• Italia, Roma
  • 20/06/2019
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E se venisse proprio dal mondo musulmano la spinta a superare le secolari discriminazioni nei confronti delle donne? E di conseguenza il mondo occidentale fosse costretto a rivedere le proprie posizioni critiche nei confronti dell’Islam? Una parte del mondo femminile musulmano in Occidente è protagonista di una sfida ai pregiudizi religiosi e culturali. Donne che guidano la preghiera, imamah, teologhe, storiche, attiviste che combattono la loro personale jihad, la battaglia per il riconoscimento di eguaglianza, giustizia e parità fra uomo e donna, in un mondo in transizione fra tradizione e posizioni progressiste più in sintonia con la loro vita in Occidente. L’autrice, attraverso una serie di incontri con le protagoniste, e di considerazioni storiche e teologiche, ci accompagna alla scoperta dell’Islam femminista fra America e Europa.

Descrizione

Titolo: La Jihad delle donne: il femminismo islamico nel mondo occidentale
Autore: Luciana Capretti
Editore: Salerno,
Data:2017
ISBN: 8869732266, 9788869732263
Lunghezza: 147 pagine
Prezzo:12,00 Euro

 

 

Leggere il Corano al femminile Una sfida globale
di Viviana Mazza

«Io non sono una studiosa di teologia, né una storica, non conoscevo fino a qualche tempo fa il Corano». La giornalista Luciana Capretti, l’autrice del libro La jihad delle donne. Il femminismo islamico nel mondo occidentale (Salerno editrice, pagine 152, e 12) racconta nella premessa com’è nato il suo libro: il Tg2 le aveva chiesto un servizio su «donne e Islam»; stanca della solita rappresentazione come vittime, ha cominciato a fare ricerche. Leggendo i giornali, ha scoperto che in Europa e in America esiste un movimento (piccolo, ma globale) di donne musulmane che sfidano le interpretazioni patriarcali del Corano e della sunna. Ne fanno parte studiose come Amina Wadud, afroamericana, e Asma Barlas, pachistana-americana, già ospiti del «Corriere della Sera» nel 2015 per il festival «Il Tempo delle Donne».

Wadud è assai nota poiché è stata la prima donna a guidare la preghiera del venerdì nel 2005 a New York in una congregazione mista. Nella maggior parte delle moschee del mondo, infatti, pregano solo gli uomini, oppure c’è uno spazio separato per le donne (e l’ imam è sempre maschio). Il Corano non dice esplicitamente che uomini e donne debbano essere divisi o che una donna non possa fare l’ imamah (anzi ciò avvenne ai tempi di Maometto, ai quali l’autrice dedica un ampio excursus storico). Ma nei secoli si sono imposte interpretazioni che prevedono queste regole per ragioni di «modestia» e perché l’uomo non dovrebbe udire la seducente voce femminile durante la preghiera.

Oltre a Wadud, Capretti intervista le due donne- imam più famose: Ani Zonneveld dell’associazione «Muslims for Progressive Values di Los Angeles», che include i gay tra i fedeli, e Sherin Khankhan, attivista, ex candidata parlamentare e imamah di una moschea «di donne per donne» a Copenaghen. Non sono tutte uguali: alcune si definiscono femministe, altre no; alcune portano il velo, altre solo quando pregano. Il loro movimento è una «jihad delle donne», scrive la giornalista, «perché jihad, che i terroristi hanno trasformato in una parola terribile, significa in realtà sfida personale, tentativo di superare se stessi. E quindi questa è una vera jihad: la sfida delle donne per riportare l’islam alla sua essenza originaria fatta di giustizia ed eguaglianza tra i sessi».

Ma questo, secondo l’autrice, è un approccio che in Italia non attecchisce ancora: due donne attive come guide spirituali a Trento e nel milanese, le dicono che fare l’ imam tocca all’uomo.

in “Corriere della sera” del 3 novembre 2017

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