• 21/10/2019

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Per capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
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In una conferenza del 1955, L’abbandono, il filosofo Martin Heidegger scriveva che “l’uomo del nostro tempo è in fuga davanti al pensiero”. Con ciò egli non intendeva certo che quell’uomo, che allora aveva appena inaugurato l’era atomica, non pensasse: gli straordinari successi della scienza e della tecnica lo smentirebbero in modo eclatante. Il suo, tuttavia, come quello dei suoi eredi, è un pensiero “calcolante”, che “conta” su determinati risultati in base a determinati mezzi, per raggiungere gli scopi prefissati dai ricercatori nel campo della scienza. Con la nuova era, osserva Heidegger, il primato del pensiero calcolante ha messo a tacere un altro stile di pensare, quello che egli chiama “meditante”, il pensiero che pensa il senso delle cose, comprese le scoperte frutto della scienza e della tecnica.

È questo il pensiero davanti al quale l’uomo è in fuga, e che, paradossalmente, appare ancora più latitante dinanzi alla dichiarazione di diciotto Premi Nobel che Heidegger riporta: “La scienza […] costituisce una strada che conduce l’uomo ad una vita più felice”. È un’affermazione che pensa davvero la felicità dell’uomo in relazione al senso della sua vita, ossia alla direzione verso cui è diretta, al fine che per l’etica classica coincide con il Bene supremo? A leggere le pagine della cronaca quotidiana di ogni parte del mondo, sembrerebbe di no. Al progresso tecnologico e scientifico che ha accompagnato la cosiddetta quarta rivoluzione, quella digitale, non sembra corrispondere un analogo avanzamento, globale, inequivocabile e inarrestabile, negli ambiti della politica, della morale, del diritto.

Il prevalere del pensiero calcolante, soprattutto nella forma della tecnologia resa fruibile a tutti (almeno in linea di principio), ha via via ridotto il campo d’azione del pensiero meditante. Questo ha smesso i panni di custode di umanità e di sorvegliante critico dell’agire tecnologico, per rendersi latitante: se ne sta inoperoso e nascosto, anche se non ancora morto. Ma lo spazio che ha lasciato libero è tale da aver trasformato l’altro pensiero in “ideologia”, secondo i suoi due significati più diffusi: quello originario (degli idéologues di primo Ottocento), che si associa ad un processo di razionalizzazione dell’organizzazione sociale funzionale alla sua analisi scientifica; e quello marxiano, secondo il quale l’ideologia, nascondendo la parzialità del proprio punto di vista, lo presenta come l’espressione universale della natura umana o del fine verso cui l’umanità dovrebbe progredire.

Questa universalizzazione di un punto di vista storicamente determinato fa emergere il doppio volto della razionalità che sovraintende al pensiero: non solo unità di misura critica, esercizio dello spirito illuministico e neoilluministico; ma anche criterio apologetico di un sistema auto- legittimantesi e auto-regolantesi. Come Jürgen Habermas aveva notato già in un saggio del 1968, la razionalità tecnica, delegittimando domande ad essa estranee come quella del senso, si rivela auto-referenziale. Siamo così di fronte ad una specie di schizofrenia della razionalità del pensiero tecnico-scientifico: da un lato, essa mantiene la sua originaria funzione critica, senza la quale non ci sarebbe scienza, ma ci si aspetterebbe che fosse rivolta anche verso se stessa, oltre che verso il mondo; dall’altro, si converte in razionalità strategica, che non solo difende se stessa dalla critica, ma anche costruisce progetti che ne estendono il dominio su tutti i settori della vita umana. In questo modo, osservava Habermas, si afferma una forma determinata di controllo politico non dichiarato, in nome di una razionalità che sceglie fra strategie, utilizza adeguatamente tecnologie e organizza sistemi funzionali al proprio potere. Con ciò essa sottrae al pensiero meditante e alla ricostruzione razionale gli interessi autenticamente morali e politici di quella società in cui si scelgono strategie, si utilizzano tecnologie e si organizzano sistemi. In altri termini, la razionalità strumentale e strategica del pensiero calcolante ha estromesso dalla società umana la razionalità finalistica del pensiero meditante.

L’affermazione di questa forma di pensiero induce una revisione del ruolo della politica e della sua influenza sull’opinione pubblica. La politica, infatti, permeata di tecnocrazia e di tecnologia, abdica alla tradizionale funzione di perseguire fini pratici, ossia morali, relativi alla buona vita e al senso della vita. Nella migliore delle ipotesi essa si trasforma in amministrazione, nella peggiore in mera propaganda. La prima è orientata alla soluzione di problemi tecnici, ossia all’eliminazione di quelle disfunzioni del sistema che sono soltanto di natura tecnica, non pratica né morale, e per le quali la discussione pubblica fra gli appartenenti al sistema risulta del tutto inutile. Ne deriva quella che Habermas chiama “spoliticizzazione” della popolazione: infatti, se i problemi pratici vengono esclusi, anche l’opinione pubblica perde la sua funzione politica. Nella trasformazione dei problemi pratici in problemi tecnici viene eliminata la differenza fra prassi e tecnica, oltre allo spazio etico che definisce le relazioni di vita sociale.

In questa opacizzazione del rapporto fra politica, amministrazione e tecnica, la tecnologia digitale, utilizzata in funzione propagandistica, ha buon gioco ad ampliare enormemente l’influsso della sfera emotiva di uomini politici ed elettori, e riduce altrettanto enormemente l’operatività del pensiero meditante. Il soggettivismo emotivistico e il relativismo morali che ne derivano, si accompagnano a incapacità di pensare, irriflessività e risoluzione della coscienza personale in una società indifferenziata e atomizzata, costituita di individui narcisistici che, in cambio della sicurezza e della protezione del proprio piccolo mondo, in una inconsapevole attualizzazione della profetica Leggenda del Santo Inquisitore di Dostoevskij, rinunciano ad esercitare libertà di pensiero critico, coscienza di sé e responsabilità nei confronti, soprattutto, di chi non è ancora nato.

Come nota la filosofa Roberta De Monticelli in Al di qua del bene e del male, ciò comporta, da un lato, l’esclusiva ricerca del consenso dell’opinione pubblica da parte della politica, dall’altro le “dimissioni” da se stessi di coloro che costituiscono quell’opinione pubblica. La riduzione della coscienza critica del pensiero meditante impedisce di vedere il disvalore (e il valore) presente nei fatti, e di riconoscere ciò che ne potrebbe derivare. Nella comunità civile e democratica ciò significa indifferenza al nucleo etico della convivenza e ai principi ideali che la ispirano (come la Costituzione della Repubblica Italiana) e imbarbarimento della società civile e della cultura politica pubblica: il male è banale.

Come allora riportare allo scoperto il pensiero latitante che è il pensiero meditante?
Attraverso l’educazione e la conoscenza: l’educazione delle emozioni e dei sentimenti, la conoscenza di sé e del mondo della vita che preesiste al sapere tecnico-scientifico. Si scoprirà allora che l’etica e la politica sono una questione di conoscenza prima che di volontà, che non c’è volere senza valutare, ossia senza un vaglio critico che verifichi l’adeguatezza di decisioni, scelte, azioni. Così come si saprà che sentire e sensibilità affettiva possiedono un valore cognitivo, che si esprime non in semplici preferenze superficialmente emotive, ma in scelte consapevoli, conseguenza del carattere profondamente morale di ogni essere umano.

Per approfondire:

R. De Monticelli, L’ordine del cuore. Etica e teoria del sentire, Garzanti, Milano 2003.
Id., La questione morale, Raffaello Cortina, Milano 2010.
Id., La questione civile, Raffaello Cortina, Milano 2011.
Id., Al di qua del bene e del male, Einaudi, Torino 2015.
F. Dostoevskij, La leggenda del Santo Inquisitore, in Id., I fratelli Karamazov, trad. it. di A. Villa, Einaudi, Torino 2005.
J. Habermas, Teoria e prassi nella società tecnologica, a cura di C. Donolo, Roma-Bari 1978.
M. Heidegger, L’abbandono, trad. it. di A. Fabris, il melangolo, Genova 1989.
H. Jonas, Il principio responsabilità, a cura di P.P. Portinaro, Einaudi, Torino 2009.
M. Marchetto, Il mondo del possibile. Figure, categorie e prospettive della cultura filosofica tardo- moderna, Libreriauniversitaria, Padova 2019.

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