• Italia, Roma
  • 20/06/2019
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Possono essere considerati come i postulati del pensiero di papa Francesco, dal momento che, oltre a risultare ricorrenti nel suo insegnamento, vengono da lui presentati come criteri generali di interpretazione e valutazione.

Essi sono:

– il tempo è superiore allo spazio;
– l’unità prevale sul conflitto;
– la realtà è più importante dell’idea;
– il tutto è superiore alla parte.

In “Evangelii gaudium” 221 Francesco li chiama “principi”. Personalmente ritengo invece che essi possano essere considerati “postulati”, termine che nel vocabolario Zingarelli della lingua italiana designa una “proposizione priva di evidenza e non dimostrata ma ammessa ugualmente come vera in quanto necessaria per fondare un procedimento o una dimostrazione”.

Sempre in “Evangelii gaudium” 221 il papa scrive che i quattro principi “derivano dai grandi postulati della dottrina sociale della Chiesa”.

Ma nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa quelli che sono indicati come “principi permanenti” e “veri e propri cardini dell’insegnamento sociale cattolico” sono piuttosto la “dignità della persona umana”, il “bene comune”, la “sussidiarietà”, la “solidarietà”, ai quali sono connessi la destinazione universale dei beni e la partecipazione, oltre ai “valori fondamentali della vita sociale” come verità, libertà, giustizia, amore.

Ebbene, si fa fatica a cogliere la derivazione dei quattro postulati di “Evangelii gaudium” dai suddetti “principi permanenti” della dottrina sociale della Chiesa. O perlomeno tale derivazione non è così evidente; occorrerebbe metterla in luce e non darla per scontata.

Sta di fatto che essi sono sempre stati i principi primi del pensiero di papa Francesco. Il gesuita argentino Juan Carlos Scannone ci informa che “quando Jorge Mario Bergoglio era provinciale, nel 1974, già li usava. Io facevo parte con lui della congregazione provinciale e l’ho ascoltato richiamarli per illuminare diverse situazioni che si trattavano in quel consesso”.

Si tenga presente che nel 1974 Bergoglio aveva 38 anni, era gesuita da sedici anni (1958), si era laureato in filosofia da una decina d’anni (1963), era sacerdote da cinque anni (1969), era provinciale da uno (1973-1979) e non era ancora stato in Germania (1986) per completare i suoi studi. Sembrerebbe quindi che quei quattro postulati siano il risultato delle riflessioni personali dell’allora giovane Bergoglio.

Nell’esortazione apostolica “Evangelii gaudium” Francesco li ripropone “nella convinzione che la loro applicazione può rappresentare un’autentica via verso la pace all’interno di ciascuna nazione e nel mondo intero” (n. 221).

 

Primo postulato: “Il tempo è superiore allo spazio”

Tra i quattro postulati, questo sembrerebbe il più caro a papa Francesco. Lo troviamo enunciato la prima volta nell’enciclica “Lumen fidei” (n. 57). Lo ritroviamo, insieme con gli altri tre principi, in “Evangelii gaudium” (nn. 222-225). È successivamente ripreso nell’enciclica “Laudato si’” (n. 178). È infine citato, per ben due volte, nell’esortazione apostolica “Amoris laetitia” (nn. 3 e 261).

Esso è però quello meno immediatamente comprensibile nella sua formulazione. Diventa chiaro solo quando viene spiegato. “Evangelii gaudium” lo illustra nel modo seguente:

“Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci” (n. 223).

Più stringata l’esposizione di “Amoris laetitia”: “Si tratta di generare processi più che dominare spazi” (n. 261). Ma in quest’ultima esortazione apostolica si fa una sorprendente applicazione del principio in questione:

“Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (cf Gv 16:13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo. Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali” (n. 3).

Dobbiamo sinceramente riconoscere che la derivazione di tale conclusione dal principio in esame non è così immediata ed evidente come il testo sembrerebbe supporre. Parrebbe di capire che l’essenza del primo postulato stia nel fatto che non si debba pretendere di uniformare tutto e tutti, ma lasciare che ciascuno percorra la propria strada verso un “orizzonte” (nn. 222 e 225) che rimane piuttosto indefinito.

Nell’intervista rilasciata a padre Antonio Spadaro su “La Civiltà Cattolica” del 19 settembre 2013 Francesco espone il principio in una prospettiva più teologica:

“Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa” (p. 468).

Sulla rivista “PATH” della Pontificia Accademia Teologica (n. 2/2014, pp. 403-412) don Giulio Maspero individua le fonti del principio in sant’Ignazio e in Giovanni XXIII, citati da Francesco nell’intervista a padre Spadaro, e nel beato Pietro Favre, citato in “Evangelii gaudium” 171; mentre esclude come fonte Romano Guardini, egli pure citato in EG 224. Al principio viene riconosciuta “una profonda radice trinitaria”, mentre la sua chiave ermeneutica, di natura prettamente teologica, viene rinvenuta nell’affermazione della presenza e della manifestazione di Dio nella storia. Francamente, si fa un po’ di fatica a seguire il ragionamento di don Maspero in questo suo appassionato commento del principio della superiorità del tempo rispetto allo spazio.

Personalmente, anziché le radici teologiche – che rimangono tutte da dimostrare – non posso non avvertire alla base del primo postulato alcuni filoni della filosofia idealistica, come lo storicismo, il primato del divenire sull’essere, la scaturigine dell’essere dall’azione (“esse sequitur operari”), ecc. Ma è un discorso che andrebbe approfondito dagli esperti in sede scientifica.

 

Secondo postulato: “L’unità prevale sul conflitto”

Anche tale principio è stato enunciato per la prima volta nell’enciclica “Lumen fidei” (n. 55). La sua trattazione più diffusa si trova in “Evangelii gaudium” (nn. 226-230). Lo ritroviamo infine nell’enciclica “Laudato si’” (n. 198). EG parte da una constatazione:

“Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà” (n. 226)

E descrive tre atteggiamenti:

“Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo” (n. 227).

Il terzo atteggiamento si basa sul principio: “l’unità è superiore al conflitto”, che è appunto detto “indispensabile per costruire l’amicizia sociale” (n. 228). Tale principio ispira il concetto di “diversità riconciliata” (n. 230), ricorrente nell’insegnamento di papa Francesco, soprattutto in campo ecumenico.

Il grosso problema di tale postulato è che esso presuppone una visione dialettica della realtà molto simile a quella di Hegel:

“La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita. Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto” (n. 228).

Questa “risoluzione su di un piano superiore” richiama tanto la “Aufhebung” hegeliana. Non sembra poi casuale che al n. 230 si parli di una “sintesi”, che evidentemente presuppone una “tesi” e un’“antitesi”, i poli in conflitto tra loro. Anche in questo caso il discorso andrebbe approfondito.

 

Terzo postulato: “La realtà è più importante dell’idea”

Esso è esposto in “Evangelii gaudium” (nn. 231-233) e successivamente ripreso in “Laudato si’” (n. 201):

“Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza” (EG 231).

Potrebbe sembrare che tale postulato sia quello più facilmente comprensibile e accettabile, quello più vicino alla filosofia tradizionale. L’approfondimento che ne fa “Evangelii gaudium” è assai attraente e, a prima vista, assolutamente condivisibile:

“L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi” [Platone, “Gorgia”, 465] (n. 232).

Nella citata rivista della Pontificia Accademia Teologica, padre Giovanni Cavalcoli si lascia andare a un entusiastico commento di tale principio, assimilandolo, senza ulteriori puntualizzazioni, al tradizionale realismo gnoseologico aristotelico-tomistico.

A mio parere, però, non tiene conto di due aspetti importanti:

– del contesto in cui viene esposto il principio, che è un contesto sociologico con ricadute di carattere pastorale. “Evangelii gaudium” non è un saggio di filosofia della conoscenza: pur trattandosi di un principio filosofico, il terzo postulato viene utilizzato in funzione dello sviluppo della convivenza sociale e della costruzione di un popolo (n. 221);

– e del linguaggio utilizzato, che non è un linguaggio tecnico. Quando lì si parla di “idealismi e nominalismi inefficaci” non ci si sta riferendo alle correnti storiche dell’idealismo e del nominalismo, tanto è vero che si usa il plurale. Soprattutto, i termini “idea” e “realtà” sono intesi in un significato diverso da quello in cui potrebbe intenderli la gnoseologia tradizionale. La “realtà” di cui si parla in “Evangelii gaudium” non è la realtà metafisica, sinonimo di “essere”, ma una realtà puramente fenomenica. L’“idea” non è la semplice rappresentazione mentale dell’oggetto, ma, come il testo stesso indica, è sinonimo di “elaborazioni concettuali” (n. 232) e quindi di “ideologia”. D’altra parte, l’uso di espressioni esistenziali come, per esempio, il verbo “coinvolgere” avrebbe dovuto far capire immediatamente che non si tratta del linguaggio scolastico tradizionale.

Tali osservazioni hanno conseguenze importanti. Il postulato “la realtà è più importante dell’idea” non ha niente a che vedere con l’”adaequatio intellectus ad rem”. Esso significa piuttosto che dobbiamo accettare la realtà così com’è, senza pretendere di cambiarla in base a principi assoluti, per esempio i principi morali, che sono solo “idee” astratte, che il più delle volte rischiano di trasformarsi in ideologie. Questo postulato è alla base delle continue polemiche di Francesco contro la dottrina. Significativo, a questo proposito, quanto affermato da papa Bergoglio nell’intervista a “La Civiltà Cattolica”:

“Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla ‘sicurezza’ dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante” (pp. 469-470).

 

Quarto postulato: “Il tutto è superiore alla parte”

Troviamo tale principio esposto diffusamente in “Evangelii gaudium” (nn. 234-237) e ripreso poi sinteticamente in “Laudato si’” (n. 141):

“Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia. Allo stesso modo, una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo. Non è né la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili” (EG 235).

Va qui apprezzato tale tentativo di tenere insieme i due poli che sono in tensione tra loro – il tutto e la parte – e che in EG vengono identificati con la “globalizzazione” e la “localizzazione” (n. 234). La valorizzazione della parte, che non deve scomparire nel tutto, viene rappresentata dalla figura geometrica, cara a papa Francesco, del poliedro, in contrapposizione alla sfera (n. 236).

Il problema è che il principio, così com’è formulato, non esprime tale equilibrio tra il tutto e le parti. Esso parla apertamente di superiorità del tutto rispetto alle parti. E questo è in contrasto con la dottrina sociale della Chiesa, la quale dichiara, sì, la persona un essere costitutivamente sociale, ma allo stesso tempo ne riafferma il primato e l’irriducibilità all’organismo sociale (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, nn. 125 e 149; Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 1878-1885). C’è il rischio che, limitandosi a ripetere il quarto postulato senza ulteriori precisazioni, esso possa essere inteso in senso marxista e giustificare così l’annullamento dell’individuo nella società.

Si tenga presente che, anche da un punto di vista ermeneutico, il rapporto tra il tutto e le parti non viene descritto in termini di superiorità ma di circolarità, il cosiddetto “circolo ermeneutico”: il tutto va interpretato alla luce delle parti; le parti alla luce del tutto.

 

Conclusioni

Che nella realtà in cui ci troviamo a vivere, esistano delle polarità, è un fatto difficilmente controvertibile. Ciò che conta è l’atteggiamento che assumiamo di fronte alle tensioni che sperimentiamo quotidianamente nella nostra vita. Dalla considerazione dei quattro postulati nel loro insieme sembrerebbe di dover concludere che l’atteggiamento più consono sia quello di comporre, sì, i poli che si oppongono, ma presupponendo che uno dei due sia superiore all’altro: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; il tutto è superiore alla parte.

Personalmente ho sempre ritenuto che le tensioni vadano piuttosto “gestite”; che sia utopistico pensare che esse possano essere, finché siamo su questa terra, definitivamente superate; che, oltre tutto, sia sbagliato parteggiare per uno dei due poli contro l’altro, quasi che il bene sia solo da una parte e dall’altra ci sia solo male (una visione manichea della realtà sempre rifiutata dalla Chiesa). Il cristiano non è l’uomo dell’”aut aut”, ma dell’”et et”. In questo mondo c’è – deve esserci! – spazio per tutto: per il tempo e per lo spazio, per l’unità e per le diversità, per la realtà e per le idee, per il tutto e per le parti. Nulla va escluso, pena lo squilibrio della realtà, che può portare a conflitti devastanti.

Un’altra osservazione che si potrebbe fare al termine di questa riflessione è che l’esposizione di questi quattro postulati dimostra che, nell’agire umano, è inevitabile lasciarsi condurre da alcuni principi, che per loro natura sono astratti. A nulla serve quindi polemizzare sull’astrattezza della “dottrina”, opponendole una “realtà” a cui ci si dovrebbe semplicemente adeguare. La realtà, se non è illuminata, guidata, ordinata da alcuni principi, rischia di risolversi in caos.

Il problema è: quali principi? Sinceramente non si vede perché i quattro postulati di cui ci siamo occupati possano legittimamente orientare lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo, mentre la medesima legittimità non possa essere riconosciuta ad altri principi, a cui viene continuamente rinfacciata la loro astrattezza e il loro carattere, almeno potenzialmente, ideologico.

Che la dottrina cristiana corra il rischio di trasformarsi in ideologia, non lo si può negare. Ma lo stesso rischio viene corso da qualsiasi altro principio, compresi i quattro postulati di “Evangelii gaudium”; con la differenza che questi sono il risultato di una riflessione umana, mentre la dottrina cattolica si fonda su una rivelazione divina.

Che non avvenga a noi oggi ciò che è accaduto a Marx, il quale, mentre tacciava di ideologia i pensatori che lo avevano preceduto, non si accorse che stava elaborando una delle ideologie più rovinose della storia.

di Giovanni Scalese, 

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351301

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