• Italia, Roma
  • 18/06/2019
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Cos’è “bellezza”?

Credo che una definizione generale debba coinvolgere due parti: l’oggetto “bello” e il soggetto che sperimenta tale bellezza. Dunque, utilizzando una definizione della filosofia greca, si potrebbe dire che “la bellezza” è la proporzione, l’armonia tra le parti di una realtà oggettiva, riconosciuta e affermata consapevolmente da qualcuno. L’armonia proporzionata tra le parti rinvia ad una serie di legami che danno ritmo e dinamicità a quella realtà. Nello stesso tempo il riconoscimento da parte di qualcuno della “bellezza” è un processo “favorito” e “guidato” dalla gioia e felicità che quella realtà conferisce a colui che la percepisce e l’afferma. Tenendo presente quest’ultimo aspetto, la bellezza è una percezione tanto importante fatta dall’autocoscienza del singolo quanto condizionata dal contesto culturale di colui che la vive come evento gioioso.

Ma è possibile porre una seconda domanda: cos’è la Bellezza? O ancora più in generale: esiste la Bellezza? Mi permetto di avanzare una possibile risposta individuando una sua forma specifica: quando la relazione tra le parti nasce e si sviluppa per amore, cioè per dono e gratuità, lì si manifesta la bellezza. Una madre con un bambino in braccio è bella e gratifica lo sguardo. Allora il Bello per eccellenza è la Trinità dove il Figlio si dona al Padre per essere da lui accolto come Figlio. Il legame tra di essi, quello che fa la bellezza di “Dio”, è lo Spirito che ha nel sorriso la sua natura visiva e produttiva. La bellezza in Dio, cioè la relazione di amore, produce-genera-spira il suo sorriso, e il suo sorriso unitivo fa la relazione di bellezza in Dio.

La creazione è l’espansione di questo sorriso: la relazione tra il Padre e il Figlio,  animata dallo scambio di un mutuo sorriso, ha voluto espandersi coinvolgendo un altro, cioè il mondo, prodotto dal sorriso di Dio e fonte del suo sorriso. Il compimento di questo processo espansivo dell’amore, inteso come atto di bellezza che si regala al mondo per renderlo partecipe di questa relazione sorridente, si attuerà in modo definitivo nell’incarnazione del Figlio, nel Verbo del Padre che prolunga dentro la creazione quella relazione di bellezza fatta di dono reciproco. E nel lasciarsi coinvolgere dall’alterità del creato, la bellezza incarnata dell’amore trinitario mostra una doppia espressione di questa passione relazionale tra le parti: il sorriso quale compimento all’espansione creata dell’amore trinitario, bellezza regalata dove si proclama l’amore quale logica della relazione creatura-creatore, e il pianto di Dio sul Figlio morto quale ambiguità di un processo creaturale caratterizzato anche dalla separazione e dalla contrapposizione quali prove “dolorose” di una alterità rispettata e amata da Dio. Intendere l’incarnazione come atto definitivo dell’espansione del sorriso di Dio nella storia, significa collocare la cristologia dentro una visione evolutiva della teologia: al centro non è più il peccato da riparare, ma la creazione da completare; è questa la svolta iniziata con Teilhard de Chardin nel suo saggio Cristologia ed Evoluzione, del 1933, elaborata ulteriormente da Karl Rhaner nel suo famoso testo del 1962 La cristologia nel quadro di una concezione evolutiva del mondo e confermata dal Vaticano II quando pone il Cristo come “l’uomo perfetto” di Gaudium et spes 22 e anche “il punto focale dei desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni» (GS 45).

In questo breve intervento ci fermeremo solo sul primo atto dell’espansione delle bellezza, quella che ha dato vita e si rispecchia nella creazione, mentre trascureremo completamente il secondo momento evolutivo del sorriso di Dio attuato nell’incarnazione. Sebbene quest’ultimo non sia altro che il compimento di quanto iniziato nel primo, e dunque, per l’antropologia cristiana non sia possibile ignorare la cristologia se si vuole comprendere l’uomo, qui possiamo tuttavia astenerci da un’analisi sistematica del rapporto stretto che corre tra i due momenti del mistero cristiano. La nostra attenzione si soffermerà sul momento creativo come evento connesso al mistero eterno della Bellezza che si espande nel cosmo come regalo di amore e partecipazione a quella bellezza eterna.

Prima di iniziare la nostra riflessione sulla bellezza di Dio, quale sorriso che suscita la creazione e che è suscitato da essa, vorrei ancora proporre due immagini introduttive sul rapporto stretto tra bellezza e sorriso creativo in Dio. E’ Francesco che ci viene in soccorso.

«laudato sie mi Signore spetialmente per messor lo frate Sole,

lo quale è iorno et allumini noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de Te, Altissimo, porta significazione».

Il sole è descritto da Francesco con due aggettivi: “bello e radiante”; la bellezza del sole è il suo irradiare splendore, e, aggiungo, tale irraggiamento è il suo sorriso. I bambini, nei loro disegni, hanno la stessa sensibilità di Francesco, quando nel raffigurare il sole lo immaginano sempre con un grande volto sorridente circondato dai raggi. Ed è interessante allora che per Francesco questa immagine sia quella che, tra tutte le altre del suo Cantico, contenga in sé la “metafora” diretta di Dio: “di te, Altissimo, porta significazione”. Per Francesco dunque Dio è “bellu e radiante”, come è raggiante il sorriso suscitato dallo stupore della bellezza.

L’analisi che si andrà a proporre avrà due livelli: nel primo ci lasceremo guidare dalla “contemplazione” della natura proposta delle scienze moderne, per ascoltare dallo sforzo dell’intelligenza umana quale sia il “come” processuale che ha dato vita a questo universo; nel secondo invece volgeremo lo sguardo al dato di fede, per ascoltare come la fede nel Dio di Gesù si leghi o rapporti a quella storia naturale che diventerà poi anche culturale. La scienza offrirà dunque il “come” della creazione senza poterci spiegare il “perché”, mentre la teologia tenterà di offrire un “perché” a ciò che la scienza gli permette di vedere. La prima offre i dati, la seconda tenta di darne una lettura che colleghi i processi evolutivi con Colui che è la bellezza, in un rapporto nel quale il cammino della natura si mostra come “orma e vestigia” della bellezza e come specchio del suo sorriso. Idealmente, presupponendo un “teismo evoluzionista”, mi vorrei porre in dialogo con il naturalismo ontologico e antropologia naturalistica di O. Franceschelli (cf. Antropologia naturalistica: a partire da Darwin e di fronte alle sfide delle biotecnologie, in La teologia al tempo dell’evoluzionismo, 135ss); muovendo da una ricerca onesta e sincera del meglio per l’uomo, le due vie di fatto non possono non sentirsi alleate nella tensione verso ciò che risponde alle esigenze comuni del cuore dell’uomo, scoprendo valori condivisi a favore della difesa e del progresso della vita e dell’uomo.

 

1. Alcuni dati scientifici sul “come” processuale della creazione/natura

 

Senza avventurarsi in una descrizione particolare del processo creaturale, una questione che supera le mie capacità e non potrebbe essere riassunta in poche righe, ci limitiamo a riportare due tabelle nelle quali, con impressionante efficacia, si hanno davanti agli occhi i dati generali del movimento che da 15 miliardi di anni si sta dispiegando nel tempo e nello spazio. Le due serie di informazioni si costruiscono su due processi descrittivi in qualche modo inversi. Nella prima si parte da un puntino per farlo espandere all’ampiezza incredibile di un tempo e di uno spazio quasi smisurati, e cioè 15 miliardi di anni di tempo e di anni luce di spazio nel suo espandersi. Nella seconda invece si procede in qualche modo all’inverso: dall’immensità profonda degli inizi in cui tutto era incluso in un’unica lontanissima realtà, esplosa in un ammasso inorganico e indistinto, fino a giungere a pochi migliaia di anni fa quando è comparso quel puntino che chiamiamo uomo.

Partiamo dalla prima tabella, dove, su tre colonne, si elencano i dati impressionanti del formarsi, nei primissimi istanti, delle leggi strutturali della realtà intera e della struttura generale della natura nelle sue parti costitutive. E il tutto avviene in un rapporto invertito tra scorrere del tempo e abbassamento della temperatura assoluta.

 

Tempo

Temperatura

Eventi

Bin bang: tempo 0 Infinita Singolarità: un puntino di 10-33 cm
10-43 sec. 1032 Separazione delle forza gravitazionale
10-34 sec. 1028 Separazione della forza necleare forte
10-10 sec. 1015 Separazione delle forze elettromagnetica e nucleare debole
10-4 sec. 1012 Formazione di neutroni e protoni a partire dai quark
3 min. 109 Formazione dei nuclei (idrogeno ed elio)
500.000 anni 2000 Formazione degli atomi (elementi leggerei)
1 miliardo Formazione delle galassie (elementi pesanti)
10 miliardi Formazione dei pianeti
15 miliardi: oggi Temperatura del corpo nero -270 °C Nell’universo attualmente conosciuto (minimo 15 miliardi di anni luce di espansione) si stima che ci siano 100 miliardi di galassie mediamente costituite da 100 miliardi di stelle con un numero incalcolabile di pianeti.

 

La seconda tabella sposta la sua attenzione nel raccontare il processo formativo che ha condotto fino all’uomo; in lui il processo di miliardi di anni dà vita ad un essere “speciale”, poiché è il primo ad essere “consapevole del processo” stesso.

 

15 miliardi di anni fa, qualcosa si è messo in movimento.

4,5 miliardi di anni fa “nasceva” il sole (che resterà in vita per altri 3,5 miliardi di anni)

3,5 miliardi di anni si formavano le prime forme di vita sulla terra

2,8 miliardi di anni fa sorgevano gli invertebrati

700 milioni di anni fa comparvero degli organismi pluricellulari

200 milioni di anni fa nacquero i mammiferi.

7 milioni di anni fa apparve il ramo degli ominidi;

200.000 anni fa comparsa dell’homo sapiens.

Di questo processo, che chiamiamo “natura”, parola che acquista il suo pieno significato se lo si ricollega alla sua etimologia derivante dal participio futuro latino di “nascitura”, cioè colei che sta nascendo, vorremo ricordare alcuni elementi centrali proposti dalla scienza per spiegare il processo cosmico con i suoi sviluppi particolari avvenuti sul pianeta terra.

Il primo dato è quello della processualità dinamica che ha prodotto una evoluzione sviluppatasi dal puntino iniziale della grandezza di 10-33 cm, fino all’oggi di un uomo che usa un computer per raccontare questo processo. E in tale sviluppo sono avvenuti dei “salti” di qualità, cioè passaggi da qualcosa ad altro, nei quali sembrerebbe possibile-doveroso registrare livelli successivi di sviluppo, contrassegnati da un di più qualitativo. Partiamo dal big bang iniziale, punto di partenza sul quale la scienza si arresta senza poter retrocedere a prima di esso ponendo domande sulla sua origine e su cosa ci fosse prima (domande impossibili alla scienza perché con esse si esce dal sistema creativo per accedere ad altro non scientificamente indagabile): da quell’inizio la realtà ha acquistato una data consistenza strutturale nei suoi meccanismi subatomici ed atomici fino a dare movimento ad un universo con una sua consistenza fisico-dinamica. A questo primo livello, fatto di realtà inorganica con leggi fisse, guidate da quelle cosmiche (le leggi gravitazionali) e da quelle nucleari (forze nucleari forti e deboli), si è passati, almeno in un caso a noi conosciuto perché avvenuto sicuramente nel nostro pianeta, alla realtà organica, cioè alla vita quale processo sorto dall’inorganico, mediante un passaggio qualitativo non ancora del tutto spiegato dalla scienza. A sua volta, dal mondo biologico-molecolare, mediante un processo di sviluppo durato anch’esso milioni di anni, si è giunti alla vita intelligente dell’homo sapiens.

Di questo processo la scienza fornisce due serie fondamentali di spiegazioni tra loro concomitanti: la prima riguarda il sistema generale della complessità infinita delle parti che si legano dinamicamente tra loro e danno vita al creato nella sua evoluzione; la seconda invece tocca più in specifico “il punto di arrivo” legato alla vita e a quella intelligente.

Il primo dato è il principio della “casualità” quale motore della “causalità” evolutiva degli eventi. Tutta la realtà, dal suo elemento più piccolo, l’atomo, ai macrosistemi planetari è caratterizzata da un doppio aspetto: stabilità del sistema e dinamicità costante del suo processo; i due aspetti costituiscono i principi costitutivi della funzionalità del sistema. Nel doppio rapporto tra stabilità e dinamicità alla “n” volte, si immette il principio dell’instabilità caotica dei sistemi complessi: più aumenta la complessità (com-plector: il mettere insieme) di un sistema (sin-istimi: mettere insieme) più aumenta esponenzialmente il principio della caoticità di errori dai quali, secondo il principio matematico della probabilità, “emergono” processi ulteriori, precedentemente imprevedibili, che danno vita a delle novità strutturali del sistema stesso. Il caso dà il via allora ad una situazione successiva che diventerà per il sistema necessità.

Il secondo dato importante è che questa caoticità emergentistica del processo fisico non ha prodotto il puro caos, cioè un non sistema scollegato e non processuale. La prima osservazione a tal proposito riguarda un dato fondamentale: dall’infinitamente piccolo dell’inizio si è giunti all’espansione di enormi dimensioni dell’universo; il secondo dato, quello più interessante e diremmo più chiaro riguarda il processo che è andato dall’inorganico alla vita intelligente. Come spiegare questa emergenza caotica verso il di più sistemico?

La risposta viene dalla seconda serie di affermazioni fornite dalla scienza. Per spiegare meglio questo processo evolutivo (riguardante in particolare la vita), teso tra stabilità e cambiamento verso un di più organizzato, si ipotizza la presenza di una doppia “causa”. Secondo il biologo premio nobel per la scienza De Duve “Quel che ha un’importanza cruciale ed è comune a tutti i modelli è il ruolo chiave della selezione e del conseguente requisito dell’utilità” (C. De Duve, Alle origini della vita, 36). Se il meccanismo della caoticità dei sistemi complessi, secondo il principio della probabilità, può giustificare il prodursi di avvenimenti singolari che, interrompendo la serie infinita della ripetizione del sistema, producono delle novità stabili al suo interno e dunque una trasformazione del sistema, esso da solo, però, non può spiegare il processo evolutivo, cioè la crescita che va dalla non vita alla vita fino a giungere all’autocoscienza. Nell’infinità di eventi casuali ed inutili presenti nel sistema, vi sono stati alcuni accadimenti che hanno avuto la forza di imporsi apportando al sistema delle novità “evolutive” verso un di più. Come è possibile spiegare tutto ciò senza presupporre la presenza di un “criterio” interno al sistema stesso che gli permetta di “scegliere” una soluzione invece che un’altra? Tale criterio è trovato appunto nell’utilità-vantaggio “riconosciuto” dal sistema vitale a quegli accadimenti imprevisti che di fatto permettono ad esso una maggiore qualità del suo essere all’interno dell’ambiente generale in cui si trova. La novità imprevista “aumenta la vita” rendendola più ricca ed efficace.

In questo contesto si inserisce il secondo termine che ha “causato” il processo di evoluzione: la “selezione” quale strumento utilizzato dal principio dell’utilità per “scegliere” la soluzione migliore che avvantaggia la vita. Sebbene dunque i singoli eventi possano accadere casualmente, essi sono “riconosciuti” e “selezionati”-“scelti” secondo un meccanismo guidato dal principio dell’utilità a vantaggio della qualità del sistema. Allora il sistema è mosso da una “forza” che guida il suo “desiderio” verso il di più e gli permette di “selezionare” la “migliore” tra diverse possibilità che gli vengono offerte dal caso, cioè dal principio della probabilità.

Un’altra questione connessa con questo processo, “guidato” dall’utilità verso la “qualità”, riguarda la domanda sulla ripetibilità generale di tutto il processo evolutivo avvenuto in natura. Il principio della casualità probabilistica nega la possibilità di una ipotetica ripetizione degli stessi eventi naturali accaduti nel corso di questi miliardi di anni. “Se riavvolgi il nastro e riproiettiamo il film della vita” si otterrebbe un risultato completamente diverso (S. J. Gould, citato da De Duve, Alle origine della vita, 257). E’ probabile: tuttavia il risultato sarebbe ugualmente caratterizzato da un processo di crescita evolutiva positiva quale possibilità-necessità intrinseca al sistema. Infatti se ne è stato capace una volta significa che sarebbe capace in ogni caso di “riconoscere” il più utile per il meglio.

Dopo Darwin il modo di vedere e intendere il mondo da parte dell’uomo non è più lo stesso, alla pari di quanto era avvenuto dopo la rivoluzione copernicana. Quello sorto con l’indagine scientifica è un mondo causato dalla casualità processuale, il cui frutto è davanti ai nostri occhi. La scienza, spiegando il come è avvenuto, ha compreso che esiste una radicale autonomia delle cause interne legate alla complessità caotica dei processi che oscillano tra la ripetizione e la casualità probabilistica. Non tutti i passaggi avvenuti nei 15 miliardi di anni di espansione-evoluzione tempo-spazio sono stati ricostruiti e compresi perfettamente dall’indagine scientifica, tuttavia è oramai irrinunciabile la visione di un processo interno alla natura, autonomo da ogni “forza” esterna, nel quale il caos sta producendo un cosmo in evoluzione verso un di più dal basso verso l’alto.

 

2. La proposta cristiana sul “perché” della creazione

 

A questo punto si impone la domanda che costituisce il punto nodale della nostra indagine: le dinamiche evolutive del “sistema mondo”, dal quale è sorto anche l’uomo quale prodotto causato dall’evoluzione interna, rende nella sua globalità inutile l’ipotesi di Dio per spiegare ciò che sta avvenendo da miliardi di anni? Cioè: il mondo è sufficiente a se stesso così da poter affermare che “in natura ci sono progetti ma senza un progettista” (R. Dawkins)? O resta possibile, necessario, presupporre un Altro fuori-davanti al sistema dell’universo? Io credo, che la risposta a quest’ultima fondamentale domanda debba essere positiva: quanto abbiamo detto finora non solo non rende superflua l’ipotesi di Dio, ma trova in Lui l’ultimo orizzonte per una sua definitiva conferma e comprensione. Il “perché” di questo processo cosmico ha nel “come evolutivo” della natura, animata dalla selezione a vantaggio dell’utilità per la qualità del sistema, il suo punto di partenza, e nell’ipotesi di un Dio di bellezza, che sorride “seduttivamente” a questo mondo, il suo punto ermeneutico di arrivo. Il Dio dopo Darwin è il Dio che sorride al mondo suscitandolo e sorreggendolo (su di una visione di insieme delle posizioni sulla questione di Dio dopo Darwin cf. C. Molari, A cent’anni dall’origine della specie: un’idea di Dio, in La teologia al tempo dell’evoluzione, 35-88).

La relazione tra autonomia processuale del mondo e presenza “creativa” di Dio deve escludere ogni forma di reciproca negazione mediante un aut-aut (scientismo naturalistico ateo o creazionismo fissistico teocentrico: cf. ivi, 39-58), per obbligare a cercare una via dell’et-et, dove l’autonomia processuale della natura, guidata da casualità causante un processo evolutivo, si possa legare ad un influsso “reale” esercitato da Dio inteso come bellezza seduttiva e attraente il processo stesso, in un cammino nel quale autonomia e relazione possono essere coordinati. E’ chiaro che “considerare Dio fine dei processi creati e parlare di una tensione delle cose verso Dio è utilizzare una metafora. La realtà è certamente molto più complessa” (ivi, 82). Tuttavia le metafore sono possibilità immaginifiche per esprimere parti essenziali di qualcosa che forse non è “dicibile” in modo diretto e piano. L’esplicazione della metafora del “sorriso”, quale manifestazione della seduzione esercitata dalla bellezza sul processo cosmico, permetterà di rilevare e misurare la quantità di “verità” contenuta nella metafora.

Si può ritenere, in via preliminare, che il sorriso di Dio in rapporto alla creazione costituisca il “da dove” e il “verso dove” tende il processo evolutivo. L’autonomia processuale del mondo è il frutto del sorriso di Dio che imprime al mondo la sua bellezza, cioè il suo statuto di libertà. Nello stesso tempo il porsi di fronte al mondo costituisce il “verso dove” tende l’evoluzione: verso l’avvicinarsi progressivo a questo sorriso per diventare parte definitiva di quel legame che è il “sistema trinitario”. In tal senso la cosmologia ha nell’antropologia il suo punto di arrivo, perché nell’uomo la creazione raggiunge la sua autocoscienza, cioè la capacità di porsi in relazione consapevole con il sorriso di Dio e diventarne espansione fattiva.

Nei due paragrafi successivi ci occuperemo della creazione del cielo e della terra quale frutto della bellezza e manifestazione della bellezza; poi, a diretta conseguenza di questo evento generale, volgeremo lo sguardo sulla creazione dell’uomo quale ultimo atto della seduzione della bellezza sorridente di Dio, da cui sorge una libertà capace di rispondere a quel sorriso mediante la coscienza di sé e la capacità operativa, di tipo culturale, di influire consapevolmente sul processo evolutivo del suo ambiente.

 

a) Dio fece il cielo e la terra e poi sorrise

 

La bellezza di Dio è la sua relazione intratrinitaria, costituita dalla libertà guidata dall’amore, cioè dal dono reciproco in uno scambio di alterità, animato dallo spirito dell’unità che è il suo sorriso. Ed Egli mostrò la sua bellezza fuori di sé ponendo una realtà altro da sé in uno statuto di autentica e radicale autonomia processuale, struttura caratterizzata dalla libertà quale fondamentale “immagine e somiglianza” con la bellezza da cui si origina. E i due ambiti, la libertà amorosa di Dio e il suo rispecchiarsi nello statuto di autonomia del mondo, sono l’uno di fronte all’altro in un legame in cui la fede cristiana trova la risposta di senso sul “perché” il mondo e su “chi è il Dio” di questo mondo. In tal senso si comprende la forza di un testo di San Bonaventura nel quale, parlando in prima persona, afferma: «Dico che la creazione, che è passione, non è un accidente, poiché la relazione della creatura al Creatore non è accidentale, ma essenziale».

Noi vorremmo relazionare la mutua influenza tra i due sistemi (quello della bellezza del Dio trinitario che si pone di fronte al mondo, e quello del mondo che è per necessità davanti a Dio lasciandosi attrarre da quel sorriso) mediante un doppio passo: il sorriso relazionale di Dio suscita la bellezza-autonomia del mondo e la bellezza evolutiva del mondo fa sorgere il sorriso di Dio. Per illustrare questo rapporto reciproco tra il sorriso creativo di Dio e il processo evolutivo del mondo si analizzerà il doppio elemento incluso nel ritornello che scandisce gli inizi e la fine di ciascuno giorno creativo di Gn: «e Dio disse … e vide che era cosa molto buona».

 

“E Dio disse…”

 

Due sono i momenti del dire creativo di Dio. Il primo è quello radicale: di porre qualcosa davanti a sé, dando la possibilità a qualcosa di avere autonomia con un processo interno che prende il via in un tempo 0, da uno spazio infinitesimale e con una temperatura infinita. Il secondo è quello relazionale, cioè quello di restare davanti al processo stesso lasciandogli libertà e correndo il rischio di questa libertà consegnata all’altro creaturale. Dio crea l’autonomia dell’altro e resta coinvolto in questo processo rischioso fondato sulla libertà e sulla finitezza del mondo nei suoi processi insicuri. Parole bellissime sono state scritte a tal proposito: «Tutto quello che posso dire è che per me, come sono, niente è più astratto di questo: Dio non è l’artigiano del mondo. Non costruisce qualcosa di precostituito. Al contrario, si ritira perché gli esseri che egli genera si alzino da sé e grazie a se stessi. Se Dio intervenisse perché fossero evitate le incertezze, i disordini, le resistenze dell’inerzia, i maremoti, le epidemie, il mondo sarebbe per lui come un oggetto da manipolare. La nostra immaginazione, tendente all’infantilismo, vedrebbe forse in questo un onore più grande. Ma Dio non ama come noi vorremmo che amasse quando proiettiamo in lui i nostri sogni. Ci risparmierebbe la sofferenza solo al prezzo di un paternalismo con cui cesserebbe di essere l’Amore. La serietà di Dio è il rispetto e la sofferenza» (E. Hillesum). E ancora: «secondo l’esegesi rabbinica, il mondo non è uscito in un colpo solo dalla mano di Dio. Ventisei tentativi precedettero la Genesi attuale e hanno avuto un esito fallimentare. Il mondo dell’uomo è uscito dal seno caotico di questi cocci precedenti, ma anch’esso non possiede nessun marchio di garanzia: “Purché tenga!”, Halway sheya’amod, esclama Dio mentre crea il mondo, e questo augurio accompagna tutta la storia successiva del mondo e dell’umanità, sottolineando fin dal principio che tale storia è marcata dal segno dell’insicurezza radicale» (Neher, L’esilio della parola, 60). Tale “incertezza” nasce dal sorriso di Dio che vuole e ama la libertà, e che esprime la sua natura di bellezza relazionale dando vita ad un mondo di possibilità e libertà.

Tale “stare davanti al mondo” con rispetto e passione, segno e frutto dell’amore, rappresenta l’“energia” cosmica che sostiene e se-duce il processo creaturale nella sua globalità. Quel sorriso, che è rispetto amoroso del processo in atto, costituisce l’attrazione universale di ogni singolo componente del cosmo intero, dando al suo movimento “casuale” un “verso dove” strutturale, ma senza prestabilirne e obbligarne il corso. Il dire di Dio è il dire la sua bellezza all’altro dandogli autonomia e libertà, e tale dirsi è il sorriso rivolto al mondo intero imprimendo in esso la nostalgia verso quel sorriso; quel sorriso è seducente e imprime nel tutto il desiderio di essere più conforme e vicino a quella fonte da cui si è originato e verso cui sta guardando e dirigendosi. Esso è lo sguardo di amore e di rispetto di una madre verso il suo bambino, suscitando in lui il desiderio inconscio e inconsapevole di muoversi verso di essa attraverso un processo interno nel quale mobilitare le sue risorse per raggiungere quel “meglio” e “di più”.

L’atto creaturale di Dio che permane nel mondo non è quello di un orologiaio che ha messo in moto un meccanismo che lo rende autonomo non per libertà e processualità imprevedibile, ma per necessità fissa e stabilita. In tal caso Dio non avrebbe corso nessun rischio di fronte all’alterità del suo orologio, cioè non avrebbe espresso e reso visibile la sua bellezza che è libertà di amore. Né l’orologio sarebbe vissuto di vita autonoma, cioè non avrebbe avuto vita, come la possiede invece ogni processo reale di avvenimenti che accadono davvero dentro uno spazio di imprevedibilità e libertà. Se non fosse stato così, tutto sarebbe stato un pura apparenza prestabilita da sempre e dunque mai accaduta davvero, cioè non avrebbe avuto la bellezza di Dio espressa proprio nella libertà dell’amore. Dunque siamo di fronte non ad un modello guidato da un disegno fatto da una Intelligenza assoluta ma da un disegno tracciato dall’Amore e dalla Libertà assoluta. Se non fosse così, se il processo interno non avvenisse per movimento interno dal basso verso l’alto, tutto sarebbe un grande gioco teatrale e Dio sarebbe il grande burattinaio a cui occorre attribuire tutta la bellezza ma anche tutta la bruttezza dell’evoluzione. Al contrario questo processo verso il di più è spiegabile da una seduzione assoluta, che suscita e sostiene questo verso la bellezza ogni volta sorprendente perché imprevedibile, il cui farsi creaturale suscita il sorriso compiaciuto e sorpreso di colui che è Sorriso. E siamo così al secondo versante del rapporto fra bellezza del sorriso creativo di Dio e processo evolutivo del mondo.

 

“e vide che era cosa molto buona”

 

Il processo cosmologico, quale movimento di evoluzione interno che va dal basso verso l’alto, mediante un accadere per via di casualità libera e imprevedibile sebbene sostenuto e accompagnato dalla seduzione della bellezza di Dio, suscita, nel suo avvenire, il sorriso di Dio quale atto di sorpresa e compiacenza su quanto sta avvenendo. Se le scienze attestano l’evoluzione di un mondo mossa da un processo guidato da una reale e radicale autonomia sistemica interna, tanto reale da dover sostenere che se si riavvolgesse il tempo nei suoi 15 miliardi di anni il prodotto successivo non sarebbe lo stesso, allora occorre concludere che Dio si lascia sorprendere dall’autonomia “casuale” e libera de processi evolutivi, così da esclamare ogni volta: “e vide che era cosa molto buona”. Lo stupore di quanto osservato alla fine di ogni processo rinvia ad una forma di onnipotenza relativa, fino a poter affermare che “è un Dio debole” (Molari, 74)

Al contempo il ritornello finale che caratterizza tutti i giorni creativi di Gn, quale sintesi dei “sentimenti di Dio” di fronte al processo evolutivo interno del mondo, potrebbe essere completata con una aggiunta ulteriore: “e vide che era cosa buona … e poi sorrise”. La sorpresa del processo, “imprevedibile” anche a Dio per essersi posto nel rischio della libertà del mondo, suscita in Lui il sorriso dello stupore. Il processo evolutivo, nella sua ambiguità e fragilità, obbliga Dio a restare un Dio della libertà consegnata al mondo e rispettata per amore; se è tale il Dio creativo di fronte alla “natura” in quanto “sta per nascere” costantemente, egli si è “obbligato” ad essere il Dio della libertà creaturale, cioè il Dio della gratuità relazionale. Il processo di libertà creaturale suscita la compiacenza di Dio perché fa “accadere” nel mondo ciò che nella dinamica trinitaria costituisce la sua bellezza: la libertà di donarsi. Potremmo dire che egli vede la sua bellezza farsi nella libertà processuale ed evolutiva del mondo; e sorridere di sé, sorridendo con compiacenza al mondo.

E dunque: perché non pensare che in qualche modo il processo evolutivo della creazione sia la prima “incarnazione” della libertà amorosa di Dio fuori di sé, entrando nel rischio di un processo kenotico legato all’evoluzione del mondo, processo che non assicura fin da subito e necessariamente il suo essere sempre e comunque adeguato rispecchiamento del Volto che lo guarda? “L’onnipotenza diventa vulnerabilità, kenosi, per concedere una libertà totale alla creatura, per impedire che l’abbraccio soffochi colui che sta di fronte” (R. Tagliaferri, Sacrosanctum, 283).

 

b) e infine fece l’uomo a sua immagine perché sorridesse

 

Nel processo evolutivo del basso verso l’alto, sostenuto dal sorriso di Dio e suscitante il sorriso di Dio, l’uomo costituisce la manifestazione ultima di questo rapporto appassionato fatto di libertà amorosa che è la passione relazionale del Creatore per la creatura e del desiderio evolutivo della creatura per il Creatore. Da una parte occorre sicuramente dire che, tenendo presente quanto ha mostrato la teoria evoluzionista, «l’uomo non è una miracolosa eccezione, essenzialmente diversa da ogni altro essere vivente, ma l’anello conclusivo di uno sviluppo dal basso che non ammette salti ontologici e non consente di ritagliare domini pregiudizialmente riservati neppure per l’esercizio della ragione e della libertà» (S. Semplici, Darwin e l’essenza dell’umano, in La teologia nel tempo dell’evoluzione, 184). D’altra parte però, si può anche affermare che l’uomo manifesti il punto più alto raggiunto dal processo evolutivo sostenuto dal sorriso di Dio. Infatti in lui il processo evolutivo raggiunge una doppia condizione: la coscienza di sé come possibilità di libertà consapevole e anche la capacità di agire coscientemente imprimendo al processo evolutivo un movimento “e-ducativo” di natura culturale. Insomma, nell’uomo accade un ennesimo “salto” di qualità verso la bellezza assoluta di Dio che è libertà di amore. E, al contempo, nell’uomo il sorriso di Dio trova il definitivo evento in cui lasciarsi cogliere dallo stupore dell’evoluzione: e Dio sorrise a questo “ente” capace sorto dal processo evolutivo e giunto alla consapevolezza e all’operatività, cioè giunto per seduzione creativa ad essere immagine e somiglianza di Colui che attrae ogni cosa. Tenteremo di evidenziare i due momenti dell’antropologia quale ente dell’autocoscienza relazionale e ente dell’attività sul mondo appoggiandoci alla lettura rispettivamente di due passaggi del racconto di Genesi: Gn 1, 26 e Gn 2,15.

 

Gn 1,26: L’uomo è autocoscienza che (si) riconosce (nel)l’altro

 

L’ultimo “prodotto” di un processo creativo, suscitato e sostenuto dalla seduzione della bellezza di Dio, è qualificato dal testo biblico come “immagine e somiglianza” del sorriso creativo: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, lo facciamo maschio e femmina” (Gn 1,26). Al centro del testo è posta la diversità dell’uno di fronte all’altra, posti in un rapporto complementare e necessario per poter pronunciare la parola “uomo”. L’immagine e somiglianza di Colui che è bellezza, in quanto relazione di amore, si compie proprio nella diversità del maschio e della femmina, dove l’alterità e unità tra loro chiede un autocoscienza che accolga la diversità per creare l’unità mediante il dono di sé. Tale processo di autocoscienza è il fiorire definitivo, dentro il processo evolutivo, della bellezza da cui tutto deriva. Nell’autocoscienza dell’uomo, che riconosce l’altro come parte di sé accogliendolo nella diversità, si compie la chiamata rivolta da sempre a tutto l’universo di evolvere per desiderio strutturale verso quel di più e meglio che è la bellezza da cui si viene e a cui per desiderio naturale si ritorna.

E tale evento del riconoscersi nell’altro, accogliendolo come altro, avviene anch’esso mediante un processo evolutivo. Lo indica in modo implicito il secondo racconto della creazione, quando, dopo il tentativo di dare all’uomo un aiuto attraverso gli animali, liberandolo così dalla solitudine riconosciuta come non buona, cioè non bella, Adamo scopre e sente l’adeguatezza di colei che poi chiamerà “donna”.

Interpretando l’uomo dentro questa dinamica creativa, in cui processo evolutivo e atto creativo esercitato da Dio con il suo sorriso sono tra loro posti in continuità, si riesce a difendere le due parti di una stessa verità antropologica. Da una parte si evita di fare dell’uomo una eccezione, posta da Dio stesso, dentro il processo creativo: l’uomo non apparve d’improvviso, in uno stato perfetto, senza nascere dall’evoluzione e subire questa legge della realtà; egli è il frutto ennesimo di quella storia iniziata 15 miliardi  di anni fa. Dall’altro occorre sostenere che tale movimento non si è fatto da solo, cioè abbandonato a se stesso, in una forma di autoaffermazione. Nell’emergenza evolutiva dell’uomo dentro il cammino della natura è all’opera, come per ogni altro processo evolutivo, la seduzione del sorriso di Dio: esso, che con la sua bellezza splende da sempre sul mondo intero sorreggendolo e attraendolo, è giunto al suo punto più alto nel far sorgere-emergere la libertà umana quale coscienza di sé capace di relazioni di libertà e di amore. Sebbene il mare non stabilisca in anticipo il percorso che dovrà assumere il fiume per giungere a sé, ne determina fin da subito il punto di arrivo. Altrettanto per l’uomo: egli, pur appartenendo per intero al processo evolutivo del creato, è da pensare come l’ultimo atto dell’attrazione che Dio, come mistero di libertà amorosa trinitaria, esercita sull’universo intero; nell’uomo, come “essere della relazione”, Egli ha portato a visibilità creativa la sua “immagine e la sua somiglianza”.

 

Gn 2,19: L’uomo è cultura che “e-duca” il mondo per renderlo bello

 

Il secondo versante dell’atto creativo di Dio nei confronti dell’uomo si ricava da un’altra notazione di estremo interesse del secondo racconto della creazione presente in Genesi:  “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. In particolare, questo compito generale affidato all’uomo sembra specificarsi  attraverso due notazioni aggiunte poco dopo nello stesso testo biblico. La prima riguarda l’impegno culturale affidato da Dio all’uomo nel dare un nome agli animali: “Dio condusse all’uomo gli animali per vedere come li avrebbe chiamati” (Gn 2,19). In qualche modo l’uomo è chiamato ad “e-ducare” definitivamente la realtà e a portare a termine il processo evolutivo nominando la realtà, cioè diventandone la coscienza. E in tal senso, l’opera culturale dell’uomo, il poter-dover dare i nomi alle cose, costituisce un ennesimo salto evolutivo in cui l’uomo, primo essere creato capace di dare i nomi ad altri, cioè di coltivare il giardino, diventa attore consapevole dell’evoluzione. Può e deve scegliere il “verso dove andare”. A lui dunque è consegnato il gravoso e affascinante impegno di trasformare il mondo a “propria immagine e somiglianza” così che tutta la realtà, che entra nella sfera culturale dell’uomo, “evolva” ulteriormente verso quella bellezza seducente che sorride sul mondo intero, bellezza di cui l’uomo è “immagine e somiglianza”. Insomma, si può affermare che l’uomo è il sorriso di Dio in azione dentro il creato: «La pianta non ha bisogno della parola per essere se stessa, eppure quando è compresa, cantata, pensata, regalata, quando entra nel raccoglimento di una mediazione o nella celebrazione di un amore, accede a una vita superiore, apre il suo fiore più bello che è una “fioritura di bocca”: raggiunge la coscienza nella nostra coscienza, e spande il suo profumo più inebriante che è un profumo spirituale» (Hadjadj).

Il secondo elemento del processo evolutivo-culturale rilevabile dal testo biblico è la posizione occupata da Dio in questa operazione: “in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome” (Gn 2,19). Dio si mette da parte e rispetta “l’imprevedibilità” del processo culturale impresso dall’uomo sul mondo. Si può ritenere allora che nel processo culturale Dio continui ad essere di fronte al mondo senza voler-poter determinare in modo puntuale e diretto il corso culturale degli eventi. Egli lascia la parola all’uomo. Il dire e fare proprio di Dio, il suo operare per seduzione nel suscitare il processo, si sposta anche sulla bocca e nelle mani dell’uomo, al quale spetta “dare vita” alle cose dando ad esse i nomi. In modo più evidente che nel processo evolutivo-creativo precedente, Dio si pone di fronte all’operare umano per stare a guardare, lasciandosi stupire dalla scelta che l’uomo avrebbe operato, perché quello sarebbe poi restato il nome. Qui si comprende ancor meglio quanto si diceva per l’intero processo creativo prodotto dal meccanismo interno della casualità causale l’evoluzione: Dio lascia autonomia reale al processo culturale come aveva fatto al processo creativo. Se nell’autonomia reale concessa da Dio al creato “l’onnipotenza compete col caso, esponendo tutto al rischio della finitezza” (R. Tagliaferri, 283), con l’uomo la consegna kenotica di Dio diventa radicale: «L’uomo è il pericolo per Dio, ma anche il suo “antidoto alla noia”, cioè all’identità senza amore» (ivi, 286) fino a poter affermare: «La libertà dell’uomo è il presupposto che impedisce a Dio di annoiarsi» (Blumenberg citato da ivi, 286). Insomma: «è solo in questo spazio ludico che non si costringe Dio a nulla, neppure all’idea di bene, che fa essere la creazione» (ivi, 287).

E allora, di fronte all’imprevedibilità dell’impegno culturale svolto dall’uomo sul mondo per coltivare e custodire il giardino, è possibile immaginare in Dio un doppio atteggiamento. Egli, lasciandosi stupire dal prodotto culturale dell’uomo, sorride davanti alla bellezza che quell’essere, nel quale si realizza la Sua immagine e somiglianza, è riuscito a produrre attraverso l’impegno culturale faticoso e sempre incerto a favore del giardino. Nello stesso tempo, affidando il compito all’uomo, lasciandogli la libertà, Dio corre il rischio di affidare il suo mondo ad un essere non solo capace di bellezza, ma anche di operare “contro la bellezza”, assumendo decisioni che spingono al pianto la “passione” di Dio per la creazione. Dio affida di fatto l’impegno all’espansione della sua bellezza al cuore e all’intelligenza dell’uomo con la possibilità di farla fiorire in un più di vita e armonia, suscitando il suo sorriso, o di negarla mediante scelte di morte e di distruzione, obbligandolo al pianto.

 

Conclusione

 

L’uomo è il punto di arrivo del processo seduttivo esercitato dal sorriso di Dio sul mondo! Fatto ad immagine e somiglianza di colui che è bellezza, cioè fatto come libertà cosciente di sé e capace di relazione di amore, l’uomo, da una parte, è capace di rivolgersi verso la bellezza diventandone prolungamento consapevole e attivo nella trasformazione evolutiva del mondo, dall’altra però, forte del suo statuto, può disattendere questa “nostalgia” della bellezza producendo un mondo contrario alla bellezza dell’amore. E infatti dalle sue opere sono state costruite le sale da concerto ma anche i ghetti, le grandi università come anche i campi di concentramento, i musei come le discariche a cielo aperto, i campi di gioco come i campi minati, i viaggi sulla luna come la bomba atomica, gli ospedali come le camere di tortura. A quest’uomo spetta la grande fatica di portare avanti l’impegno di una crescita verso la bellezza. Egli è chiamato a fare di questo mondo un giardino coltivato e custodito, facendolo dunque crescere come spazio in cui il sorriso degli uomini mostri quello di Dio e le loro opere “incarnino” la bellezza da cui sono attratte e sostenute.

Parlare di sistema cosmico quale processo evolutivo (naturalismo ontologico) e aggiungere la presenza davanti a lui di un sorriso attraente verso il meglio e il definitivo (teismo evoluzionista) significa riconoscere tra i due ambiti e i due approcci nel guardare alla natura motivi di dialogo e di convergenza nella ricerca di scelte “belle” a favore del mondo intero e della qualità della vita.

In tal senso mi sembra di poter dire che nella storia dell’umanità, nel suo evolversi verso una consapevolezza di sé e dunque verso un’assunzione di responsabilità operativa a favore del mondo intero, siano emerse delle figure di “santi” che hanno favorito questo processo di crescita culturale verso una evoluzione sempre di più umana e integrata dentro il grande sistema mondo; essi sono quegli eventi “eccezionali” in cui diventa sempre più chiara l’emergenza dentro la natura di un essere fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Tutti i grandi personaggi che hanno dato un impulso decisivo al progresso evolutivo della specie umana, favorendo la qualità dell’esistenza, potrebbero essere ritenuti uomini e donne “speciali”, diversi dagli altri, separati dal resto, cioè santi, essendo stati capaci di esprimere e realizzare con il loro impegno un tratto ulteriore del sorriso della bellezza di Dio, facendone un motivo di crescita per tutti gli altri.  Insomma: sono stati “santi” tutti coloro che hanno lasciato dopo di loro un mondo più bello, dando così agli altri uomini motivi ulteriori per desiderare la bellezza e crederla possibile come destino finale di tutto ciò che si è messo in movimento da 15 miliardi di anni.

E per noi cristiani, il “Santo” che diventa modello perfetto di ogni altro santo, che invera ogni desiderio di bellezza, perché ha incarnato in sé integralmente e sostanzialmente il sorriso di Dio, e che ci assicura in modo definitivo che la bellezza ha salvato il mondo e costituisce il punto di arrivo finale di ogni cosa, è Colui che per amore degli altri si è lasciato inchiodare sulla croce. Egli è il più bello tra i figli dell’uomo perché nel suo morire ha mostrato che la vita si apre ad un di più di senso e di appartenenza solo quando la si vive come dono di libertà e di amore; egli ha mostrato che solo la bellezza dell’amore manterrà il mondo in un cammino di nostalgia verso Colui che è davanti a tutti noi e ci attrae con il suo sorriso di bellezza, manifestazione di una passione eterna che in Cristo ha vinto definitivamente l’ambiguità evolutiva del mondo, avendolo inserito nell’amore trinitario.

 

Pietro Maranesi, ISSRA Assisi, 28 ottobre 2015

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