• Italia, Roma
  • 18/06/2019
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Nel cammino della Chiesa vi sono momenti durante i quali modelli interpretativi dell’esperienza di fede utilizzati nel passato resistono solo in forza della tradizione ma non sono più significativi.
Per vivere correttamente l’esperienza ecclesiale si avverte la necessità di nuovi modelli. D’altra parte il rapporto tra pratica e interpretazione è circolare come in tutti i processi complessi. L’attività modifica il soggetto operante e lo stimola a sviluppare nuove interpretazioni.

Anche l’indizione dell’anno giubilare centrato sul tema della Misericordia da parte di Papa Francesco ha messo in luce la carenza nei modelli interpretativi della pratica penitenziale e dell’esperienza salvifica e ha messo in moto un nuovo processo interpretativo.
Di fronte a questa situazione alcuni hanno reagito con disagio avvertendo una incongruenza con i modelli precedenti e per questo hanno criticato in vari modi il Papa. Altri hanno ripetuto la dottrina tradizionale senza rilevarne le incongruenze, altri infine stanno proponendo nuovi modelli. Credo sia opportuno evidenziare e seguire da vicino questi tentativi per allargare il confronto e diffondere.

Mons. Alceste Catella (Vescovo di Casale Monferrato) e il teologo Andrea Grillo in occasione del giubileo di inizio millennio avevano pubblicato il libro: Indulgenza. Storia e significato (San Paolo Edizioni, 1999). Lo scorso anno ne hanno preparato una nuova edizione con l’introduzione apparsa anche nel Blog di Andrea Grillo (http://www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/), il 12 ottobre. Per loro il profilo inedito che le indulgenze possono promuovere consiste nel «far gustare all’uomo di oggi la profondità e la delicatezza della sua libertà (in quella comunione con i fratelli che la Chiesa riceve dall’alto e che per questo può annunciare e realizzare)… Purché la Chiesa sappia trovare le parole giuste per disgelarne quel senso che essa anzitutto riceve in dono e che poi può e deve a sua volta annunciare e donare, anche e soprattutto all’umanità di oggi». Nello stesso blog il 23 gennaio u. s. lo stesso Grillo ha ripreso il discorso in un vivace e puntuale confronto tra la terminologia ecclesiale e quella civile: Assoluzione e pena, in confessionale e in tribunale. Equivoci e sorprese sulla indulgenza. Giustamente il teologo afferma: «Il confessionale ‘non è un tribunale’, e il confessore non ha il compito di ‘giudicare’ e ‘condannare’, ma di ‘annunciare il Vangelo’ e di ‘assolvere’». Ricercando poi le ragioni della contrapposizione si è richiamato all’«evoluzione del ‘linguaggio giuridico’ – a partire almeno da ‘Dei delitti e delle pene’ [1764] di Cesare Beccaria [1738-1794]» e allo sviluppo del diritto penale «che interferisce potentemente sul linguaggio ecclesiale, creando facilmente tanti ‘falsi amici’ e, di conseguenza, altrettanti equivoci». A proposito della Bolla di Francesco egli opportunamente osserva che «la indulgenza riguarda la liberazione del ‘peccatore perdonato’ dai ‘residui delle conseguenze del peccato’» e che «se da una parte Dio non si stanca mai di perdonare, d’altra parte noi possiamo serenamente perseverare nel confidare che la grazia di misericordia possa prendere sul serio e valorizzare fino in fondo la libertà con cui rispondiamo al perdono divino nel ‘lavoro’ della conversione e nella testimonianza di un perdono gratuitamente ricevuto e perciò prontamente e umanamente rielaborato». In conclusione Grillo propone di interpretare la pratica giubilare come la «riscoperta della proporzione laboriosa della penitenza, come risposta umana alla esperienza del sorprendente dono di grazia che Dio riserva a ogni uomo e ad ogni donna seriamente intenzionati a vivere di comunione. Siamo di fronte a un caso classico di ‘traduzione della tradizione’. ‘Ciò che non muore e ciò che può morire’: due componenti delle indulgenze si intrecciano strettamente e richiedono pertanto nuovo discernimento, non solo al vertice, ma anche alla base della Chiesa» (ib.).

 

Ragioni teologiche del disagio

La formula tradizionale che anche oggi molti hanno ripreso dal Catechismo della chiesa cattolica è quella di presentare l’indulgenza come «condono della pena temporale del peccato già rimesso quanto alla colpa e alla pena eterna» (Ccc 1471-1479). Ancora Giovanni Paolo II l’aveva utilizzata nella Bolla di indizione dell’anno santo del 2000 (Incarnationis mysterium 29 novembre 1998) dove scriveva: «Fin dall’antichità… la Chiesa è sempre stata profondamente convinta che il perdono, concesso gratuitamente da Dio, implica come conseguenza un reale cambiamento di vita, una progressiva eliminazione del male interiore, un rinnovamento della propria esistenza. L’atto sacramentale doveva essere unito ad un atto esistenziale, con una reale purificazione della colpa, che appunto si chiama penitenza. Perdono non significa che questo processo esistenziale divenga superfluo, ma piuttosto che esso riceve un senso, che viene accettato, accolto. L’avvenuta riconciliazione con Dio, infatti, non esclude la permanenza di alcune conseguenze del peccato dalle quali è necessario purificarsi. E precisamente in questo ambito che acquista rilievo l’indulgenza, mediante la quale viene espresso il ‘dono totale della misericordia di Dio’ [cita in nota Id. Bolla Aperite portas Redemptori (6 gennaio 1983), 8: AAS 75 (1983), 98] Con l’indulgenza al peccatore pentito è condonata la pena temporale per i peccati già rimessi quanto alla colpa» (n. 9).

Questa argomentazione è chiaramente contradditoria. Da chi sono inflitte le pene se il nome di Dio è misericordia? Perché Dio non condona fin dall’inizio la pena temporale, ma ha bisogno di un’ulteriore azione condizionata ad una pratica della creatura? Perché la misericordia non può essere integrale fin dall’inizio? Perché il suo primo perdono si limita alla colpa e alla pena eterna?

 

Residuo dell’impianto giuridico

La ragione di questa contraddizione è un residuo dell’impianto giuridico che nei secoli aveva costruito l’interpretazione della redenzione realizzata da Cristo come soddisfazione offerta a Dio. Per favorire quindi il necessario discernimento e diffonderne le acquisizioni nella Chiesa è necessario che la revisione riguardi tutta la terminologia della redenzione e risalga fino ad Anselmo di Aosta (1034-1109) o anche a Tertulliano (155-230) il quale da buon avvocato esperto di diritto romano aveva impostato la sua riflessione sulla penitenza nell’assioma: «o soddisfazione o pena» e diceva al peccatore: «Tu l’hai offeso, ma puoi ancora riconciliarti con lui. Hai a che fare con uno che accetta una soddisfazione, anzi la desidera» (La Penitenza, 7,14).
Soprattutto Anselmo di Aosta nel trattato Cur Deus Homo (1098) ha offerto lo sviluppo sistematico di questa impostazione. Egli prima di diventare Monaco a Bec e poi Vescovo di Canterbury aveva studiato diritto a Padova e conosceva bene il Codice Romano e il Diritto germanico. L’impianto giuridico inserito nella teologia della redenzione (peccato come offesa di Dio, la punizione proporzionata, il merito come diritto ad avere un premio) ha condotto all’assunzione della categoria di soddisfazione e alla distinzione tra pena eterna e pene temporali del peccato. Soddisfazione indica la prestazione con cui Gesù avrebbe compensato il Padre dell’offesa recataGli dai peccati umani, secondo il rigore della divina giustizia. Dio, infatti, essendo giusto, non avrebbe potuto perdonare l’uomo senza una degna e proporzionata soddisfazione, che però solo un uomo/Dio avrebbe potuto offrire in modo adeguato. Da questo assunto S. Anselmo, con rigore logico, deduceva la necessità dell’Incarnazione.
Questa teoria capovolgeva completamente la dinamica della salvezza perché condizionava il perdono divino alla soddisfazione offerta da Gesù sulla croce. Mentre la promessa della nuova alleanza parlava di iniziativa divina gratuita: «perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò più del loro peccato» (Ger. 31, 34). In modo corrispondente l’indulgenza costituiva l’offerta al peccatore in determinate circostanze e a debite condizioni di un supplemento di grazia ricorrendo al «tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi» (Ccc 1471). Papa Francesco, invece, non parla di pene temporali ma più concretamente dell’impronta negativa lasciata dal peccato o del residuo della conseguenza del peccato. L’azione di Dio infatti è creativa: la sua misericordia diventa l’investimento amoroso dei credenti nei confronti del peccatore per sollevarlo dal male.
Per questo il giubileo sollecita i credenti non solo ad accogliere la misericordia per i propri peccati ma anche ad esercitarla nel confronto di tutti coloro che operano il male. Per essere effettivamente, come dice la formula di Luca scelta come motto giubilare, «misericordiosi come il Padre» (Lc 6,36).

di Carlo Molari, in “Rocca” n. 4 del 15 febbraio 2016

 

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