• 25/02/2021
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento
Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
Registrazione presso il tribunale di Roma del 16/12/2020 n. 142.
Musica

L’arte delle Muse ha un rapporto talmente intimo con il nostro mondo interiore da essere considerata da un lato un’arte passionale e dall’altro, vista la  sua familiarità con il mistero, una sua potentissima custode. Sia nella sua forma strumentale, sia in quella vocale, la musica manifesta le forze segrete dello spirito. Può dirci ‘di più’ anche quando la si osserva come fenomeno sociale: il nostro modo di rapportarci ad essa mediante il consumo e la produzione con l’avvento dell’era digitale dice molto della società in cui viviamo e solleva persino questioni di responsabilità ecologica. Nonostante tutto, proprio perché profondamente legata all’uomo, la musica è ancora oggi elemento imprescindibile dell’espressione dell’intimo di ciascuno di noi, dell’identità di una comunità e della fede di un popolo. L’articolo offre un piccolo arcipelago di riflessioni sul tema “musica secolarizzazione religiosa” sulle quali ognuno potrà soffermarsi per approfondimenti. 

 

Si può parlare di musica e di secolarizzazione?

A Frank Zappa è spesso attribuito un aforisma (in realtà la cosa è tutt’altro che pacifica) che spesso e volentieri viene utilizzato come dardo della vittoria contro i critici musicali: talking about music is like dancing about architecture (letteralmente: parlare di musica è come danzare di architettura). Non ci addentreremo nella ricerca del chi ha detto che cosa  e ci adeguiamo invece all’uso popolare (e saggio) dell’aforisma: la musica si fa, non si discute.

Nessuna forma d’arte raggiunge il nostro intimo come la musica e sembra avere un rapporto così particolare con il mistero e la nostra interiorità. E parlarne non è cosa facile perché quando ci si avvicina alle profondità della vita le parole vengono a mancarci.

La questione posta in questo numero ci impegna a riflettere sulla relazione tra ciò che chiamiamo musica e il processo di secolarizzazione che, a diverse velocità, interessa l’Occidente da qualche secolo ormai. Non è nostra intenzione fare analisi dettagliate sulle cause e la portata di processi storico-sociali complessi come questo.
Possiamo però offrire un piccolo arcipelago di riflessioni sulle quali ognuno potrà soffermarsi per possibili approfondimenti.

 

La musica: un’arte intraducibile e controversa…come il mistero che custodisce

L’arte delle Muse, dicevamo, ha un rapporto talmente intimo con il nostro mondo interiore (emotivo in primis ma non solo) da essere considerata da un lato un’arte passionale (e per questo persino declassata in passato rispetto alle sue sorelle) e dall’altro questa sua insolita familiarità con il mistero ne fa una sua potentissima custode.

Cominciamo dalle parole:
La parola musica condivide la radice etimologica con mistero (in greco myo = sussurro all’orecchio, svelo un mistero, ma anche ‘sto chiuso’, da cui muto, in relazione al silenzio – grembo di ogni musica – e  mystikos, avvolto nel segreto). Così curiosamente troviamo simili affinità elettive nelle parole canto e incantesimo (filastrocche e cantilene sono le formule in canto attraverso cui popoli primitivi compivano magie).

Sia nella sua forma strumentale sia in quella vocale la musica manifesta le forze segrete dello spirito. Il mistero, scrive Jankélévitch, «è lo specifico della musica» (V. Jankélévitch, Debussy e il mistero, Se, Milano 2012).
Questo lo sapevano bene nell’antichità: la musica non solo giocava un ruolo molto importante nel teatro e nella poesia, nelle cerimonie religiose e politiche delle quali era parte integrante, ma ad essa venivano attribuite funzioni di natura propiziatoria, apotropaica o epicletica verso le divinità cui il rito era rivolto.

La musica presenta poi in particolare una stretta relazione con un aspetto molto importante della religiosità greca, che potremmo però estendere a tutto il vicino mondo antico e cioè la manìa – tradotta oggi con delirio, follia, trance – che nel Fedro Platone definisce prodotta «da un divino straniarsi dalle normali regole di condotta» distinguendola da un’altra manìa, prodotto delle umane debolezze. Questo divino straniamento viene generalmente considerato nelle sue quattro forme: a) mantica, ispirata da Apollo e che sfocia nella divinazione; b) telestica, cioè rituale e ispirata da Dioniso; c) poetica, ispirata dalle Muse; d) erotica, ispirata da Eros e Afrodite. Ma non si tratta solo di reperti archeologici. La relazione tra musica e possessione ancora oggi è oggetto di grande attenzione e ci pone davanti un orizzonte sconfinato di esperienze provenienti da tutto il mondo (si veda in proposito l’interessante lavoro dell’etnomusicologo G. Rouget, Musica e Trance. I rapporti fra la musica e i fenomeni di possessione, Einaudi, Torino 2019).

E che dire del nesso tra musica e alchimia che – a partire dall’epoca tardo medievale, rinascimentale e in piena modernità – si consolida e si approfondisce, per esempio, nel pensiero neoplatonico con Ficino oppure in altri autori (ad es. Bruno e Cardano) e che attraversa il cristianesimo europeo (si veda in proposito C. Campa, Musica e alchimia nel Seicento europeo, in A. Brancacci (a cura di), Musica e Parola da Platone a Adorno, Mimesis, Milano 2019). Scrive Campa: «il mondo italiano di città, corti e accademie, in uno scacchiere articolato ma contraddittorio, dialogava con i poli francese e tedesco, pur se esoterismo e magia, scienze occulte, dovevano interagire con il dogma» (p.110).

L’armonia del Creato.
Un discorso a parte merita invece la musica sacra cristiana che trova nella lode a Dio la chiave di volta del rapporto teandrico. La lode è un evento insieme spirituale e musicale e per questo viene a costituire il luogo d’incontro di «un’estetica teologica globale della forma cristiana che anticipa la nuova creazione» (P. Sequeri, Le risonanze del sublime. L’idea spirituale della musica in occidente, Edizioni Studium, Roma 2008, p.41). La musica, come l’arte in generale, apre un varco sull’eternità.
La liturgia in questo ha giocato il key role: già a partire dal medioevo assistiamo ad un fatto importante e cioè che sebbene non tutti sapessero leggere possiamo invece affermare che tutti sapevano cantare! L’esperienza del canto liturgico contribuì a diffondere una «nuova ‘evidenza’ antropologica e sociale dell’harmonia mundi. L’assemblea che canta una voce le meraviglie di Dio e la lode dell’uomo, produce l’evidenza simbolica della felice unità del genere umano, destinata e voluta da Dio» (Sequeri, cit., p.43). L’unità del genere umano ha nell’antropologia cristiana dirette inplicanze per tutta la Creazione, essendo l’uomo suo vertice e suo custode.

C’è poi tutto il filone del misticismo che della musica (compresa danza e poesia) ha fatto il suo linguaggio privilegiato: tutte le correnti mistiche, da quelle cristiane, pagane, sufi, ecc. hanno colto il cuore della comunicazione musicale, e cioè, il suo non chiamare le cose, ma evocarle.

La cosiddetta area euro colta e l’Occidente in generale, purtroppo, hanno in parte dimenticato o marginalizzato tutto questo e ciò emerge nel modo in cui ci rapportiamo generalmente al suono, al silenzio e alla musica.

 

Il consumo della musica oggi tra opportunità e rischi di asfissia

Può essere utile uno sguardo al modo in cui noi oggi ci relazioniamo con l’arte musicale sia in termini di consumo, sia in termini di produzione: ciò dice molto della società in cui viviamo. Si tratta di un aspetto fondamentale che getta luce su alcuni effetti della secolarizzazione sul piano dell’esperienza sonoro-musicale. In particolare qui interessa porre l’attenzione su un passaggio avvenuto intorno alla fine degli anni Novanta. L’avvento dell’era digitale e il progressivo affermarsi di questa nuova realtà ha profondamente cambiato il nostro modo di comunicare e quindi di vivere.  Un cambiamento ancora difficile a dirsi. Di sicuro la nostra vita sonoro-musicale è stata stravolta da Napster in poi.

Già a partire dagli anni Ottanta compare uno dei grandi sigilli dell’era digitale, il compact disc: un supporto fisico portatile ritenuto virtualmente indistruttibile. Oggi tutto questo è storia. Si compì il salto verso una corposa dematerializzazione dei supporti che ospitano la musica (e non solo). Uno sterminato orizzonte di brani musicali di ogni genere, provenienza (spazio-temporale) e livello si aprì davanti a noi e si rese disponibile in qualsiasi momento, gratuitamente, o a costi relativamente bassi.
Davanti a tutto ciò nessuna espressione è capace di rendere l’idea quanto quella del nostro poeta Virgilio: «rari nantes in gurgite vasto» “nuotatori sparsi in un vasto gorgo”(Eneide I, 118).

Se da un lato, una così ampia offerta musicale permette oggi ad un adolescente di conoscere molta più musica di quanto un musicofilo adulto degli anni Settanta potesse immaginare, dobbiamo però anche considerare anche il carattere indefinito di tale processo esplorativo. Con evidenti profonde ricadute sulle modalità di fruizione della musica e quindi sulla esperienza musicale stessa: il disco era ancora un oggetto circoscritto dal punto di vista spaziale e temporale, un’opera d’arte che aveva un inizio e una fine.
Oggi lo streaming ha reso questi confini opzionali o, più semplicemente, liquidi. Non ci sono più solidi ostacoli al consumo sfrenato e spesso acritico di merce musicale che ci catapulta così ben oltre le nostre capacità di metabolizzazione. Lo stesso dicasi per la sovra-produzione di musica caratterizzata da molto spreco, in una logica usa e getta.

Veniamo qui a toccare la questione della responsabilità ecologica: il consumo incessante di musica soffoca la nostra esperienza dei suoni della realtà che ci circonda. Ci isola dal resto del mondo, contribuendo in ciò al processo di radicale individualizzazione dell’uomo contemporaneo, sempre più isolato dagli altri e dal resto del mondo. Ma rende anche la musica consumata poco, o per niente, significativa.

 

La musica non solo ci accompagna, ma ci guida alla scoperta di noi stessi e degli altri

Il problema della secolarizzazione investe la musica non nella sua essenza, bensì nella sua vitalità storica. Non è tanto un problema di teorie della musica quanto piuttosto di prassi musicale (produzione e consumo di opere musicali): la musica prima di tutto è una questione di esperienza e poi di qualificazione dell’esperienza.

A rendere la musica uno “strano oggetto”  è il fatto che: «nell’impalpabile articolazione di forme della vibrazione fisica dei corpi venga essenzialmente percepito, goduto e compreso un universo di fatti dell’interiorità, della mente, dello spirito» (Sequeri, cit.).

Nonostante l’atteggiamento consumista abbia raggiunto livelli di diffusione molto elevati possiamo dire che ancora oggi canto e musica, pur nella caleidoscopica diversità propria di ogni cultura, appartengono all’uomo in quanto tale, ovunque venga a trovarsi nel mondo. E proprio perché profondamente legata all’uomo la musica è ancora oggi elemento imprescindibile dell’espressione dell’intimo di ciascuno di noi, dell’identità di una comunità e, last but not least, della fede di un popolo.

Lo slancio verticale che appartiene a ciascun essere umano può trovare nella musica, suonata o ‘sentita’, la spinta giusta e la guida per dare quel colpo d’ala che ci porterà in una nuova esistenza con gli altri e per gli altri. Fidiamoci della musica: è sempre un passo avanti a noi, per guidarci.