• Italia, Roma
  • 20/07/2019
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Proponiamo alcune riflessioni sulla scuola dopo i fatti incresciosi di intolleranza e di violenza registrati in queste ultime settimane.  Genitori e studenti si scagliano contro i loro professori. Emerge una condizione realistica della scuola costretta a gestire situazioni educative complesse e difficili. Reggerà la scuola a questa nuova sfida?  Il futuro non si annuncia semplice. Si capisce che è necessario un cambio  profondo nella relazione educativa e che le riforme strutturali non possono rispondere all’emergenza che stiamo vivendo. Solo se la scuola saprà aprirsi al dialogo con tutte le componenti della comunità locale potrà trovare quelle sinergie per gestire questo complesso processo di rinnovamento. 

 

 

Ma noi genitori smettiamola di dire “È colpa dei prof”
di Matteo Bussola

Un gruppo di ragazzini delle medie crea una chat per deridere una compagna di classe. La madre della bambina lo scopre, riesce a ottenere alcuni screenshot, li posta sul gruppo WhatsApp dei genitori della classe. Pur di fronte alla testimonianza di ciò che i figli hanno scritto, i genitori non ci stanno. «Mio figlio non c’entra!», «Il mio credeva fosse uno scherzo!», «Mia figlia è stata aggiunta alla chat a sua insaputa!». Talmente a sua insaputa che è stata la prima a commentare insultando la compagna. «Ma perché gli insegnanti non se ne sono accorti prima?», è l’unanime conclusione dei genitori. «Li hanno sotto gli occhi in classe tutti i giorni, la colpa è loro!».

Giuliano ha cinquantaquattro anni, insegna matematica da venticinque. È finito in ospedale dopo essere stato malmenato da un padre, per essersi permesso di mettere una nota al figlio di dodici anni. Il ragazzino, in aula, lanciava le sedie dalla finestra. «Mio figlio è solo un po’ vivace, è lei che non sa gestirlo, è colpa sua!», è stato il commento del padre, prima di passare alle vie di fatto.

Cosa ci dicono, di noi genitori, episodi come questi?
Ci raccontano che siamo passati da un mondo in cui la scuola era un’istituzione intoccabile e gli insegnanti avevano ragione a prescindere, a un mondo in cui gli insegnanti sembrano avere torto per definizione.
Nella nostra smania di iperprotezione arriviamo, ormai, perfino a negare l’evidenza: i figli sono nostri, nessuno deve permettersi di mettere in discussione l’immagine che abbiamo di loro. Capita a volte, perfino durante i colloqui, di guardare l’insegnante mentre ti parla di tuo figlio e chiederti: «Ma di chi mi sta parlando questo qui?». Spesso, non li riconosciamo nella descrizione che ce ne viene fatta. È forse questo a disorientarci di più. Si può vivere questo spaesamento in due modi: come un’opportunità per vedere meglio i nostri figli, accogliendo il prezioso punto di vista che ci viene offerto dalla scuola, oppure rifiutarlo con la scusa che il docente non li conosce “veramente”. Se il primo considera gli insegnanti come alleati, il secondo li vive al contrario come avversari. I quali, ormai, non riescono più a svolgere il loro compito con serenità ed equilibrio, intimoriti da eserciti di genitori sempre più aggressivi, che si ostinano a rimuovere dalla strada dei figli qualunque tipo di ostacolo, convinti di fare il loro bene.
Invece, i pedagogisti ci dicono che stiamo crescendo bambini sempre meno capaci di gestire qualunque forma di stress. E l’osservazione quotidiana ci dice che alla scuola, più che educazione e istruzione, sembriamo chiedere crescenti garanzie di sicurezza: i nostri figli non devono avere problemi, non possono ricevere punizioni nemmeno quando le meritano, non devono essere bocciati e sui brutti voti, in caso, interverremo noi protestando con i professori o con i dirigenti scolastici.
Il danno che stiamo facendo, proprio a chi crediamo di proteggere, rischia di essere incalcolabile. Perché, senza rendercene conto, stiamo garantendo la loro continua dipendenza da noi. E le dipendenze sono sempre un problema.

Forse gioverebbe ricordare che la scuola ha, fra i suoi compiti decisivi, quello di aiutare i nostri figli a costruire la loro responsabilità, ovvero la capacità di “rispondere per sé”.
Finché saremo noi a rispondere al posto loro, toglieremo alla scuola le sue vocazioni primarie: insegnare ai nostri figli che ogni comportamento genera conseguenze. Insegnar loro che l’errore è il nostro migliore maestro. Ricordare, infine, a noi stessi che il nostro compito non è quello di essere i paladini dei nostri figli, ma i difensori dei loro interessi. Fra questi, quello di trasmettere il rispetto per la figura dell’insegnante è il più importante di tutti. Perché significa restituire rispetto anche a noi stessi. Sarebbe meglio ripartire da qui, prima che sia troppo tardi.

L’autore è scrittore. Il suo ultimo libro è Sono puri i loro sogni – Lettera a noi genitori sulla scuola, Einaudi 2017. In “la Repubblica” del 15 febbraio 2018

 

 

“Non possiamo permetterci scontri tra scuola e famiglie”
intervista a Eraldo Affinati a cura di Virginia Della Sala

In passato, se i bambini della comunità di Barbiana tornavano a casa e si lamentavano perché Don Milani aveva dato loro un ‘nocchino’, uno scappellotto, i genitori non sarebbero mai andati a lamentarsi col priore. Anzi. Avrebbero risposto: ‘Te ne ha dato uno? Allora io te ne do due’. In pratica, avrebbero rafforzato l’azione educativa di don Lorenzo. Oggi è il contrario. E i ragazzi non hanno più i riferimenti gerarchici di un tempo”.

Eraldo Affinati è docente da trent’anni e anche uno scrittore (ha pubblicato per Mondadori Tutti i nomi del Mondo). Oggi insegna italiano agli immigrati alla scuola Penny Wirton. “La scuola – spiega – è lo specchio della realtà, quindi si porta dentro tutti i problemi che ci sono fuori. Non è un’isola”.

Professor Affinati, quali sono questi problemi?

Prima di tutto gli adulti che diventano sempre più fragili. Non incarnano più l’emblema della regola da rispettare e vogliono spianare la strada ai figli cercando di rimuovere qualsiasi ostacolo si presenti sulla loro strada. Ma è sbagliato. L’adolescente ha bisogno di ostacoli da superare per crescere. Ha bisogno di un nemico con il quale confrontarsi. A un certo punto, l’adulto deve anche accettare il rischio di perdere il consenso dei figli, deve accettare la tensione e la responsabilità

E se non lo fa?

Allora tocca alla scuola. Inevitabilmente si crea una spaccatura tra scuola e famiglia che a volte può degenerare nei fatti di cronaca di cui leggiamo e sentiamo nelle ultime settimane.

Si riferisce agli insegnanti aggrediti da alunni e genitori?

Sì. Lì c’è il problema della sempre crescente solitudine del docente. Come dicevo, un tempo godeva dell’appoggio delle famiglie, oggi molto spesso si trova in classe da solo a esercitare anche la funzione genitoriale. L’azione educativa non può essere esercitata da una sola persona o da un solo soggetto: è una questione che riguarda la cosiddetta intera “comunità educante” attorno al giovane.

Come mai i ragazzi reagiscono con violenza?

Crescono in un mondo nuovo, digitale e informatico, che li pone di fronte a una marea informativa che un tempo ci si sognava. Non c’è però la gerarchia di valori che dovrebbe organizzare questa mole. E sono più smarriti di prima, soprattutto le personalità fragili. L’adolescente, si sa, è pur sempre lo specialista dell’errore.

La funzione del docente è stata spogliata della sua autorevolezza?

Chiunque parli di scuola, prima di farlo dovrebbe entrare in un’aula scolastica, alle 10 del mattino. Meglio se in un istituto tecnico o professionale. Così si potrebbe sperimentare cosa significhi insegnare, cosa osservare l’azione quotidiana degli insegnanti: 25 o 30 ragazzi tutti diversi, bravi, negligenti, di seconda generazione o che ancora non parlano bene l’italiano, ragazzi Dsa, cioè con disturbi specifici di apprendimento, oppure ragazzi Bes, cioè con Bisogni Educativi Speciali, o con handicap. Capite quanto sia difficile insegnare Petrarca o una formula matematica in un panorama come questo? Poche ore di questo e cambierebbero molti dei pregiudizi nei confronti della scuola.

Cosa pensa delle scuole come il Visconti di Roma che sponsorizzano l’assenza di questo tipo di differenze?

Annoveravano, nello specifico, l’assenza di immigrati e di disabili. Ai genitori che sono spinti a iscrivere i figli in queste scuole considerate “migliori” per questi motivi, posso dire che in trent’anni di insegnamento ho capito che le classi migliori erano proprio quelle composte da persone diverse: ragazzi, ragazze, immigrati, secchioni, ripetenti, negligenti.

Molti ritengono che sia un ostacolo allo svolgimento delle lezioni e un ostacolo per gli studenti più zelanti.

Non solo i deboli hanno bisogno dei forti, ma anche i forti hanno bisogno dei deboli. A livello educativo si sente subito che una classe eterogenea è molto più formativa di una livellata su un solo grado. Sono più vicine alla vita, durante la quale si avrà a che fare con un’umanità eterogenea e non di certo solo con persone eccellenti oppure solo con persone negligenti.

Quale soluzione a queste criticità?

Comunicare una scuola positiva e il grande lavoro dei docenti. Giustamente i media enfatizzano i casi di cronaca peggiori e tutti i fallimenti, ma la scuola è fatta da milioni di persone che ogni giorno entrano in aula e fanno lezione senza problemi. Il mondo dell’istruzione è bellissimo. E molto complesso.

in “il Fatto Quotidiano” del 15 febbraio 2018

 

 

La miglior risposta ai ragazzi difficili è farli sentire amati
di Marco Lodoli

Ho l’impressione che da parecchio tempo nelle scuole dei quartieri più difficili si sia spezzato quel principio di autorità per il quale chi sta in cattedra merita rispetto e obbedienza incondizionati. Il professore non viene più visto come la figura che rappresenta e trasmette la cultura e la conoscenza, e che per questo deve essere ascoltato in silenzio, perché lui sa cosa fare e cosa dire.

Oggi il professore deve guadagnarsi giorno dopo giorno, ora dopo ora, stima e attenzione. Deve conquistare la sua platea ogni volta da capo, attivare tutti gli strumenti di seduzione, essere brillante, profondo, accattivante, altrimenti si ritrova a sproloquiare nel vuoto o nel caos. E nonostante l’impegno, può accadere di ritrovarsi davanti uno studente che dice: non mi importa niente di quello che sta spiegando, io esco, vado al bagno, vado a fumare una sigaretta. È una sfida, una provocazione, un’offesa difficile da sopportare. Capita anche a me.

È come se questi ragazzi cercassero lo scontro, senza paura di niente. Non li ferma di certo una nota sul registro o qualche altra punizione.
Prenderli di petto è inutile.
Urlare, battere i pugni sulla cattedra non serve. Sono pronti ad abbandonare la scuola in un attimo, a ritirarsi nella desolazione delle loro camerette, in un’orgogliosa rinuncia a tutto quello che possono ricevere di buono. «Vai a posto, fammi finire il discorso, esci tra dieci minuti».

E allora accade che lo studente sbuffando torna al banco e con una ostentazione teatrale si mette le cuffie nelle orecchie: parla pure, finisci la tua lezione di merda, tanto io non ti ascolto. Sono atteggiamenti che fanno bollire il sangue, viene davvero la voglia di gridare fino a sgolarsi, di vomitare minacce.

Ma in fondo questo è ciò che cercano gli studenti più inquieti: sentirsi ancora una volta immersi in un clima ostile, sentirsi brutti, sporchi e cattivi, perché questa è la logica che impera nella piazza sotto casa e spesso anche in famiglia. A ogni parola feroce sono abituati a rispondere con parole ancora più feroci. È come se avessero interiorizzato definitivamente un’etica guerriera. Il mondo ha preso a calci i loro genitori, ha espulso i fratelli maggiori, ha riso in faccia a ogni minima speranza, e loro lo ripagano con la stessa moneta. La scuola in qualche modo rappresenta quella ufficialità che ha sospinto sui bordi le loro famiglie, i loro amici, la loro vita. E allora escono dalla classe sbattendo la porta, perché la porta gli è stata già sbattuta in faccia centinaia di volte.

Chi pensa di conquistarli ripetendo la solita lezione fatta bene su Foscolo o D’Annunzio si sbaglia. Quelle chiacchiere possono funzionare con chi ha già la strada spianata verso università europee e treni di prima classe. Chi si sente fuori non si fa certo sedurre da un sonetto o da un integrale spiegato come si deve.

E allora che fare? Che fare con lo studente sprofondato nel telefonino, con la ragazza che ti dice: «A professò, oggi me sembri proprio uno schifo», con l’altro che ti ride in faccia e che forse in faccia vorrebbe sputarti? Sospenderli per tre giorni, avvisare genitori inesistenti dello scorretto comportamento dei loro figli, allungare colonne di votacci sul registro elettronico?

Credo che l’unica strada sia quella di farli sentire persone preziose, di far capire loro che la scuola è forse l’unico posto in cui sono considerati, riconosciuti, amati. Allo studente con le cuffiette maleducate, il giorno dopo, ho regalato una copia di Martin Eden di Jack London. «La vita è dura, ma ognuno di noi deve provare a viverla nel migliore dei modi», ho scritto sulla prima pagina. Lui ha preso il libro tra le mani con un certo stupore, e poi ha sorriso per la prima volta.

Marco Lodoli è insegnante e scrittore. Tra i suoi libri più noti Il rosso e il blu, cuori ed errori nella scuola italiana, Einaudi, 2009.
in “la Repubblica” del 15 febbraio 2018

 

 

L’educazione scompare dall’orizzonte
di Antonio Scurati

Gli scolaretti disobbediscono alle loro maestre. Gli adolescenti aggrediscono i loro insegnanti.
I genitori di quegli adolescenti si precipitano a scuola per picchiare gli insegnanti già aggrediti dai propri figli. Una brillante invenzione di una delle tante narrazioni distopiche che proliferano di questi tempi sugli schermi domestici delle nostre serie tv preferite? No. La realtà sociale delle nostre scuole raccontata dalla cronaca di questi giorni. Ma non ci si può arrendere alla cronaca. La verità che promana dagli ultimi casi estremi narrati dalle cronache ha una portata storica, ben più vasta e terribile: la nostra epoca si sta avviando al tramonto della pedagogia. Dopo l’evaporazione del Padre, ora assistiamo all’eclissi del Maestro.
Si tratta, per l’appunto, di una morte lenta, di un evento in cammino da decenni, una trasformazione profonda che dischiude un inaudito avvenire davanti a sé. Ciò che sta accadendo, infatti, non è il legittimo rifiuto delle pedagogie tradizionali, conservatrici o reazionarie ma l’abbandono stesso dell’idea che il bambino debba essere in qualche modo – e da qualcuno – accompagnato, guidato, condotto per mano a una destinazione a lui ignota.

E che questa conduzione presupponga una subordinazione dell’educando all’educatore, implichi una disciplina, mobiliti un sapere da trasmettere e apprendere, preluda a una formazione che prosegue per tutta la vita dell’uomo senza la quale l’uomo non viene al mondo, non esiste, senza la quale l’uomo non è nulla.
Il secondo dopoguerra europeo si è progressivamente sbarazzato di tutte le tradizionali istituzioni pedagogiche: esercito, scuola, famiglia, istituzioni pubbliche, grandi partiti politici di massa. Si è sbarazzato, in altre parole, della modernità, l’epoca che aveva creduto che non soltanto il soldato, lo scolaro e il figlio andassero educati ma anche il cittadino e il militante. La liquidazione della scuola è solo l’ultima tessera di un domino al termine del quale l’educazione stessa scompare dall’orizzonte della nostra esperienza umana. E non ci inganni il fatto che la scuola italiana da decenni è ostaggio di pedagogisti e pedagogismi. Il burocratico dominio di questi specialisti segna proprio l’eclissi della funzione educativa dell’insegnamento. E’ proprio in questi decenni di pedagogismi proliferanti che l’insegnamento viene espropriato del suo tratto magistrale, che i programmi scolastici vengono privati dei loro contenuti fondamentali, che gli insegnanti stessi vengono sviliti a categoria sociale derelitta, malpagata, screditata, emarginata, a un branco di vecchi «sfigati». Non ci si deve, perciò, stupire che i genitori prendano sempre più spesso partito per i figli nei conflitti con gli insegnati. La rottura dell’alleanza scuola famiglia è il prodotto della distruzione storica di entrambe. Il padre che abbia perso il rispetto per l’insegnante del proprio figlio è, infatti, con tutta evidenza, un genitore che ha già perso il rispetto di se stesso.

E non ci si illuda che basti alzare la voce per ritrovare la magnifica speranza progressista di una educazione dell’uomo per l’uomo. Forze storiche potenti le si oppongono. Innanzitutto il trionfo autocratico del mercato. Abbiamo smesso di credere, di sperare di potere e di dovere educare i nostri figli da quando la società dei consumi ha individuato in loro i clienti più appetibili. E’ stato allora che abbiamo abbandonato l’onere e l’onore di formare i loro gusti e abbiamo incominciato a inseguirli. Similmente, ciò che resta della cosiddetta leadarship politica ha abdicato alla conduzione del proprio elettorato per accodarsi ai suoi umori momentanei. Le tecnologie della comunicazione digitale stanno facendo il resto. Il magnifico universo del world wide web è un cosmo ottuso in cui non ci sono sapienti e alunni, maestri e allievi, ma solo guru chiassosi e adepti ignoranti. Il suo orizzonte è l’orizzontalità immobile del tramonto di ogni pedagogia. Su questo impero dell’immoralità dilagante l’astro del pedagogo tramonta inesorabilmente, cedendo il passo a quello del libertino.
Resta da capire se riteniamo di avere ancora qualcosa da insegnare ai nostri figli.

in “La Stampa” del 15 febbraio 2018

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