• Italia, Roma
  • 20/06/2019
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Come sappiamo il termine ‘maestro’ viene dal latino magister. Gesù era considerato per l’appunto tale e il termine ebraico con cui veniva chiamato era rabbi.

In effetti, pare che rabbi fosse usato per designare gli alti funzionari cui ci si rivolgeva e corrispondesse all’espressione ‘mio padrone’. Solo a partire dal 70 d.C. il titolo viene adoperato anche per indicare, dal punto di vista formale accademico, un maestro. Con tale termine Gesù è appellato dai sacerdoti, dalle persone del popolo e dai suoi discepoli: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?», Mt 10, 17; il caso del giovane ricco. Oppure, «Intanto i discepoli lo pregavano: ‘ Rabbi, mangia’» (Gv 4, 31-32). Ancora: «E uno di loro, dottore della legge, gli domandò per metterlo alla prova: ‘ Rabbi, qual è nella legge il primo comandamento?’» (Mt 22, 35-36). Ma Gesù, pur non vietando ad alcuno d’esser chiamato con tale titolo, pare voglia che esso venga riservato soprattutto a Dio, tanto che dirà: «Non vi fate chiamare maestro, il maestro è uno solo, il vostro Padre che è nei cieli» (Mt, 23, 8).

Gesù è un pedagogo particolare, altro da chi lo aveva preceduto, dai sofisti, da Socrate, da Platone, dai dotti alessandrini. Egli non ha una scuola e un posto deputato. In secondo luogo nel mondo ebraico, mentre i discepoli sceglievano il proprio rabbino, Gesù incontra i suoi discepoli per la via e li invita a seguirlo: «Vieni» (Mt 14, 29); «Séguimi» (Gv 21, 19); «Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi» (Gv 15, 16). Potremmo osservare che Gesù nell’inaugurare la ‘scuola di strada’ con l’attrarre dentro la sua classe aperta, in via di formazione, delle persone da lui scelte, Dal punto di vista sociale qualcuno direbbe che egli toglie dal lavoro, ‘dis-occupa’ alcuni soggetti e li porta a scuola, facendoli persino viaggiare in una sorta di Erasmus attraverso la Palestina (Giudea, Samaria, Galilea, eccetera) senza stipendio, facendoli vivere di offerte. A parte gli ‘scelti’ (i Dodici apostoli, Mt 10, 1-4; i Settantadue discepoli, Lc 10, 1- 2), i parenti e gli amici, ve ne sono diversi che lo seguono e assistono alle sue ‘lezioni’. Dunque chiunque può ‘iscriversi’, come anticipato, alla sua ‘classe aperta’. Classe di ‘uditoriallievi’ dalla composizione mista (uomini e donne), di diversa provenienza in relazione a una missione che tocca più regioni. Alcuni ‘allievi’ sono fissi; altri – presumibilmente – vanno e vengono in base ai propri impegni di lavoro e di famiglia; altri ascoltano una tantum; qualcuno per pochi minuti (cfr. il giovane ricco, Mc 10, 17-22). Se da un lato è vero che Gesù parlava in parabole per essere compreso da un vasto ceto popolare non alfabetizzato, dall’altro va detto che quasi tutte necessitano di una attesa glossa, quasi sempre offerta dall’autore-raccontatore (solo per la parabola del seminatore egli si rifiuta di spiegare in pubblico in quanto deve dare seguito alla profezia di Isaia: «Voi udrete ma non comprenderete, guarderete ma non vedrete», Mt 13, 10-15). Ad esempio Gesù chiude la parabola della pecora smarrita e ritrovata con: «Così il vostro Padre celeste non vuole che si perda uno solo di questi piccoli» (Mt 18, 14).

Sovente, durante il racconto della parabola, mentre mostra una story e un plot che si avvia al termine, Gesù ha prodotto nell’ascoltatore contestualmente una suspense narrativa. Tutti aspettano che si spieghi, che continui oltre la fine del racconto. Perché ci parla di una pecorella perduta e ritrovata? Dove vuole parare?, si chiede l’uomo della folla che è venuto ad ascoltarlo lasciando impegni e lavoro. In altri casi Gesù, alla fine del racconto, sospende il commento e inserisce una domanda attendendo la risposta da parte degli ascoltatori. È il caso della parabola dei due figli (Mt 21, 28-32). In coda al racconto interpella i presenti: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Dicono: ‘L’ultimo’. E Gesù disse loro: ‘In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio’». Dopo la chiusa, aggancia il suo commento escatologico.

Stessa struttura aperta anche nella parabola dei vignaioli omicidi; qui Gesù sembra ricorrere a una brevissima suspensenon di plot ma di story: priva momentaneamente l’uditorio dell’explicit, sospendendo anche il piacere del testo, ma subito dopo invita i presenti, appunto attraverso una domanda, a terminare il racconto. Egli chiede all’uditorio: «Quando verrà dunque il padrone della vigna che farà a quei vignaioli? Gli rispondono: ‘Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo’» (Mt 21, 40-41). Dunque il finale è a cura degli ascoltatori: essi diventano co-autori, direbbero Roman Ingarden, Umberto Eco e Paul Ricoeur. Il circolo didattico si chiude, siamo quasi in una situazione di flipped class o classe capovolta: gli ‘alunni’ rispondono, insegnando a se stessi e agli altri eventuali astanti, esattamente come avrebbe risposto il loro maestro/insegnante. La didattica cristologica raccoglie i propri frutti come i vignaioli nuovi del racconto, in una sorta di semantica speculare e raddoppiata.

Infine, Gesù introduce nella sua didattica la verifica (come accade a scuola o all’università), tramite la domanda a risposta multipla: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? Risposero: ‘Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti’». È Simon Pietro che dà la risposta esatta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 13-16).

La didattica moderna? È debitrice del Vangelo, di Eusebio Ciccotti, in “Avvenire” del 28 marzo 2017

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