• 18/09/2019

ERMES Education

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Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
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Quali sono i giochi preferiti dei bambini nati in Italia da genitori migranti? E come è possibile promuovere percorsi educativi interculturali che, partendo da giochi e sport, riescano a coinvolgere ragazzi migranti e italiani insieme, a scuola e altrove? Insegnanti ed educatori troveranno risposta a tali domande in questo libro, che esplora alcuni dei luoghi dove “si gioca” oggi l’integrazione in Italia. Ne emerge un quadro in cui si incontrano esempi concreti di cortili, parchi e piazze dove ragazzi italiani e stranieri, giocando insieme, imparano a conoscersi e apprezzarsi.

 

Descrizione

Titolo: Il gioco duro dell’integrazione
sottotitolo: L`intercultura sui campi da gioco
autore: Davide Zoletto
argomenti: Pedagogia
pagine: 192
pubblicazione: 01/2010
ISBN: 9788860303011
prezzo: €12,00

 

La società plurale? Un gioco
intervista a Davide Zoletto

Vi riesce difficile immaginare una società plurale, in cui etnie, culture e lingue si incrocino e si amalgamino? Pensate a un campo di gioco. Un gioco come il calcio, che piace a europei e nordafricani; o come il cricket, che fa impazzire gli asiatici. Un gioco con un campo di gioco. Un gioco con delle regole precise, senza le quali sarà impossibile giocare. Un gioco in cui ogni giocatore porti la sua personale esperienza, il suo modo di essere, la sua personalità. «Ecco una buona metafora della società plurale» commenta Davide Zoletto, professore associato di Pedagogia generale e sociale all’Università di Udine, che all’ospitalità dello straniero e alla passione, e soprattutto alle possibilità del gioco ha dedicato parecchi studi, tra cui il fondamentale Il gioco duro dell’integrazione. L’intercultura sui campi da gioco (Raffaello Cortina Editore, 2010). “Il gioco dell’ospitalità” sarà il tema sul quale sabato prossimo Zoletto interverrà al Festival di Pistoia.

 

L’intervista

Perché il gioco è così importante?

«È importantissimo. Non solo per l’inclusione ma in generale per la convivenza e la cittadinanza. Abbiamo sempre meno occasioni di condivisione e inclusione nei quartieri, nelle città, nei paesi. Nei territori. Ab- biamo un enorme bisogno di luoghi di gioco. Luoghi strategici soprattutto per chi di occasioni ne ha poche».

In concreto, quali sono questi luoghi?

«Fondamentalmente oggi sono due, le scuole e i campi sportivi, molto spesso negli oratori. Ci sarebbero i cortili e le piazze… una volta c’erano. Ci sono i parchi, quando prevedono spazi per il gioco».

E che cosa succede quando bambini, ragazzi, giovani, forse anche adulti si trovano in questi luoghi?

«Spesso si comincia come si cominciava una volta, come è cominciato sempre: chi fa le squadre? Il linguaggio del gioco è universale ma ha alcune caratteristiche molto importanti per apprendere l’arte della convivenza. Nessuno può giocare da solo e per giocare occorre seguire delle regole precise, e chi non le segue si pone automaticamente “fuori”. La cosa importante, ripeto, è che ci sia un luogo, e che questo luogo sia condiviso. Specialmente per i più giovani, il gioco diventa una palestra per imparare a convivere, e magari appassionarsi a qualcosa di ignoto».

Un gioco però non può essere lasciato al caso, altrimenti diventa caos.

«Certo. Occorre qualcuno capace di accompagnare i processi, che vigili affinché lo spazio per il gioco ci sia, e sia alla portata di tutti».

Un animatore?

«Sì. Il modello oratorio è quello che funziona meglio. Gli animatori permettano che il gioco fluisca, secondo una pedagogia che non impone né obbliga, ma crea le giuste condizioni».

L’animatore fa rispettare le regole?

«Senza le regole non si può giocare ed è il gusto, il piacere del gioco a far apprezzare le regole comuni, quelle che garantiscono a tutti di poter giocare».

E dentro le regole, e soltanto nel loro rispetto, è possibile che ciascuno porti il contributo della propria originalità. È così?

«Il gioco è qualcosa che si fa. E si fa insieme. Ha un linguaggio universale. È una pratica in cui i giocatori portano tutti qualcosa di originale, e in questo senso è una buona metafora di una società plurale. Si impara da piccoli e si va avanti; l’adulto, a sua volta, accompagna il bambino ».

È possibile che il gioco, invece, si riveli motivo non di inclusione ma di esclusione?

«Purtroppo sì. Anche nei luoghi del gioco possono affiorare forme di razzismo e può maturare lo scontro. Ma ciò non nega che il messaggio forte e positivo sia quello dell’inclusione possibile. Come pedagogista lavoro sui segnali positivi, ovviamente senza ignorare i pericoli».

Prendiamo la squadra di calcio di paese. Meglio la mescolanza?

«Sì, sempre. A volte prevalgono squadre o solo italiane o solo straniere, soprattutto nei territori a forte prevalenza di immigrati, che però in Italia sono rari, comunque non frequenti come in altre aree europee. Comunque è sempre meglio, e assai più interessante, avere “squadre di territorio” ».

E il gioco spontaneo dei bambini?

«Ecco, questo mi interessa ancora di più. È il gioco della comunità dei pari, quello dei gruppi plurali in cui le differenze non prevalgono, perché a prevalere è la cultura comune dei bambini. Penso alle ricreazioni a scuola e agli oratori».

Luoghi a volte difficili da trovare: i bambini non giocano perché non hanno un luogo dove trovarsi.

«I cortili di un tempo, oggi le ludoteche… Ovviamente gli oratori. Per una società plurale, questi luoghi devono esserci. Qui i bambini maturano gli strumenti per la convivenza. Abbiamo tutti bisogno di spazi. Per giocare, per convivere, per crescere».

 

a cura di Umberto Folena, in “Avvenire” del 25 maggio 2016

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