• Italia, Roma
  • 20/07/2019
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«Plata o plomo»: soldi o una pallottola. Ogni anno in Messico transitano mezzo milione di migranti indocumentados che dal Centroamerica in preda alla violenza tentano di raggiungere gli Stati Uniti in cerca di un futuro migliore. Sulla loro strada trovano la ferocia dei narcos, banditi che – oltre a far soldi con la droga – si arricchiscono sulla pelle dei migranti grazie a rapimenti, traffici di organi, schiavismo e prostituzione. Alejandro Solalinde non è rimasto a guardare. Dopo una vita da prete «normale», ha iniziato ad aprire le porte del cuore e di casa agli stranieri che cercavano un rifugio, un pezzo di pane, una parola di conforto. Non ha taciuto, padre Alejandro: ha denunciato i soprusi dei trafficanti, le connivenze della politica, la corruzione della polizia. I narcos gliel’hanno giurata: sulla sua testa pende una taglia di 1 milione di dollari. Di qui le minacce, i tentati omicidi, una scorta di 4 uomini per difendere un uomo che difende gli indifesi.
La vicenda di padre Alejandro – per la prima volta qui raccontata da Lucia Capuzzi – si intreccia con i 20 mila migranti rapiti ogni anno in Messico, uomini, donne e bambini che spariscono nel nulla. E con i 20 mila indocumentados accolti da questo prete tenace. Persone alle quali Solalinde dedica la vita in nome di quel Dio schieratosi dalla parte degli ultimi.

«I sequestri. Cominciarono senza che ce ne accorgessimo. Gruppi di migranti sparivano. Mi misi ad indagare. I conti non tornavano. Era evidente che molti si perdevano per strada. Dove finivano? Con molta pazienza riuscimmo a ricostruire la macchina dei sequestri. Ero un prete: mi occupavo di teologia e psicologia. Capii che mi stavo per infilare in un enorme guaio. Eppure non potevo né volevo evitarlo. Non c’era tempo per pensare a me. C’erano delle persone indifese in pericolo, in tremendo pericolo. Sapevo che dovevo fare qualcosa» Alejandro Solalinde

 

Descrizione

Titolo:
Messico, un prete contro i trafficanti di uomini
Autore: Capuzzi Lucia, Solalinde Alejandro
Prefazione di: don Luigi Ciotti
Anno: 2017
Pagine: 160
Formato: 14×21 con bandelle
Data di pubblicazione: Aprile 28, 2017
Prezzo: 15,00€
Collana: Vita di missione (Nuova serie)

 

 

Vita di Solalinde prete che i narcos vogliono morto
di Luigi Ciotti

Se c’è un libro che mette in luce la natura profondamente etica e politica del Vangelo, è questo. Etica e politica perché «non si può affermare –scrive papa Francesco nella Evangelii gaudium–che la religione deve limitarsi all’ambito privato ed esiste solo per preparare le anime per il cielo», in quanto «una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo». Etica e politica, dunque, perché per un cristiano lo sguardo al Cielo si lega alle responsabilità nei confronti della Terra e all’impegno a costruire giustizia a partire dai suoi luoghi più dimenticati, quelle periferie geografiche e esistenziali dove arranca gran parte dell’umanità. Un’umanità privata di dignità e di libertà, in fuga da fame e da guerre, costretta ad attraversare mari e deserti tra mille insidie e pericoli. Un’umanità lontana e in gran parte sconosciuta, di cui si viene a sapere spesso solo dalle notizie dei naufragi, dei campi profughi a margine delle zone di guerra, dei cadaveri stipati nei rimorchi dei tir o nei vani carrello degli aerei. Un’umanità per cui proviamo commozione, scriviamo appelli, pronunciamo parole indignate, salvo tornare, raffreddati i sentimenti, alle occupazioni di ogni giorno.
Alejandro Solalinde è un sacerdote che, coerentemente al Vangelo, ha deciso di non fermarsi alla commozione e all’indignazione.
E qualche anno fa a Ixpetec, città dello stato messicano di Oaxaca, ha costruito un avamposto della speranza, in cui quell’umanità possa trovare accoglienza, protezione, riconoscimento.
Della situazione del Messico –come di altri paesi del Centro America – hanno parlato in questi anni una grande quantità di articoli, documentari, studi e ricerche, ma pochi l’hanno fatto con l’incisività di questo libro, che unisce l’accuratezza dell’analisi alla forza della testimonianza.
«Hermanos del camino», il centro fondato da padre Solalinde, è ricovero per quegli indocumentados provenienti per l’80 per cento dal Guatemala, dall’Honduras, da El Salvador, e diretti negli Stati Uniti alla ricerca di lavoro ma innanzitutto di sicurezza: «Per i migranti non si tratta più d’inseguire il “sogno americano” ma di sfuggire alla morte».
Ad attenderli al varco, però, trovano anche i criminali dei «cartelli» della droga, per i quali i migranti rappresentano un affare redditizio e poco rischioso. Si calcola che inMessico ogni giorno spariscano, rapite, 54 persone. Corpi – tali sono considerati dai loro rapitori – che vengono torturati per convincere le famiglie a pagare un riscatto che nella maggior parte dei casi non porta alla libertà dell’ostaggio ma alla sua cessione a un’altra banda criminale. Corpi che subiscono violenze e stupri, tanto che fra le donne, prima di partire, è uso ormai assumere un anticoncezionale di lunga durata che chiamano in gergo «anti-Messico». O più sbrigativamente corpi da uccidere una volta espiantate, grazie a cliniche compiacenti, parti da rivendere ai trafficanti di organi, che per un rene o un fegato pagano fino a 150.000 dollari.
Corpi, infine, di migranti minorenni, il cui numero è cresciuto in modo esponenziale in questi anni, spinti a partire spesso dagli stessi genitori, che cercano così di sottrarli al reclutamento forzato nelle maras, le bande giovanili che controllano con l’intimidazione e la violenza intere città del Centro America.
Le mafie della droga hanno ucciso, dal 2006 a oggi, circa 250.000 persone: 25.000 l’anno. Di altre 27.000 rapite, non si è saputo più nulla.
Ma tutto questo non sarebbe stato possibile – e questo libro non manca di sottolinearlo – senza l’inerzia o la complicità di parti delle istituzioni o delle forze di polizia. La corruzione tocca inMessico livelli molto alti (l’equivalente del 9 per cento del Pil), il che neutralizza o rende comunque inefficace il contrasto prevalentemente «militare» alle mafie della droga.
Come non sarebbe stato possibile, tutto ciò, o almeno non avrebbe assunto le dimensioni dell’olocausto, se non avessero pesato a monte politiche internazionali ciniche quanto ipocrite. Come in Europa, anche in America si sta giocando sulla pelle dei migranti una partita sporca: da un lato i paesi ricchi, i cui piani di conquista e sfruttamento economico hanno concorso
all’immigrazione forzata –di fatto una deportazione indotta–di milioni di persone. Dall’altro, paesi a cui viene chiesto, in cambio di adeguate sommedi denaro, di trattenere i migranti e di rispedirli magari nelle terre d’origine, cioè nella povertà, nelle guerre, nella morte. Le recenti elezioni negli Stati Uniti lasciano intravedere sviluppi ancora più foschi e allarmanti, ma giustamente il libro ricorda come il «Plan Frontera» elaborato da Usa e Messico, entrato in vigore nel luglio 2014, risponda a una logica non diversa da quella dell’accordo fra Turchia e Unione europea per impedire l’arrivo alle nostre frontiere dei profughi di guerra siriani.
Sono di questa portata i problemi che stanno dietro alla faticosa, esposta, minacciata attività di padre Solalinde e di altre realtà laiche e cattoliche (tante, splendide, ne ho conosciute nel corso di tre viaggi compiuti in Messico negli ultimi anni). Da un lato la violenza delle mafie e il degrado della corruzione. Dall’altro – profondamente intrecciato ai primi, di cui rappresenta la versione «rispettabile » –«un capitalismo selvaggio che non è solo una forma di potere assassino e predatore, ma una nuova religione basata sui soldi». Soldi che «non hanno occupato solo il posto di Dio, ormai hanno preso anche quello dell’uomo ».
Eppure tutto questo non scoraggia questo sacerdote che, da giovane, rimase affascinato da Paolo VI, «papa che ebbe il coraggio di portare avanti il Concilio nonostante le resistenze », che ha avuto occasione di conoscere Óscar Romero prima che fosse assassinato e che oggi vede in papa Francesco «un profeta, profondamente impegnato nella lotta contro la corruzione dentro e fuori la Chiesa, che si era un po’ persa, tra intrighi di potere e interessi economici». Un sacerdote, padre Solalinde, che vive quello che dice – «Non si può amare Dio in teoria. Si ama Dio cooperando con Lui alla costruzione del Regno» –, convinto quindi che «la religione non deve essere protetta, ma testimoniata». Perché – mi permetto di aggiungere – solo testimoniandola si proteggono i poveri e i poveri tra i poveri: i migranti senza documenti e senza nome a cui Alejandro Solalinde ridà nome, speranza, dignità.

in “l’Unità” del 5 maggio 2017

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