosce i danni, sa discernere tra ciò che è buono e buono non è. Meritano rispetto e dignità. Hanno molto lavoro da fare per “aggiustare” questa società.

[…] le cose come lo vediamo noi non necessariamente sono le cose come stanno (E. Husserl).

Luisa Piarulli, OrizzonteScuola.it, 21 Apr 2020

 

 

Didattica a Distanza e valutazione: le riflessioni della preside Marzocchella

Vincenzo Tafuri

Le scuole sono chiuse, prima di settembre non se ne parla ad aprirle. Non è per un’allerta meteo lanciata da qualche sindaco preoccupato per le strade colabrodo o per gli alberi cadenti della sua città, ma è per qualcosa di più subdolo, un virus che sta chiedendo a tutti un cambio di abitudini, di paradigmi, di prospettive. Lo ha chiesto anche alla scuola, forse, in maniera prepotente, sicuramente del tutto inaspettata.

Come ha risposto la scuola italiana? Con la Didattica a Distanza (DaD), proponendo, cioè, un semplice spostamento delle lezioni in presenza su una piattaforma digitale.
«Parlare solo di digitalizzazione, nonostante certi ritardi, non è più sufficiente. Perché rischierebbe di concentrare i nostri sforzi sulla dimensione tecnologica invece che su quella epistemologica e culturale» evidenzia, correttamente, il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), la misura voluta dall’allora premier Renzi, contenuta nella più ampia legge sulla Buona Scuola. «Questo Piano non è un semplice dispiegamento di tecnologia: nessun passaggio educativo può infatti prescindere da un’interazione intensiva docente-discente e la tecnologia non può distrarsi da questo fondamentale rapporto umano».

A confermarlo è anche Giuseppina Marzocchella, dirigente scolastica del Liceo Elsa Morante di Napoli, che, in un lungo colloquio con il nostro giornale, ha chiarito: «La grande rivoluzione pedagogica della Didattica a Distanza non è tanto nel metodo di insegnamento, ma nel diverso modo di proporre i contenuti agli studenti e di articolare i tempi di apprendimento». Appunto, essendo il web un ambiente affollato di contenuti, più o meno attendibili, l’offerta della scuola, per competere veramente con esso e coinvolgere i giovani allievi, deve essere attenta a come pensarli, come presentarli e a come renderli attraenti: deve perseguire, dunque, la sua mission istituzionale, cioè istruire, che, etimologicamente, vuol dire costruire [il sapere].

«La Didattica a Distanza è l’esempio tipico di una metodologia in cui tutti i soggetti dell’educazione – dai professori, passando per gli alunni, arrivando fino ai genitori – creano insieme il percorso di apprendimento dell’allievo, che, a sua volta, scopre e impara facendo» afferma Marzocchella. «Si crea, così, una pedagogia di contesto in cui il docente è mediatore, regista di uno scenario virtuale nel quale l’alunno si inserisce e diventa il protagonista del proprio sapere, pensato e costruito non secondo costrutti ben definiti, ma secondo un agire sequenziale, dove ricerca-azione, operatività, rete di connessioni e relazioni interpersonali diventano tutt’uno, parte integrante di un unico ambiente di apprendimento significativo».
L’apprendimento significativo è la rielaborazione, da parte dello studente, delle informazioni che già possiede mediante l’integrazione di nuove oppure l’applicazione delle stesse in contesti differenti. In breve, egli può sviluppare il pensiero critico e dare forza a nuove strategie di problem solving.

I benefici dell’apprendimento significativo danno lo spunto alla preside Marzocchella per allargare il discorso generale sulla Didattica a Distanza anche ad un suo aspetto particolare: la valutazione degli apprendimenti degli alunni.
«La Didattica a Distanza, pensata come potente tecnica inclusiva, comporta, naturalmente, un nuovo modo di intendere e di praticare la valutazione. Infatti, al di là delle differenze contenutistiche e di impostazione tra la didattica in rete e quella in presenza, è evidente che i principi di valutazione applicati in ambienti digitali sfasano rispetto a quelli adottati nei contesti di educazione in presenza, sebbene il tema della valutazione rimanga comunque l’apprendimento».

«La valutazione dell’alunno è un processo indispensabile per conoscere lo sviluppo del suo apprendimento, lontano da ogni logica di punizione e discriminazione» tiene a precisare Giuseppina Marzocchella. «Nella didattica a distanza» – continua il suo ragionamento – «la valutazione dello studente non può essere controllo di ciò che è stato insegnatoma diventa capacità di valorizzare l’operatività dell’alunno, il suo pensare critico e creativo, la predizione su ciò che lo studente sa fare qualora si trovasse nel mondo reale con le conoscenze apprese». «Da qui» – quale suggerimento-conseguenza, anche ricordando la propria esperienza in un istituto comprensivo – «la significatività di compiti di realtà, di compiti autentici, volti alla raccolta di elementi che attestino l’utilizzo della competenza da parte dello studente, ovvero, ciò che il soggetto fa con le risorse personali a sua disposizione».

Dalla riflessione con noi di Istituzioni24.it emerge che, nella Didattica a Distanza, «l’alunno non è destinatario passivo di saperi, ma ha la possibilità di costruire autonomamente le conoscenze ed è quindi responsabile del suo apprendimento» e, ancora, che «l’ambiente di apprendimento in rete rappresenta una didattica innovativa importante, non soltanto dal punto di vista dell’inclusività della metodologia, quanto di apprendimento metacognitivo». Ciò, perché «la Didattica a Distanza si inquadra in uno scenario pedagogico del tutto moderno, basato sui diversi e numerosi studi di pedagogisti internazionali che hanno cambiato il significato della pedagogia, passando da un’idea di apprendimento passivo ad un approccio profondamente motivante, partecipato e co-progettato».

È faticoso pensare ad una formazione scolastica, telematica o in presenza, che sia davvero compartecipata, dato che la scuola, di per sé, nel sentire comune, ha i caratteri della formalità e dell’obbligatorietà, non dell’intenzionalità. Organizzare, quotidianamente, le videoconferenze, quale surrogato della lezione in classe, e caricare senza sosta i materiali online, probabilmente, risponde più ad una logica burocratica del tenere le carte a postoanziché ad un effettivo interesse educativo.

E se fermare tutte le attività scolastiche, aumentando, così, la percezione dell’assenza, avesse avuto, invece, un effetto più incisivo sul bisogno di scuola da parte degli studenti?

Istituzioni24it, 28 aprile 2020