• 15/07/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
Bandiera

Nell’esperienza drammatica del Covid-19, ancora in atto, che ha coinvolto tutto il mondo, le categorie di globalizzazione, di nazione, di continente, di confine, ecc. si sono mostrate inadeguate. La globalizzazione si era ormai affermata come un processo inarrestabile, che andava governato e orientato, ma non poteva più essere fermato. La pandemia ci ha costretti a tornare ai vecchi confini, a chiuderli per difenderci e a chiudere intere zone del nostro territorio. Abbiamo iniziato a distanziarci e a proteggerci con i dispostivi fino ad oggi riservati alle camere operatorie degli ospedali. Non siamo ancora certi sull’evoluzione del contagio, ma siamo sicuri che il cambiamento sarà profondo anche nei confronti della globalizzazione. La riflessione che segue affronta la questione sotto il profilo storico.

Cos’è effettivamente un confine?

Il 3 giugno ci è stata riassegnata la possibilità di oltrepassare i confini regionali.
Se andassimo sul dizionario, scopriremmo che la definizione di confine è: «Linea reale o immaginaria che segna i termini di una proprietà privata oppure di un territorio, di una regione, di uno Stato» (1). Il confine geografico non è un confine immutabile. Storicamente parlando, ogni confine è stato modificato a causa di conquiste, guerre, trattati e donazioni.

Non possiamo affermare che i confini nazionali siano sempre stati chiari. Nel 1796, per esempio, Antonio Genovesi affermava: «Parlerò ora a’ miei cittadini. Non sappiamo la geografia d’un piccolo stato: non abbiamo una meridiana, una carta, una misura. Tutta la storia del paese ci è ignota» (2). All’epoca del Genovesi coesistevano più regni nel territorio che ora definiamo Italia ed essa non era nemmeno concettualmente presente negli abitanti dell’area geografica italica. Basti pensare che in quell’anno, nel nord Italia coesistevano: Ducato di Parma, Repubblica di Venezia, Regno di Sardegna, Ducato di Modena, Repubblica di Genova ed una parte dello stato pontificio. La Repubblica di Venezia, oltretutto, si estendeva fino a comprendere da un lato le attuali città lombarde: Brescia e Bergamo. Mentre dall’altro comprendeva: Friuli Venezia-Giulia (meno Trieste che era sotto il dominio austriaco), Slovenia, Istria e il territorio allora conosciuto come Dalmazia. Due anni più tardi, nel 1798, Napoleone conquistava tutto il territorio della Repubblica di Venezia, consegnando poi il Veneto agli austriaci col Trattato di Campoformio.

 

Le due Italie

Il noto scrittore Shelley, pochi anni più tardi, nel 1818, definì l’Italia come scissa in Italia fisica ed Italia politica. La prima composta dai monti, fiumi e mari e l’altra dal popolo che la abita.
Ci sono due Italie. Una costituita dalla terra verde, dal mare trasparente, dalle possenti rovine dei templi antichi, dalle montagne aeree e dall’atmosfera calma e radiosa che è infusa in tutte le cose. L’altra consiste degli italiani di oggi, delle loro opere e dei loro costumi. L’una è la più sublime e leggiadra visione che possa essere concepita dall’immaginazione umana, l’altra la più degradata, disgustosa e odiosa (4).
Trent’anni più tardi, nel 1848: Dalmazia, Friuli Venezia-Giulia, Trentino Alto-Adige, Veneto e Lombardia vengono inglobati dal Regno d’Austria. Dobbiamo quindi dar ragione a Metternich, quando disse: «La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle»? (3).

 

La frammentazione preunitaria ha ancora oggi dei risvolti?

Possiamo dire adesso che il nostro Paese sia unito?
Siamo soliti dire che l’Italia è nata nel 1861, in quanto in quell’anno Vittorio Emanuele II denominò il nuovo regno come “Regno d’Italia”, ma il Veneto non ne fece parte prima del 1866. Per attendere che il territorio della Venezia Giulia entrasse a far parte del territorio italiano dovemmo attendere il 1919 ed il 1920 con l’annessione del Trentino Alto-Adige. L’Italia, coi confini che conosciamo noi oggi, ha cento anni. Chi dunque dovrebbe sentirsi più italiano? Dovrebbe sentirsi più italiana la Sardegna, il cui regno diede inizio alla conquista del territorio italico grazie al condottiero Garibaldi? Dovrebbe sentirsi più italiano il Piemonte, in quanto Torino fu la prima capitale del regno d’Italia? Se la nostra giovane Italia riuscisse a divenire sul serio unita potrebbe ergersi ad exemplum per la nascita di una nuova Europa.

 

La globalizzazione e i confini degli stati

Siamo stati abituati a vedere la globalizzazione come un nemico pubblico degli stati, quando invece è nell’unione, nella collaborazione, che sta la forza.
Gli stati oggi considerati come “federali” quali la Germania o gli USA non hanno eliminato il concetto di confine dalle loro mappe, lo hanno trasformato. Nebraska, California e Florida si sentono stati fieri della propria tradizione ed al contempo americani. La globalizzazione quindi non dovrà puntare ad annientare gli stati o i suoi confini, ma alla creazione del sentimento unanime nell’essere cittadini del mondo.

 

Note

1. https://dizionari.repubblica.it/Italiano/C/confine.html
2. E. Boria, La carta geografica come veicolo dell’idea di Italia nel periodo risorgimentale, in Studi e ricerche socio- territoriali, Napoli 2011, pp. 149-196
3.  G. Leopardi, Opere, a cura di F. Rognoni, Einaudi-Gallimard, 1995
4. D. Fertilio, Metternich riabilitato: non denigrò l’Italia, Corriere della Sera,1°giugno 1999, p. 35