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PANORAMA NORMATIVO

 

L’inserimento degli alunni disabili all’interno dell’ambiente scolastico in Italia è iniziato a pieno titolo a partire dagli anni settanta, rappresentando di fatto un’eccellenza nel panorama educativo europeo. Dalla legge 118/1971 ad oggi molto è stato fatto in questo ambito. Innanzitutto è mutata la considerazione della disabilità e della persona che si trova in questa condizione, passando dalla semplice diagnosi clinica del deficit fisico, ad una prospettiva dinamica e sociale, dove soggetto e ambiente sono in una costante relazione che in qualche modo interpella e responsabilizza entrambe. Certamente il percorso verso la piena inclusione delle persone disabili non è concluso e tanto resta ancora da fare, tuttavia sembra essere intrapresa in maniera irreversibile la strada che porta alla valorizzazione della persona disabile in quanto persona, attraverso l’abbattimento di quelle barriere che ancora permangono e la promozione delle potenzialità che ogni essere umano in quanto tale ha in sé.

Un passaggio quindi da una società in cui la persona disabile viene tollerata e accettata in considerazione del suo limite, ad una società in cui il disabile viene visto come soggetto portatore di potenzialità da esprimere e valorizzare e di conseguenza di valore aggiunto.

Di seguito traccerò una sintesi del panorama normativo italiano in materia di inclusione scolastica dagli anni settanta ad oggi, soffermandomi in particolare sull’evoluzione del concetto di disabilità e sulle linee guida del 2009 che contengono numerosi spunti ed indicazioni per orientare l’azione educativa e didattica.

 

La Costituzione italiana

La Costituzione italiana garantisce il diritto allo studio. L’articolo 34 dispone infatti che la scuola sia aperta a tutti, in conformità con l’articolo 3 che al comma 1 sancisce “la pari dignità e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali”. Sempre l’articolo 3, al comma 2 recita:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. L’articolo 38 specifica inoltre che “gli inabili e i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale”.

In prima battuta il diritto allo studio degli alunni con disabilità venne garantito attraverso l’esperienza delle scuole speciali e delle classi differenziali, che ben presto fece emergere implicazioni in termini di alienazione ed emarginazione sociale. Dalla riflessione su questa esperienza e sulle sue conseguenze, negli anni settanta alcune importanti leggi sancirono l’inserimento e l’integrazione degli alunni con disabilità all’interno delle classi normali, con la conseguente abolizione delle classi differenziali.

 

Legge 118 / 1971

La legge 118 /1971 sancisce che: l’istruzione dell’obbligo debba avvenire nelle classi normali della scuola pubblica, salvi i casi in cui i soggetti siano affetti da gravi deficienze intellettive o da menomazioni fisiche di tale gravità da impedire o rendere molto difficoltoso l’apprendimento o l’inserimento nelle predette classi normali. In questi casi il Ministro per la pubblica istruzione, per la scuola media, o il provveditore agli studi, per l’istruzione elementare, d’intesa con gli enti ospedalieri e la direzione dei centri di recupero e di riabilitazione, pubblici e privati, convenzionati con il Ministero della sanità o del lavoro e della previdenza sociale, provvede alla istituzione, per i minori ricoverati, di classi normali quali sezioni staccate della scuola statale (art. 28 – 29). Tale obbligo deve essere accompagnato dal superamento delle barriere architettoniche all’interno degli edifici scolastici.

Se osserviamo la definizione che questa legge dà di disabilità all’articolo 2, ci rendiamo conto che per quanto rappresenti un punto di svolta nell’applicazione del diritto allo studio, essa mostra una visione clinica della persona, ancorata alle carenze e alle eventuali patologie che la stessa presenta: Agli effetti della presente legge, si considerano mutilati ed invalidi civili i cittadini affetti da minorazioni congenite o acquisite, anche a carattere progressivo, compresi gli irregolari psichici per oligofrenie di carattere organico o dismetabolico, insufficienze mentali derivanti da difetti sensoriali e funzionali che abbiano subito una riduzione permanente della capacità lavorativa non inferiore a un terzo o, se minori di anni 18, che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età.

 

Legge 517 / 1977

Se la legge 118 / 1971 ha dato il via all’inserimento degli alunni disabili all’interno delle classi normali, è con la legge 517/1977 che l’articolo 3 della Costituzione trova un riscontro concreto anche nell’ambito scolastico, avviando il passaggio da una logica di semplice inserimento ad una logica di integrazione degli alunni disabili, secondo il principio di una scuola realmente democratica e aperta a tutti[1]. Tale principio trova attuazione nella possibilità di progettare attività scolastiche integrative organizzate per gruppi di alunni della classe oppure di classi diverse anche allo scopo di realizzare interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni, con lo scopo di agevolare l’attuazione del diritto allo studio e la promozione della piena formazione della personalità degli alunni (art. 2 scuola elementare e art. 7 scuola media) e nell’introduzione di appositi docenti in possesso di particolari titoli di specializzazione (art. 7).

 

Legge 104/1992 (legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate)

A distanza di quindici anni dalla legge 517 / 1977 la Legge del 5 febbraio 1992, n. 104 “Legge Quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” raccoglie ed integra tali interventi legislativi divenendo il punto di riferimento normativo dell’integrazione scolastica e sociale delle persone con disabilità. La definizione di disabilità è ancora ancorata all’aspetto clinico del deficit: È persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione (art. 3).

E tuttavia la legge presenta numerosi elementi innovativi nel momento in cui ribadisce ed amplia il principio dell’integrazione sociale e scolastica come momento fondamentale per la tutela della dignità umana della persona con disabilità, impegnando lo Stato a rimuovere le condizioni invalidanti che ne impediscono lo sviluppo, sia sul piano della partecipazione sociale sia su quello dei deficit sensoriali e psico-motori per i quali prevede interventi riabilitativi, riconoscendo così il valore dell’interazione tra soggetto e ambiente nello sviluppo della persona e nella definizione dell’handicap.

Il diritto soggettivo al pieno sviluppo del potenziale umano della persona con disabilità non può dunque essere limitato da ostacoli o impedimenti che possono essere rimossi per iniziativa dello Stato (Legislatore, Pubblici poteri, Amministrazione).

Questo principio, caratterizzante la Legge in questione, si applica anche all’integrazione scolastica, per la quale la Legge citata prevede una particolare attenzione, un atteggiamento di “cura educativa” nei confronti degli alunni con disabilità che si esplica in un percorso formativo individualizzato, al quale partecipano, nella condivisione e nell’individuazione di tale percorso, più soggetti istituzionali,

scardinando l’impianto tradizionale della scuola ed inserendosi nel proficuo filone dell’individualizzazione e dell’attenzione all’apprendimento piuttosto che all’insegnamento.

La legge individua nel Profilo Dinamico Funzionale e nel Piano Educativo Individualizzato (P.E.I.)

i momenti concreti in cui si esercita il diritto all’istruzione e all’educazione dell’alunno con disabilità. Da ciò il rilievo che ha la realizzazione di tali documenti, attraverso il coinvolgimento dell’amministrazione scolastica, degli organi pubblici che hanno le finalità della cura della persona e della gestione dei servizi sociali ed anche delle famiglie. Da ciò, inoltre, l’importante previsione della loro verifica in itinere, affinché risultino sempre adeguati ai bisogni effettivi dell’alunno.

 

Linee guida per l’integrazione degli alunni con disabilità – Nota del MIUR 4-8-2009, n.4274

Le linee guida del 2009 raccolgono una serie di direttive che hanno lo scopo, nel rispetto dell’autonomia scolastica e della legislazione vigente, di migliorare il processo di integrazione degli alunni con disabilità e affermano come nel nel tempo si sia andato infatti affermando il “modello sociale della disabilità”, secondo cui la disabilità è dovuta dall’interazione fra il deficit di funzionamento della persona e il contesto sociale.

Nel 1980 dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha distinto la “disabilità”, intesa come situazione di svantaggio del soggetto a livello personale dall’”handicap” che rappresenta lo svantaggio, percepito a livello sociale, della persona con disabilità[2].

A tal proposito citerò per intero il passaggio delle linee guida che fa riferimento alla Conferenza Mondiale sui diritti umani i cui esiti sono stati resi noti nel 1993 e che racchiude il passaggio da una mentalità clinica e meccanicista della disabilità a una definizione più sociale che la vede in rapporto con l’ambiente. Questo passaggio dev’essere tenuto ben presente per le ripercussioni che ha nell’inserimento dell’ambiente scolastico del soggetto disabile e per la particolare cura nell’azione educativa che esso richiede.

Nel 1993 sono stati resi noti gli esiti della Conferenza Mondiale sui diritti umani dell’ONU che precisano come “tutti i diritti umani e le libertà fondamentali sono universali e includono senza riserve le persone disabili”. La Convenzione ONU in questione supera decisamente un approccio focalizzato solamente sul deficit della persona con disabilità, accogliendo il “modello sociale della disabilità” e introducendo i principi di non discriminazione, parità di opportunità, autonomia, indipendenza con l’obiettivo di conseguire la piena inclusione sociale, mediante il coinvolgimento delle stesse persone

con disabilità e delle loro famiglie.

Essa infatti recepisce una concezione della disabilità che, oltre a ribadire il principio della dignità delle persone con disabilità, individua nel contesto culturale e sociale un fattore determinante l’esperienza che il soggetto medesimo fa della propria condizione di salute. Il contesto è una risorsa potenziale che, qualora sia ricca di opportunità, consente di raggiungere livelli di realizzazione e autonomia delle persone con disabilità che, in condizioni contestuali meno favorite, sono invece difficilmente raggiungibili.

La definizione di disabilità della Convenzione è basata sul modello sociale centrato sui diritti umani delle persone con disabilità, ed è la seguente: “la disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri” (Preambolo, punto e)[3].

La nota prosegue ricordando un altro passaggio chiave verso la nuova visione della disabilità. Nel 2001 l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha approvato la nuova Classificazione Internazionale del Funzionamento della disabilità e della salute (International Classification of Functioning, Disability and Health – ICF), raccomandandone l’uso negli stati partecipanti.

Nel 2001, l’Assemblea Mondiale della Sanità dell’OMS ha approvato la nuova Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (International Classification of Functioning, Disability and Health – ICF), raccomandandone l’uso negli Stati parti. L’ICF recepisce pienamente il modello sociale della disabilità, considerando la persona non soltanto dal punto di vista “sanitario”, ma promuovendone un approccio globale, attento alle potenzialità complessive, alle varie risorse del soggetto, tenendo ben presente che il contesto, personale, naturale, sociale e culturale, incide decisamente nella possibilità che tali risorse hanno di esprimersi.

Fondamentale, dunque, la capacità di tale classificatore di descrivere tanto le capacità possedute quanto le performance possibili intervenendo sui fattori contestuali. Nella prospettiva dell’ICF, la partecipazione alle attività sociali di una persona con disabilità è determinata dall’interazione della sua condizione di salute (a livello di strutture e di funzioni corporee) con le condizioni ambientali, culturali, sociali e personali (definite fattori contestuali) in cui essa vive. Il modello introdotto dall’ICF, bio-psico-sociale, prende dunque in considerazione i molteplici aspetti della persona, correlando la condizione di salute e il suo contesto, pervenendo così ad una definizione

di “disabilità” come ad “una condizione di salute in un ambiente sfavorevole”.

Nel modello citato assume valore prioritario il contesto, i cui molteplici elementi possono essere qualificati come “barriera”, qualora ostacolino l’attività e la partecipazione della persona, o “facilitatori”, nel caso in cui, invece, favoriscano tali attività e partecipazione.

L’ICF sta penetrando nelle pratiche di diagnosi condotte dalle AA.SS.LL., che sulla base di esso elaborano la Diagnosi Funzionale. E’ dunque opportuno che il personale scolastico coinvolto nel processo di integrazione sia a conoscenza del modello in questione e che si diffonda sempre più un approccio culturale all’integrazione che tenga conto del nuovo orientamento volto a considerare la disabilità interconnessa ai fattori contestuali[4].

 

Direttiva BES e CTS del 27/12/12

La direttiva BES (bisogni educativi speciali), in continuità con le linee guida del 2009, pone l’accento sulla necessità di rivedere alcuni aspetti del sistema scolastico alla luce dei mutamenti socio – culturali e del nuovo modello diagnostico ICF e pone l’accento sulla necessità di puntare verso un modello inclusivo che valorizzi le differenze di ogni alunno.

I principi che sono alla base del nostro modello di integrazione scolastica – assunto a punto di riferimento per le politiche di inclusione in Europa e non solo – hanno contribuito a fare del sistema di istruzione italiano un luogo di conoscenza, sviluppo e socializzazione per tutti, sottolineandone gli aspetti inclusivi piuttosto che quelli selettivi.

Forte di questa esperienza, il nostro Paese è ora in grado, passati più di trent’anni dalla legge n.517 del 1977, che diede avvio all’integrazione scolastica, di considerare le criticità emerse e di valutare, con maggiore cognizione, la necessità di ripensare alcuni aspetti dell’intero sistema.

Gli alunni con disabilità si trovano inseriti all’interno di un contesto sempre più variegato, dove la discriminante tradizionale – alunni con disabilità / alunni senza disabilità – non rispecchia pienamente la complessa realtà delle nostre classi. Anzi, è opportuno assumere un approccio decisamente educativo, per il quale l’identificazione degli alunni con disabilità non avviene sulla base della eventuale certificazione, che certamente mantiene utilità per una serie di benefici e di garanzie, ma allo stesso tempo rischia di chiuderli in una cornice ristretta. A questo riguardo è rilevante l’apporto, anche sul piano culturale, del modello diagnostico ICF (International Classification of Functioning) dell’OMS, che considera la persona nella sua totalità, in una prospettiva bio-psico-sociale. Fondandosi sul profilo di funzionamento e sull’analisi del

contesto, il modello ICF consente di individuare i Bisogni Educativi Speciali (BES) dell’alunno

prescindendo da preclusive tipizzazioni.

In questo senso, ogni alunno, con continuità o per determinati periodi, può manifestare Bisogni Educativi Speciali: o per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici, sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta.

Va quindi potenziata la cultura dell’inclusione, e ciò anche mediante un approfondimento delle relative competenze degli insegnanti curricolari, finalizzata ad una più stretta interazione tra tutte le componenti della comunità educante.

 

Tab. 1 – Il percorso della scuola italiana dal dopoguerra ad oggi

 

SEPARAZIONE (scuole speciali)

INSERIMENTO (Legge 118/72)

INTEGRAZIONE (Leggi 517/77, 104/92)

VERSO L’INCLUSIONE

(Linee guida 2009 – nota MIUR n. 4274, Direttiva BES 2012)

 

 

 NOTE

 [1] AA.VV., Compendio di legislazione scolastica, Edizioni giuridiche Simone, Napoli, 2015, p. 27

[2] Ibid, 28

[3] Linee guida per l’integrazione degli alunni con disabilità, Nota del MIUR 4-8-2009, n. 4274, I PARTE: IL NUOVO SCENARIO, IL CONTESTO COME RISORSA, 2

[4] Ibid, 3

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