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La pittura ermeneutica: un’altro modo di intendere l’arte – Pier Augusto Breccia

La pittura ermeneutica non è “un altro modo di dipingere” nel senso di una tendenza stilistica o di un “trend” d’avanguardia, ma piuttosto un altro modo di intendere l’arte: un modo che attribuisce all’arte una funzione rivelatrice dell’Essere, così come viene inteso dalla filosofia ermeneutica (Jaspers, Heidegger, Gadamer, ecc.).
L’orizzonte del’Essere entro il quale si muove il pensiero ermeneutico del ventesimo secolo illumina infatti ogni parte dell’esistente, tanto quello nostro personale quanto quello del nostro universo e del nostro mondo (ciò che Heidegger intende con il termine “da-sein”, ossia “esser-ci” o “essere-nel-mondo”). Così che il senso più reale e più genuino di noi stessi e delle cose che ci circondano nell’oggettività del reale va ricercato non solo sul piano della logica razionale ma soprattutto attraverso l’interpretazione che noi diamo di noi stessi e delle cose mediante la nostra sensibilità e la nostra immaginazione, aprendoci al linguaggio dell’Essere ed accettando la sua significabilità come proposta di una verità “sempre-ultima” e “mai-ultima”.
Pertanto l’approccio ermeneutico alla verità non potrà in nessun modo risultare dogmatico o metafisico nel senso più tradizionale di queste parole.

Intesa in tal modo, la pittura ermeneutica si propone al fruitore come l’offerta di un linguaggio rivelatore dell’Essere aperto al gioco dell’interpretazione personale. Ciò conferisce un senso dinamico tanto all’immagine quanto al suo fruitore.
In altre parole, non si tratta più di un visitatore passivo che si confronta con un’immagine descrittiva di un qualche fatto o di una qualche cosa, tutto intento a catturare l’idea o la storia che l’artista ha inteso proporgli con la sua opera, ma piuttosto di un fruitore chiamato ad interpretare l’immagine con la sua cultura individuale, la sua esperienza o la sua innocenza personale, facendola egli stesso diventare “fatto” o “cosa” all’interno della propria coscienza e nell’orizzonte della sua propria esistenza.
In questo modo l’Essere, che è la radice universale di tutto l’esistente, illumina l’esser-ci espandendone i limiti e proiettandone il senso nell’infinita dimensione del trascendente.
E’ ovvio che senza la libera partecipazione dello spettatore all’interpretazione dell’immagine, il significato di un linguaggio ermeneutico consisterebbe in un “nulla” assoluto. Ma d’altra parte il linguaggio ermeneutico permette, a coloro che vogliono, di uscire da quel “nichilismo” che riempie la cultura, e soprattutto l’arte visiva, contemporeanea.

Il concetto di “cifra” è fondamentale sia per la filosofia che per l’arte visuale ermeneutica. Qualsiasi linguaggio che intenda porsi come rivelatore dell’Essere deve prima di tutto liberarsi degli schemi convenzionali, ossia delle significazioni cosiddette “ultime”.
Ciò che la tradizione metafisico-religiosa propone come “Logos” o come “Verbo”, di fatti non è altro che il linguaggio alla sua origine, quello che nasce come silenzio e che dal silenzio dà origine alla parola. Perciò un qualsiasi linguaggio veramente creativo non può proporsi sul piano dell’esistente se non nella forma di un linguaggio cifrato.
Solo così, attraverso le sue forme cifrate, l’Essere si apre effettivamente alla significazione da parte dei sensi e della ragione lasciando libero l’interprete di tradurre quelle cifre in “simboli” o “parole” e restando pur sempre aperto alla possibilità che esse ricadano nella ristrettezza delle significazioni dogmaticamente ultime.
Il linguaggio dell’arte, tuttavia, e particolarmente quello che si propone come linguaggio visuale ermeneutico, è assai meno esposto a questo genere di rischi. Le sue proposte, infatti, sono proposte “poetiche” di significazione intellettuale ed emozionale e possiedono quindi in se stesse la capacità di conservare la loro “cifra” perennemente aperta ad ulteriori significazioni. L’arte, infatti, mette insieme le tante contraddizioni dello spirito umano portandole ad una compiutezza e ad una bellezza irrazionali che non hanno bisogno di alcuna cancellazione.
Perciò il linguaggio della pittura ermeneutica non potrà mai essere dogmatico nelle sue proposte, pur consentendo liberamente ai suoi fruitori di vederci i loro dogmi cultural-religiosi.
Dal punto di vista formale, infine, la pittura ermeneutica rivela implicitamente in ogni parte del suo linguaggio la continua dialettica fra il buio e la luce, il rotondo e lo spigoloso, il grigio e il colore, l’astratto e il concreto, che costituiscono di fatto la struttura più vera e più inquietante del nostro edificio esistenziale. Sia di quello spirituale che di quello fisico.

Ermeneutica e gnosi
L’Ermeneutica, sia dal punto di vista filosofico che da quello artistico, non ha nulla a che fare con la cosiddetta “Gnosi”. La prima pretende una relazione col trascendente (Jaspers) che ha le caratteristiche di un rapporto mistico (Heidegger) o di una “grazia” (esistenzialismo spiritualista di Marcel, molto vicino alla visione cristiana dell’esistenza).
La gnosi, invece, o almeno quel tipo di gnosi che il teologo Ennio Innocenti definisce “spuria” per distinguerla da quella “pura” illuminata dalla grazia, non ha alcun bisogno che il trascendente si riveli da se stesso, dato che essa pensa di raggiungere o addirittura di possedere la trascendenza (trascendentalismo) in virtù di pratiche e di metodi razionalmente costruiti (anche quando li definisce “magici” o “esoterici”).
La gnosi spuria elabora un linguaggio di “simboli precostruiti”, mentre l’ermeneutica, o “gnosi pura”, si apre al dono della cifra: al linguaggio silenzioso da cui ha origine la parola

 

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